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Idoneità del donatore, nuovi elementi invitano a osare di più.

Da Trapianti.net

16/06/2014
Ci sono attualmente oltre 107.000 persone in attesa di un trapianto di rene negli Stati Uniti e 16.420 attendono un trapianto di fegato. I tempi di attesa sono lunghi e le donazioni non riusciranno mai a coprire il fabbisogno di tutti i pazienti in lista di attesa. Gli operatori sanitari sono quindi chiamati al difficile compito di garantire che le necessità di trapianto non vadano a discapito della sicurezza e della qualità del trapianto stesso e a massimizzare la longevità e la salute dei pazienti trapiantati con gli organi che si rendono disponibili. Tre nuovi studi, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sul British Journal of Surgery, indagano in che modo i processi decisionali potrebbero essere migliorati. Il primo studio, condotto da un team di ricercatori britannici guidato da Rajeev Desai, del NHS Blood and Transplant, ha analizzato il rischio di “trasmissione” del cancro da donatore a ricevente. Nella loro ricerca gli autori concludono che il rischio di trasmissione è veramente molto basso (0,01-0,05%). Tuttavia, alcuni organi donati vengono rifiutati perché tale rischio è considerato troppo elevato, il che significa che molti pazienti muoiono prima che un donatore alternativo diventi disponibile. Questa ricerca evidenzia che tali preoccupazioni sono “ingiustificate”. Il team ha analizzato oltre 17.600 donatori utilizzati per trapianto. Di questi, 61 avevano avuto il cancro ed erano stati classificati ad alto rischio (alcuni anche a rischio inaccettabile). I ricercatori hanno poi constatato che nei 133 pazienti che avevano ricevuto gli organi di questi donatori, a 10 anni dall’intervento, non vi era alcuna evidenza di “trasmissione” del cancro e hanno stimato che il trapianto aveva, invece, permesso loro un guadagno, in termini di sopravvivenza, di circa 7 anni rispetto alla condizione di non trapianto. Rajeev Desai afferma che, sulla base di questi risultati, sembra che il rischio di trasmissione del cancro sia “sopravvalutato”, aggiungendo che per molti donatori con una storia di tumore, e per questo esclusi dal trapianto, il rischio di trasmissione è in realtà molto basso. “Questi organi possono invece essere trapiantati con un rischio molto basso e controllato, con conseguente significativo miglioramento della sopravvivenza dei riceventi”, conclude l’autore. In un secondo studio i ricercatori, guidati da Oliver Detry, dell’Università di Liegi, in Belgio, hanno valutato se il ricorso a donatori sopra la soglia dei 60 anni in arresto cardiocircolatorio potesse influenzare l’esito del trapianto di fegato. Il team si è concentrato quindi solo su casi di donors after cardiac death (DCD) in cui l’unica variante era rappresentata dall’età del donatore. Sono stati quindi valutati i trapianti di fegato con organi prelevati da donatori, in tutto 70, tra i quali 32 avevano un’età media di 55 anni, 20 un’età compresa tra 56 e 69 anni e 18 settant’anni e oltre. Analizzando la sopravvivenza dei riceventi a 1 e a 3 anni dal trapianto i ricercatori hanno potuto osservare che gli outcome non erano diversi tra i tre gruppi, almeno sino a quando il tempo di ischemia fredda si era mantenuto entro le 6 ore. “La popolazione dei Paesi occidentali sta invecchiando sempre più e dovremo prendere in considerazione i donatori più anziani ancora più spesso in futuro”, commenta Detry. I risultati dello studio dimostrano che il fattore età non influenza l’esito del trapianto di fegato, nemmeno nei donatori DCD che pure ricevono un insulto anossico rilevante, purché l’organo sia refrigerato per non più di 6 ore. Solo un tempo di’ischemia fredda protratto oltre questo limite può provocare un danno d’organo in questi donatori. Nel terzo studio Thamara Perera, del Queen Elizabeth Hospital (Regno Unito), ha approfondito l’importanza della riduzione del tempo d’ischemia fredda per i fegati prelevati da donatori in DCD avvalendosi della microdialisi per preservare l’energia metabolica di questi organi. La metodica ha permesso ai ricercatori di osservare le differenze, in termini di riserva metabolica, tra organi di donatori in morte cerebrale e donatori DCD , accertando che i fegati da donatori DCD perdono energia durante la conservazione prolungata a freddo. Infatti i graft persi dopo il trapianto erano quelli che, a causa delle prolungata ischemia fredda, avevano subito un notevole decremento di energia metabolica. Commentando i risultati dello studio, l’autrice afferma: “Il valore di questi risultati sta nella capacità di prevedere possibili eventi indesiderati prima di eseguire il trapianto vero e proprio”. Bibliografia Desai R, Collett D, Watson CJ, et al. Estimated risk of cancer transmission from organ donor to graft recipient in a national transplantation registry. Br J Surg. 2014 Apr 28. doi: 10.1002/bjs.9460.
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