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Cordone: un capitale in fuga nelle banche estere.

Inchiesta - Milano

18/10/2009
La Sardegna è una delle otto regioni che non hanno una banca del sangue cordonale (che sono in totale 18, vedi cartina). La struttura dovrebbe essere in dirittura di arrivo, ma ancora alle donne dell'isola, al momento del parto, non resta che cestinare il prezioso cordone (che contiene cellule staminali in grado di "generare" le diverse componenti del sangue), o rivolgersi a una banca all'estero per conservare a proprie spese (circa 2000 euro, più a volte una sorta di "canone") il sangue cordonale a scopo autologo, ovvero "privato". In Sicilia, la banca del cordone di Sciacca con i suoi 74 punti nascita collegati (più di un quarto dei 290 reparti maternità abilitati in tutta Italia) ha raccolto 15 mila unità di sangue cordonale nel primo triennio di attività, fino a uno stop imposto da una vicenda giudiziaria (per sospette irregolarità nella gestione degli appalti). La raccolta è ripresa nel luglio 2008, ma ci sono ospedali che ignorano la riapertura della banca, o che lamentano di non aver ricevuto da essa alcun kit per i prelievi. Di fatto, nel secondo semestre dell'anno, solo la metà dei punti nascita abilitati alla raccolta l'ha fatta realmente, una decina non ha inviato più di un campione, altri centri non hanno raggiunto la decina di unità. A confermare queste difficoltà - e non solo in Sicilia - è il recente Rapporto 2008 sull'attività delle banche di sangue di cordone ombelicale (redatto dal Centro nazionale sangue e dal Centro nazionale trapianti): nel resto d'Italia, nel 2008 sono state circa 11 mila le sacche raccolte a scopo di donazione e di queste poco più di 3 mila hanno superato i test di qualità necessari per essere conservate a disposizione di malati da sottoporre a trapianto. Quasi 300, invece, le unità raccolte per destinarle a familiari malati. Il numero delle "donatrici solidali", però, è stato superato da quello dei genitori che hanno scelto la raccolta a fine autologo: oltre 12 mila le richieste di autorizzazione all'esportazione di sangue cordonale rivolte al Ministero della Salute, più di 10 mila quelle che hanno avuto l'assenso. «L'esplosione delle banche private — commenta Gloria Pravatà, responsabile relazioni esterne di Adisco, l'Associazione donatrici italiane sangue del cordone ombelicale — crea un mercato di informazioni concorrenti dove, chi sostiene la donazione pubblica e ha a disposizione risorse esigue, in genere soccombe. Le pubblicità delle banche private in cerca di clienti per il deposito l'autologo, invadono non solo la rete, ma anche il campo una volta riservato alla sola informazione sanitaria, con messaggi non sempre corretti sotto il profilo scientifico, ma molto accattivanti sul piano emotivo, giocati sulla promessa di una medicina futuribile». Tra le banche pubbliche, quella di Milano ha raccolto più unità (1631, con 705 "bancate"), seguita da Napoli (1093 raccolte, 510 bancate), Firenze (1062/134), Bologna (976/305) e Reggio Calabria (797/79). Il report evidenzia l'aumento del rapporto tra le unità raccolte e quelle conservate: vuol dire che tutta la "filiera" funziona meglio. Si arriva al 50% di unità "bancate" a Napoli, ma si scende al di sotto del 10% Reggio Calabria e al 12% a Firenze. Qui, però, si è preferito innalzare gli standard qualitativi per la conservazione, scelta ripagata da una maggiore richiesta da parte dei centri trapianti. È infatti quello del trapianto il momento in cui tutti gli sforzi della raccolta vengono ripagati. Dall'inizio della raccolta le banche italiane hanno fornito 784 unità; di queste oltre 500 sono servite per trapianti all'estero (Stati Uniti soprattutto, ma anche Paesi africani, sud America, Cina). «È chiaro che un ampliamento del numero dei centri di raccolta sia determinante per potenziare il sistema, ma vanno mantenuti standard qualitativi elevati» spiega Simonetta Pupella, responsabile area sanitaria del Centro nazionale sangue. Ciò si traduce, però, in difficoltà da parte delle donne di ricorrere alla procedura. «Spesso è impossibile effettuare la raccolta se la mamma partorisce nel fine settimana e molti ospedali ancora non offrono il servizio — denuncia Paola Pinna, presidente di Osidea Onlus, organizzazione che fornisce informazioni sul sangue cordonale —. Il numero delle lamentele, tuttavia, sta diminuendo». L'informazione, comunque, sembra essere l'anello più debole nella catena della raccolta di sangue cordonale. Se molte madri, al Nord come al Sud, sono informate della possibilità di donare il cordone e assistite al momento del parto (anche quando chiedono la raccolta del sangue cordonale per mandarlo privatamente all'estero), «tante mamme — dice Pinna — ancora ignorano l'opportunità di fare questo dono, e perfino gli operatori talvolta sono impreparati di fronte alle richieste dei genitori». Carenze di cui non è all'oscuro neanche il Centro nazionale sangue: «Noi facciamo di tutto per migliorare la comunicazione, però la concorrenza è agguerrita» commenta Simonetta Pupella, alludendo al settore delle banche private la cui presenza è sempre più capillare. Antonino Michienzi (www.corrieredellasera.it) Testimonianza: «Mio figlio vive grazie a quel dono» Il «piccolo Tyson» ce l'ha fatta. Oggi, questo ragazzo torinese, colpito dalla leucemia mieloide fulminante quando aveva 3 anni ed era forte come un pugile, è guarito, grazie a un trapianto di cellule staminali cordonali. Certo il suo fisico non è più robusto come una volta: le cure tentate prima del trapianto gli hanno fatto perdere un pò di chili e hanno rallentato la crescita, ma «è salvo — dice Giovanna, sua madre — grazie a quella mamma fiorentina che ha donato il cordone ombelicale». Nell'estate del 2000 il «piccolo Tyson» comincia a mostrare i segnali della malattia: inciampa, cade. «Forse è per colpa della sua mole» si pensa. Poi spuntano lividi sull'avambraccio, il volto è sempre più pallido. «Un mattino di settembre il bimbo si sveglia urlando, ha 40 di febbre — racconta la mamma —. Lo porto all'ospedale Regina Margherita; una visita, gli esami del sangue e un'osservazione attenta dei segni del corpo non lasciano dubbi ai medici: leucemia mieloide fulminante, nella forma più aggressiva». Iniziano le cure, poi si prova con un trapianto di midollo autologo. Passa un mese e il midollo del piccolo appare "pulito", libero da cellule neoplastiche. Ma poco dopo la malattia si ripresenta. Ancora cure farmacologiche, anche sperimentali e con pesanti effetti collaterali, ma la soluzione può essere un trapianto di cellule staminali. «Non c'è tempo da perdere: il piccolo sta male — prosegue a raccontare mamma Giovanna —. Si cercano le cellule staminali da un donatore compatibile e la risposta arriva dall'ospedale Careggi di Firenze». Nel settembre di 8 anni fa il «piccolo Tyson» viene dimesso: la sua vita può continuare. «Per mio figlio l'età dei giochi era già passata — ricorda la madre —. A 4 anni aveva cominciato a capire la malattia, a conoscere la chemio e la radioterapia, a scoprire che cosa fossero le cellule staminali, quando la maggior parte degli italiani non le aveva nemmeno sentite nominare». E. S.
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