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Cantù: la storia di Bruno.

Vive con un cuore trapiantato da 25 anni.

30/12/2010
«A tutti dico sempre che ho due età. La prima, quella dell’anagrafe: 79 anni. La seconda, 54. Quando la mia vita si è fermata per ricominciare grazie alla medicina». Sono passati venticinque anni. Da allora, nel petto di Bruno Guglielmetti, batte il cuore di un’anonima ragazza francese, morta trentenne. Guglielmetti non ha mai saputo nient’altro di più della donatrice grazie al quale fu possibile il trapianto nella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 1985. Condannato a non avere speranza, a causa di una miocardite dilatativa e irreversibile, Guglielmetti sta per compiere un quarto di secolo con il suo cuore nuovo. «Sto bene – racconta l’uomo, tra i primi italiani a essere sottoposto a un intervento del genere – quei momenti, terribili e gioiosi, li ricorderò per sempre». «Di medicine non ce ne sono più. Il trapianto è l’unica soluzione», disse il dottor Giovanni Ferrari, il suo cardiologo comasco, in quell’autunno dell’85. «Fu lui che mi spiegò della possibilità in Francia, in un ospedale specializzato, il Louis Pradel di Lione – aggiunge Guglielmetti, noto cognome legato alla ditta di prodotti petroliferi di via Borgognone – ma chiesi anche un parere a un professore di Milano, ritenuto un luminare del settore. Non solo non ne sapeva nulla. Disse persino che il trapianto sarebbe stato inutile, perché avrei avuto due mesi di vita. Decisi comunque di andare a Lione». Il viaggio in treno, la moglie al vicino Hotel Ibis, tre mesi e sette giorni di calvario, senza garanzie e senza illusioni. La visita dei due medici, Chuzel e Dureau, il sì, «il trapianto si può fare», il ricovero immediato all’ottavo piano. Il Natale trascorso in gravi condizioni. «Mi portarono in rianimazione. Ricordo solo che mi sembrava di essere in una scatola. Una ragazza entrò a prendermi a pugni sul petto: era un massaggio cardiaco. Ma ricordo che chiesi di smettere, non mi rendevo conto, pensavo mi stessero uccidendo». Il 30 pomeriggio, la notizia del cuore nuovo, donato da una ragazza francese. «Ma non c’era niente di sicuro al 100% sull’esito del trapianto – rievoca Guglielmetti – mi portarono in sala operatoria. Entrai alle 21.15 della sera, per uscire alle 2.30 di notte. Cominciò la mia seconda vita». «Hai visto che stai bene, ce l’hai fatta», le prime parole della moglie Rita Arnaboldi, oggi 74enne, ancora commossa al solo pensiero. E poi il pianto liberatorio. (La Provincia, quotidiano di Como)
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