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Funziona il rene «riciclato» in laboratorio.

Alcuni ricercatori sono riusciti a riportare in funzione il rene di un topo impiantando in esso nuove cellule e ripulendolo.

17/04/2013
Filtra il sangue e produce urina, le fondamentali funzioni renali. Ma per il momento la grande rivoluzione riguarda solo i topi. La possibilità di costruire reni in laboratorio è improvvisamente più vicina e la medicina rigenerativa sta cambiando anche la nefrologia, grazie a un’innovativa tecnica sperimentata dai ricercatori di Boston su cavie da laboratorio. LO STUDIO Innanzitutto è bene ricordare che il rene è l’organo trapiantabile del quale vi è più richiesta al mondo, basti pensare che negli Usa sono circa 100mila le persone in attesa di trapianto, ma ogni anno vengono eseguiti all’incirca solo 18mila interventi. Lo studio del Massachusetts General Hospital, pubblicato su Nature Medicine, descrive la tecnica che ha portato alla creazione in laboratorio di un rene che, trapiantato su animali, funziona e produce urina. I ricercatori sottolineano che la funzionalità è ridotta rispetto a un organo naturale, ma al tempo stesso sostengono di avere imboccato la strada giusta: quella della medicina rigenerativa. LA TECNICA La tecnica messa a punto nei laboratori americani prevede di utilizzare un rene vecchio, privato di tutte le cellule malfunzionanti, in modo da ottenere una struttura a nido d'ape che viene integrata con cellule del paziente stesso. Due i vantaggi: il primo riguarda l'eliminazione degli immuno-soppressori utilizzati a vita dai trapiantati e la seconda riguarda i molti organi inutilizzabili per i trapianti, ma che potrebbero servire come struttura base. Gli studiosi americani hanno provveduto a decellularizzare reni di topo, maiale e uomo grazie a una tecnica di perfusione detergente, ottenendo una struttura acellulare con la normale dotazione vascolare, corticale e midollare. Per rigenerare il tessuto renale sono state utilizzate cellule epiteliali ed endoteliali che hanno rimpiazzato le cellule eliminate. FUNZIONALITÀ RIDOTTA Dopo 12 giorni in un bioreattore che ha simulato le normali condizioni dell’organismo di un topo, il risultato è stato un rene in grado di produrre urina sia "in vitro" (con una funzionalità pari al 23 per cento rispetto a un organo sano) che "in vivo" (trapiantato nei topi, la funzionalità scende al 5 per cento). Secondo il capo-ricercatore Harald Ott questo non deve però scoraggiare poiché «una funzionalità tra il 10 e il 15 per cento potrebbe consentire a molti pazienti di rendersi indipendenti dall’emodialisi». Inoltre la peculiarità di questa tecnica è che l'architettura dell'organo originario viene preservata, e così l’organo ottenuto può essere trapiantato come un normale rene di donatore e connesso al sistema vascolare e delle vie urinarie del destinatario. È d’altro canto evidente che molte sono ancora le incognite su un possibile e auspicabile impiego di questa tecnica sugli esseri umani. Agli scienziati spetta infatti il compito di migliorare la funzionalità del rene ottenuto in laboratorio e accertare che questa sia costante anche nel lungo periodo. Inoltre le dimensioni del rene umano (decisamente più grande di quello dei topi) potrebbero rappresentare un ostacolo all’esatto posizionamento delle nuove cellule all’interno dell’organo. REMUZZI: «IDEA VINCENTE» Abbiamo sentito il parere del professor Giuseppe Remuzzi, primario dell'unità operativa di nefrologia e dialisi degli Ospedali Riuniti di Bergamo e coordinatore delle ricerche per l’Istituto Mario Negri, il quale ha definito la linea di ricerca del Massachusetts General Hospital di Boston molto promettente e sostanzialmente simile a un progetto portato avanti dallo stesso Istituto Mario Negri: «C’è un finanziamento europeo su questa linea di ricerca che interessa il nostro stesso istituto, impegnato in un progetto simile a quello di Boston, a eccezione del fatto che noi stiamo utilizzando invece cellule progenitrici (anziché adulte), da noi considerate più adatte». «Nonostante il recupero della funzionalità del rene sia ancora un obiettivo lontano - aggiunge Remuzzi -, l’idea che si possa utilizzare l’architettura di un rene e ripopolarla di cellule nuove è vincente e soprattutto in un futuro si può considerare l’idea di usare lo stesso rene malato del paziente. E pensare che le prime volte che abbiamo ipotizzato una sperimentazione simile ci siamo sentiti dare dei visionari». Il percorso è lungo, ma promettente insomma e l’obiettivo è rivoluzionario: fare in modo che la dialisi entri a far parte della storia della medicina. (Emanuela Di Pasqua, Corriere.it)
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