indietro

Estendere i tempi di conservazione degli organi?
Forse sarà possibile.

Da Trapianti.net

02/09/2014
Non più corse contro il tempo per portare a destinazione gli organi da trapiantare: una nuova tecnica che combina bassissime temperature e sostanze protettive per i tessuti promette, infatti, di estendere fino a quattro giorni i tempi di conservazione dell’organo. È quanto hanno dimostrato i primi test effettuati sul fegato, finora solo su modello murino, dai ricercatori dell’Harvard Medical School di Boston, come spiega lo studio pubblicato online su Nature Medicine. Un risultato che potrebbe segnare una svolta nella pratica clinica dei trapianti. Estendere, infatti, la durata del tempo in cui un organo può essere preservato potrebbe avere un impatto davvero rilevante sugli outcome, visto che attualmente i limiti fissati per la conservazione vanno mediamente dalle 6 alle 24 ore, in base all’organo. Utilizzando una combinazione tra temperature fredde e una soluzione chimica sviluppata inizialmente dai ricercatori della Wisconsin-Madison University nel 1983, la tecnologia attuale consente la conservazione degli organi fuori dal corpo per un massimo di un giorno o poco più. Questa metodica ha indubbiamente contribuito ad aumentare il numero di trapianti ma riuscendo ad estendere ulteriormente il tempo d’ischemia fredda si avrebbero ancora più vantaggi: più tempo per la preparazione del ricevente, notevoli facilitazioni nella logistica e, non da ultimo, l’espansione delle aree di donazione. La difficoltà di conservazione a lungo termine degli organi umani deriva principalmente dall’esteso danno tissutale che s’instaura quando questi vengono crioconservati, a causa delle differenti modalità con cui reagiscono al freddo le diverse strutture cellulari. Per contrastare queste problematiche, Martin Yarmush e Korkut Uygun, del Center for Engineering in Medicine del Massachusetts General Hospital di Boston, hanno sviluppato una tecnica di conservazione in quattro fasi che ha triplicato il tempo in cui i fegati murini possono essere conservati prima del trapianto. L’approccio messo a punto dai ricercatori si basa sul “super-raffreddamento” e sulla conservazione dei tessuti tramite una macchina per la perfusione extracorporea, che infonde una sorta di soluzione antigelo nel fegato mentre viene raffreddato. Il primo passo è stato quello, appunto, d’impiegare la macchina di perfusione in modo da fornire ossigeno e nutrienti ai capillari dei tessuti biologici fuori il corpo. Per ottenere questo risultato, i ricercatori hanno aggiunto alla soluzione un composto di glucosio modificato (3-O-metil-D-glucosio). Il 3-OMG, non potendo essere metabolizzato dalle cellule, si accumula negli epatociti e agisce come un protettore contro il freddo. Il team ha inoltre modificato la soluzione con l’aggiunta di PEG-35kD (ossido di polietilene) per proteggere, in particolare, le membrane cellulari. L’ossido di polietilene, o glicole polietilenico, è l’ingrediente attivo dell’antigelo e funziona abbassando il punto di congelamento di una soluzione. I fegati sono stati poi lentamente super-raffreddati al di sotto del punto di congelamento, a 21 gradi Fahrenheit. Dopo aver raffreddato gli organi per diversi giorni, i ricercatori hanno nuovamente utilizzato la macchina di perfusione per riscaldarli, fornendo, contestualmente, ossigeno e altri nutrienti in preparazione del trapianto. In questo modo hanno ottenuto il 100% di sopravvivenza a un mese dal trapianto nei topi che hanno ricevuto fegati conservati per tre giorni e circa il 60% di sopravvivenza nei roditori trapiantati con fegati conservati per quattro giorni. Nessun organo, invece, è rimasto vitale quando è stato conservato per 3 giorni usando i metodi tradizionali. La ricerca è supportata dal National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering (NIBIB) e dal National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases (NIDDK). “Il prossimo passo sarà quello di condurre studi simili in animali più grandi”, ha affermato Rosemarie Hunziker, direttore del Tissue Engineering and Regenerative Medicine Programme del NIBIB. Il processo deve, ovviamente, passare attraverso numerosi test di affinamento prima di poter essere considerato per l’utilizzo nell’uomo. Ma essere riusciti a raggiungere elevati tassi di sopravvivenza del trapianto con fegati conservati per tre giorni potrebbe avere notevoli ripercussioni per le future applicazioni cliniche. Si pensi solo alla possibilità di espandere l’area di donazione a livello mondiale. Potendo utilizzare organi di donatori che si trovano a distanze geografiche impensabili fino ad ora, si potrebbero realizzare prelievi e trapianti intercontinentali con molte più possibilità, per ogni paziente in lista di attesa, di trovare l’organo che sta aspettando e di salvare molte più vite, soprattutto tra coloro che sono in condizioni di urgenza. Bibliografia Berendsen TA, Bruinsma BG, Saeidi N,t al. Supercooling enables long-term transplantation survival following 4 days of liver preservation. Nat Med. 2014 Jun 29.
torna su