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ALLA RICERCA DEI DESTINATARI

E' giusto che la famiglia conosca chi ha ricevuto gli organi del proprio caro?

25/05/2003
Da "Famiglia Cristiana" n. 21/2003 Colloqui col Padre - La lettera della settimana ALLA RICERCA DEI DESTINATARI "Sette persone vivono grazie al nostro Gaetano. Perchè non possiamo sapere chi sono?", si chiede Maria. "E perché nel caso di Nicholas sono stati fatti conoscere i nomi dei trapiantati?". Caro padre, scrivo a nome di tutta la mia famiglia. Circa due anni fa siamo stati colpiti da un'immensa tragedia: mio fratello Gaetano, di soli 19 anni, è morto a causa di un incidente stradale, travolto da un'auto mentre, a piedi, stava recandosi al lavoro. La sua agonia è durata due giorni. I miei genitori, conosciuta la gravità del caso e saputo che per Gaetano non c'era più nulla da fare, hanno acconsentito alla richiesta dei medici, dando il proprio benestare per l'espianto degli organi. Così un rene è stato trapiantato a un giovane di 26 anni e l'altro a un ragazzino di 15; il cuore batte nel corpo di un uomo di 56 anni; una parte di fegato è andata a una donna di 48 anni e l'altra a una di 58. Le cornee sono state trapiantate a un uomo di 26 anni e a una donna di 30. La cute è conservata in attesa di trapianto. Padre, noi vogliamo conoscere queste persone: ci aiuterebbe a superare il dolore della fine improvvisa di Gaetano. Il medico del centro trapianti, all'epoca, ci aveva detto che le stesse persone avrebbero voluto comunicare con noi per ringraziarci, ma che, a causa della legge che impone l'anonimato, non avevano potuto farlo. Mi sono allora rivolta ai giornali e a una trasmissione televisiva, invitando coloro che avevano ricevuto gli organi da mio fratello a contattarci. Non è successo nulla. E tutto mi è parso molto strano. Ho pensato allora a due cose: o i trapianti non sono mai avvenuti o queste persone non hanno coscienza. E non pensano che devono la loro vita alla morte di Gaetano e al grande gesto dei suoi genitori. Il nobile gesto della donazione degli organi sta entrando nella nostra cultura, ma spesso il silenzio e il non poter sapere arrecano un dolore quasi ancora più forte della perdita del congiunto. Una parte di Gaetano vive ancora su questa terra, ma noi non la possiamo "vedere". Sette persone che, sino al momento della sua morte erano gravemente malate, ora vivono grazie a lui. Perché non possiamo sapere chi sono? Perché nel caso di Nicholas Green sono stati fatti conoscere i nomi dei trapiantati e nel nostro no? Perché per Nicholas non c'é stato l'anonimato e per noi sì? L'anonimato, a mio parere, ci deve essere solo quando una delle due parti non vuole conoscere l'altra. Noi non vogliamo soldi, perché mio fratello non era un pezzo di ricambio. Vogliamo solo conoscere queste persone, anche solo per telefono, per "sentire" che c'é una parte del nostro Gaetano che ancora vive. Maria A. La risposta può suonare antipatica per la nostra lettrice e per quanti si trovassero in una condizione analoga alla sua e, come lei, volessero far breccia nel muro di riservatezza che protegge i beneficiari di organi donati. Tuttavia, senza equivoci, voglio dire che questa norma è giusta. E va rispettata. Se talvolta è stato fatto qualche strappo v come nel caso celebre di Nicholas Green v bisogna riconoscere che è stato un errore. Fatto, certo, con le migliori intenzioni di promuovere una pubblicità positiva alla pratica delle donazioni di organi. Ma il risultato è infelice. Se non altro perché quando altri cittadini, come la nostra lettrice, si vedono respinta la loro richiesta di conoscere i destinatari delle donazioni, hanno la sensazione che si stia facendo loro un''ingiustizia: perché ad alcuni è concesso e ad altri no? La norma è saggia e nasce dall'esperienza. Si è verificato più volte che i familiari del defunto si mettano alla ricerca dei destinatari dei trapianti. Le ragioni sono nobili, come quelle che esprime la nostra lettrice: vorrebbe conoscere coloro che devono la vita o una migliore salute al fratello, deceduto in un incidente. Vorrebbe solo rendere meno straziante la propria perdita, per convincersi che, almeno, è servita a qualcosa. Ma è anche successo che la situazione sia sfuggita di mano agli interessati, che hanno sviluppato la "sindrome del segugio" (come l' hanno chiamata, con qualche durezza, gli psichiatri): andare a scovare gli organi trapiantati del proprio caro è diventata un'idea fissa. E non sempre è facile tracciare una netta demarcazione tra le espressioni normali di nostalgia e quelle patologiche. La regola dell'anonimato è rivolta a proteggere i destinatari dei trapianti dall'essere considerati "contenitori" di organi altrui. Già integrare nella propria persona un organo ricevuto in dono, specie se carico di grandi significati simbolici, come il cuore, è un processo arduo. L'interferenza dei familiari del donatore non può che complicare le cose. La norma della riservatezza, anche se può sembrare dura ai congiunti, è pensata anche a loro vantaggio. Li aiuta a elaborare il lutto. E' consolante pensare che la morte del proprio caro non è stata inutile. Ma è pur sempre una morte, accompagnata dai drammatici avverbi: "sempre" (morto per sempre) e "mai" (non lo rivedremo mai più ). Chi sopravvive deve percorrere questa strada per arrivare, attraverso l'accettazione della perdita, ad aprirsi alla speranza. D.A.
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