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Cuoricino ebreo salva bimbo arabo

Il trapianto della pace tra neonati in un ospedale di Tel Aviv. I familiari: «Avviciniamo i due popoli»

16/10/2018

Lo staff del Centro medico Tel ha-Shomer di Tel Aviv ha vissuto all’inizio del mese giornate di grande tensione quando vi è stato ricoverato un bebè palestinese afflitto da una grave  malformazione al cuore. Mussa Assaqra, di sei mesi, era in punto di morte perché tutti gli interventi medici si erano rivelati vani. Quando per lui ogni speranza ormai stava svanendo i medici hanno appreso che in un altro ospedale era appena morto, in seguito a una malattia, un bambino israeliano di 18 mesi e che i suoi genitori acconsentivano al trapianto del cuore.

«Non è israeliano, è palestinese» hanno fatto notare i medici. «La cosa - hanno risposto i genitori - per noi non ha la minima importanza». E così lo staff medico ha immediatamente iniziato il trapianto: un’operazione – secondo l’ospedale- molto complessa, date le dimensioni del piccolo Mussa, e anche molto significativa. Si tratta infatti, secondo Tel ha-Shomer, del primo trapianto di cuore da un bambino israeliano in un bebè palestinese. Mussa era stato in pericolo di morte fin dalla nascita, quando in un ospedale di Ramallah (Cisgiordania) era stato rilevato che attorno al cuore aveva tumori. I medici palestinesi si erano consultati con quelli israeliani e già due volte il piccolo era stato ricoverato a Tel Aviv.

Tre settimane fa le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate e Mussa è stato allora collegato a un macchinario che simula il funzionamento del cuore e dei polmoni. Accanto a lui aveva la nonna. Il direttore del dipartimento chirurgico del Tel ha Shomer, David Mishaly, era molto preoccupato: in Cisgiordania i trapianti sono pressoché inesistenti, mentre in Israele Mussa avrebbe potuto ricevere un cuore solo se non ci fosse stato nessun altro bambino israeliano in lista di attesa prima di lui. Contro tutte le probabilità, così è avvenuto.

E anche la famiglia del donatore rimasta anonima ha contribuito a lanciare un proprio raggio di speranza. Al Tel ha-Shomer, come anche negli altri ospedali israeliani, le equipe mediche (dottori e infermiere) sono miste, composte da ebrei e arabi.

«Da noi - ha detto il dottor Mishaly (nell'immagine a lato) - non c’è politica. Qua siamo un’isola, un’oasi di pace. Siamo impegnati a curare chiunque, in modo egualitario, dignitoso, con rispetto». A posteriori, hanno detto i medici, che Mussa sia sopravvissuto all’operazione «è già un miracolo» date le sue precarie condizioni mediche. Ancora oggi non si può dire che sia fuori pericolo.

Resta intanto la commozione della nonna, Tamam, che ha voluto ringraziare la famiglia dei donatori. «Il loro - ha detto - è stato un gesto molto nobile. Non era affatto scontato. Speriamo che episodi del genere riescano ad avvicinare i due popoli».

(Aldo Baquis, La Nazione – Il Resto del Carlino – Il Giorno)

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