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Donazione organi: la tentazione di sapere la provenienza del dono più raro.

25/05/2015
É un argomento molto delicato quello della "Donazione degli organi". Una questione molto più complessa che supera quel divario che c'è tra chi è favore e chi non lo è. É un viaggio che va intrapreso con cautela e tatto perché è pur sempre umano sognare che un nostro caro, in qualche modo, prosegua nella quotidianità di un'altra persona, ma che tuttavia non è reale. Sono stati scritti libri, raccontate storie e girato film di fantasia sull’argomento. Ma appunto, è solo fantasia. Tuttavia resta una questione molto delicata e della quale si dovrebbe conoscere la verità e non aggrapparsi a quello che potrebbero essere i nostri desideri. Sto infatti parlando della “donazione degli organi“, un argomento molto delicato al di la della disquisizione di chi è favorevole o contrario a questa decisione. Il punto di vista che mi piacerebbe affrontare riguarda il rapporto tra il donatore e il ricevente. Dai primi trapianti ad oggi i medici hanno imparato a gestirne meglio le fasi e a tutelare la vulnerabilità delle famiglie che si trovano ad affrontare questo tipo di situazione. Quando un organo viene trapiantato è sempre forte la tentazione di sapere da dove possa provenire la donazione, magari chi sia stato il salvatore, e soprattutto per alcune famiglie, in qualche modo, cercano di scoprire chi fosse il ricevente, con la speranza di trovare il proseguimento del proprio caro in esso. Tuttavia alle volte è meglio non sapere, e il personale medico lo ha poi scoperto con l’esperienza maturata nell’accompagnare i pazienti durante questo viaggio, concordando in modo unanime che la scelta dell’anonimato è la via più giusta per entrambe le famiglie. Interessante è l’articolo comparso sulla rivista “D La Repubblica”, dove una giornalista affronta l’argomento ripercorrendo a ritroso varie situazione di trapianto di organi, partendo dal primo in assoluto, almeno per quanto riguarda l’Italia. Fu un evento straordinario, in quel caso seguito da tutta la nazione. Era il 1985 quando Francesco Busnello, 18enne, fu il primo donatore d’organo nel nostro Paese, e mentre lui smetteva di vivere Ilario Lazzari continuava il suo viaggio su questa terra grazie al cuore di Francesco. Come vedete questa storia ha due nomi e cognomi e vent’anni dall’accaduto il padre di Busnello ha dichiarato: “Abbiamo vissuto una fase, chiamiamola così, un po’ difficile per noi, perché nella nostra cultura il cuore è la sede dei sentimenti, e ci aspettavamo che in Ilario Lazzari si ravvivassero alcune caratteristiche di nostro figlio“, e solo con il tempo il padre di Francesco capì che in realtà tutto questo non aveva senso. L’anonimato resta la miglior scelta e molte sono le storie di incontri tra donatore e famiglia del ricevente che non sono andati a buon fine causando, spesso, delle dipendenze psicologiche. Silvia Bencivelli della rivista “D La Repubblica” ne racconta qualcuna: un esempio è quella della madre di un bambino morto in un incidente. Alla scoperta che il ricevente del cuore del figlio era un bambino della sua età era diventata ossessiva nei confronti di quest’ulitmo. Si appostava sottocasa, controllava come fosse vestito, lo telefonava. Un’altra storia invece è quella dei genitori che hanno preteso dalla ragazza che aveva ricevuto il cuore della figlia che a sua volta chiamasse la sua bambina con lo stesso nome della sua donatrice. Ma ci sono storie ancora più complesse, anche quelle in cui famiglie del donatore chiedevano un compenso economico. Per questo la procedura del trapianto oggi viene tutelata nella segretezza e Francesca Alfonsi, psicologa psicoterapeuta del Coordinamento Donazione organi e tessuti del Policlinico di Tor Vergata di Roma dichiara: “Il familiare del donatore non deve vedere nel ricevente il prolungamento del proprio caro. E il ricevente deve essere libero di sentirsi se stesso“. Poi ovviamente si accompagnano le famiglie in un percorso delicato, da quello dell’accettazione della morte encefalica del proprio caro in cui gli organi sopravvivono per via delle macchine e assisterli nella scelta circa di trapianto, anche se va presa in un momento difficile. E lo stesso vale per i 9000 pazienti in lista per la donazione degli organi. Anche in