indietro

Bologna, trapianto riuscito con un fegato rifiutato

Ricaricato come un cellulare

23/02/2018

C'è un fegato rifiutato che ora funziona bene nel corpo di un trapiantato grazie all’esperienza e alle tecniche messe in campo al Sant’Orsola, dall’équipe di Chirurgia generale e dei trapianti, diretta dal professor Matteo Cescon.

«La storia inizia quando un centro dell’Abruzzo ha segnalato di avere un fegato di un donatore – spiega Matteo Ravaioli, responsabile del progetto della perfusione di fegato e rene del Policlinico – e da un altro ospedale sono andati sul posto gli specialisti per prelevare l’organo. Ma per quei colleghi quel fegato era ritenuto a rischio e così è stato offerto di nuovo: questa volta è arrivato a Bologna e noi lo abbiamo trapiantato con successo».

Quali tecniche avete utilizzato?
«Il fegato è arrivato impacchettato nel ghiaccio e subito è stato sottoposto a una nuova procedura».

Quale?
«È un trattamento che prevede, oltre alla perfusione di liquidi, anche l’ossigenazione a bassa temperatura: si chiama, infatti, perfusione ipotermica ossigenata. In questo modo, l’organo ha anche una bassa attività metabolica. È come se si mettesse in ricarica un cellulare spento. Quando si riaccende, riprende l’attività. È una metodica in cui noi abbiamo già una notevole esperienza, inoltre, abbiamo anche messo a punto uno dei macchinari che utilizziamo».

Il trapianto si è svolto normalmente?
«Sì. È durato sette ore, il professor Cescon ha coordinato tutto e io ho eseguito l’intervento. In sala operatoria c’erano anche altri quattro chirurghi, gli infermieri e gli specializzandi, parte attiva nella fase di preparazione. L’organo ha ripreso a lavorare subito e quindi il recupero è stato veloce, tanto che il paziente è uscito dall’ospedale dopo due settimane senza alcun problema».

La perfusione, quindi, è il futuro della trapiantologia, visto che riduce i possibili danni sugli organi nella fase che va dalla donazione al trapianto?
«È così. Noi abbiamo ricevuto dal ministero un finanziamento di 430mila euro, diviso in tre anni, per confrontare 55 fegati e 55 reni sottoposti a perfusione, con altrettanti fegati e reni in cui questa procedura non è stata eseguita. I risultati si avranno fra tre anni, al termine dello studio».

(Donatella Barbetta, ilrestodelcarlino.it)

 

torna su