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Dopo il trapianto di mani Carla: “Oggi posso cucinare”.

Dopo un anno e mezzo l'équipe del primario Del Bene studia i progressi della 54enne di Gorla Minore sottoposta a trapianto. La chiave del successo: le cellule staminali.

02/03/2012
Il regalo più bello, il traguardo più importante, ha il profumo e il gusto di una scatola di biscotti al cioccolato fatti con le sue mani. Le sue mani nuove. Carla Mari li ha voluti preparare e sfornare per tutti i medici dell'équipe del San Gerardo che quasi un anno e mezzo fa le ha permesso di iniziare un lento ritorno a una vita normale. Costretta a subire l'amputazione di entrambe le mani e le gambe a causa di una violenta infezione, la 54enne di Gorla Minore in provincia di Varese è stata sottoposta al trapianto bilaterale degli arti superiori, il primo in Italia. Due anni di preparazione, 6 ore di intervento e una riabilitazione che le sta restituendo sempre più autonomia. «I progressi sono quotidiani e visibili», spiega Massimo Del Bene, il direttore della Chirurgia della mano del San Gerardo che ha coordinato l'intervento. Oggi la signora Carla riesce ad andare in bagno da sola, usa il computer, compone i numeri sul cellulare, riesce a scrivere e a firmare e, dopo tanto allenamento con la plastilina, ha potuto iniziare a impastare in cucina (come dimostra il video). Ma ciò che «ci dà grande soddisfazione è il cosiddetto effetto chimerico soprattutto sulla mano destra, ovvero la tolleranza immunologica dell'arto trapiantato - annuncia Del Bene - . Il Dna della paziente ricevente ha invaso per il 93% la cute della mano della donatrice: in poche parole, ormai la mano trapiantata è praticamente del tutto della signora Mari». E questo è «il segno che le cellule staminali mesenchimali utilizzate subito dopo il trapianto stanno dando risultati eccezionali, primo caso al mondo». I risultati delle biopsie cutanee parlano chiaro. E confermano l'intuizione scientifica del microchirurgo di Monza di utilizzare le cellule staminali. Le cellule - che si è scoperto hanno una potente azione immunosoppressiva - sono state prelevate dal midollo della paziente, espanse e poi re-iniettate nella paziente nelle prime 24 ore dall'intervento e poi dopo 15 giorni. Gli effetti sono estremamente positivi sul fronte della terapia contro il rischio di rigetto: «Non abbiamo avuto alcun problema in nessun momento e stiamo utilizzando 2 immunosoppressori rispetto ai 3 impiegati negli altri casi al mondo. E comunque in una dose bassa, quasi sotto la soglia terapeutica». La paziente sta facendo meno della metà di quanto si deve fare dopo un trapianto di fegato. E l'obiettivo è di arrivare a un solo farmaco. Ma se il Dna della signora Mari dovesse invadere completamente gli arti ricevuti, si potrebbe davvero pensare a eliminare i farmaci. (Marco Galvani, Il Giorno)
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