questo caso si accompagna la persona attraverso una preparazione psicologica: “Perché un trapianto va accettato ed elaborato prima con la testa, e poi col corpo“, dichiara Alfonsi. Non sono mancate storie di persone che non accettato il proprio organo quando hanno saputo di chi era stato o per via dell’etnia, della religione, facendosi così condizionare nelle proprie scelte di vita. Il donatore e il ricevente sono spesso accoppiati da un sistema informatico controllato anche da medici, poi nella sala operatoria uno di loro uscirà con le proprie forze e ovviamente mai si conosceranno. La segretezza nonostante possa sembrare riprovevole in alcune occasioni, in questo caso non lo è anzi è necessaria e valida. Tuttavia, spesso succede che i riceventi si mettono alla ricerca del proprio donatore utilizzando i mezzi più disparati, anche i social network. E a volte anche la cronaca, involontariamente, dà questo tipo di informazione quando riporta la notizia di una persona travolta in un incidente che decide di donare gli organi, e al ricevente basterà fare che 2+2. Una testimonianza importante e che può farci capire seriamente la questione dell’anonimato è quella di Federico Finozzi, presidente della sezione toscana dell’Aido (Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule) in quanto dichiara “Quello di un organo è il dono per eccellenza, – prosegue Finozzi – perché non puoi chiedere niente indietro, visto che non ci sei più. ma soprattutto perché si dona all’umanità, non a un contenitore di nome Federico“. Finozzi parla di se’ perché all’età di 28 anni, quando da 10 lottava contro una malattia rara, ha ricevuto anche lui uno dono e i medici, in un mese di maggio, prima della possibilità del trapianto avevano detto ai genitori che gli restavano solo pochi mesi di vita: “La sera non mi volevo addormentare perché avrei potuto non risvegliarmi. E al mattino ero contento perché esattamente il 29 luglio, arrivò un regalo prezioso ma inaspettato. Che non avevo chiesto a nessuno“. Erano 20 sacchi di sangue e un fegato nuovo. In quanto al donatore Finozzi dichiara che non ha mai sentito l’esigenza di conoscere la famiglia: “nessuno è morto per darci la vita. Lo dico sempre: i nostri donatori erano morti comunque. Non dobbiamo sentirci in colpa per nessuno. E io ora ho una vita splendidamente normale, che è solo mia“. Oggi Finozzi è un super campione di nuoto che ha vinto numerose medaglie ai mondiali per i trapiantati, stabilendo anche il record mondiale dei 50 metri rana. E come riporta il settimanale IO Donna “Il mio trapianto ha permesso la moltiplicazione della vita. Se i familiari del mio donatore quel giorno avessero detto di no, e se i venti donatori di sangue fossero andati al mare, non ci sarei io, ma non sarebbe nata nemmeno Rebecca – la figlia di 6 anni di Finozzi – Mi piace pensare che anche tra cent’anni qualcuno nascerà grazie a quei ventuno, generosi, anonimi, sì“. Tuttavia anche se gli incontri tra il donatore e il riceventi sono tutelati dall’anonimato esiste un modo per comunicare, almeno per chi dona il midollo osseo, attraverso il Registro Nazionale Donatori di Midollo Osseo, presso l’Ospedale Galliera di Genova ricevendo le testimonianze scrivendo a gior.dini@gmail.com, e dove donatore e ricevente possono scambiarsi lettere e disegni. Anche se può risultare necessario conoscere il nostro donatore e viceversa, per la famiglia del donatore conoscere il ricevente, bisogna capire che il desiderio di rivedere nel ricevente, il proprio caro, non esiste, non è reale. Ricordo di aver letto un libro tempo fa, scritto da Cecilia Ahern, si intitola “Grazie dei ricordi”, dove una donna a seguito di una trasfusione di sangue incomincia ad avere visioni che non erano sue e a parlare lingue che non aveva mai studiato fino ad arrivare al suo donatore e rovinare tutto. Ma ovviamente questa è solo una storia che potrebbe avere o meno un lieto fine solo se confinato nel mondo di un romanzo di fantasia. L’eredità dei nostri ricordi, della nostra memoria è racchiusa nell’anima e resiste a molte vive. Il corpo è soltanto un involucro che ci è stato concesso per intraprendere questo viaggio chiamato “vita”, ma la verità è che solo l’anima immortale resiste attraverso il tempo e lo spazio. Giulia Maria Averaimo, News 24h
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