indietro

Il CORPO E L'IDENTITA' DEL PAZIENTE TRAPIANTATO

Alcune riflessioni sulle rappresentazioni e i valori etici e culturali che si accompagnano al dono e al trapianto degli organi, della psicologa Vania Sessa

15/08/2004
Il CORPO E L'IDENTITA' DEL PAZIENTE TRAPIANTATO Effettuati per la prima volta negli anni sessanta, i trapianti d'organo hanno visto costanti e significativi progressi tecnologici che ne hanno notevolmente aumentato le possibilità di successo, tanto che ormai non vengono più considerati come procedure sperimentali. Rappresentano uno dei maggiori successi della medicina contemporanea poiché aprono la possibilità di curare alcune gravi malattie terminali, permettendo così di realizzare l'antico sogno dell'umanità ben rappresentato nel dipinto del Beato Angelico conservato nel convento di San Marco, a Firenze: in questo dipinto i Santi Cosma e Damiano sostituiscono la gamba in cancrena di un paziente affidato alle loro cure con quella sana di un guerriero saraceno appena deceduto. D'altro canto, queste nuove possibilità terapeutiche offerte dai recenti progressi scientifici e tecnologici in ambito medico e chirurgico, possiedono profonde implicazioni etiche, sociali, esistenziali e psicologiche per il paziente candidato, la sua famiglia, per la famiglia del donatore e l'équipe curante. Se da un lato il trapianto rappresenta una conquista verso il dominio dei processi di deterioramento degli organi e verso il controllo dell'uomo sulla durata della vita e della morte (Chiesa, 1989), va d'altra parte considerato che esso costituisce un'esperienza limite, situata sul confine che separa queste due realtà, queste due possibilità, l'una dall'altra. Un'esperienza che ripropone il tema della morte e del significato della vita in termini inconsueti: tutti i pazienti che passano attraverso l'evento trapianto hanno necessariamente avuto un impatto con l'idea della morte, la quale viene sempre molto temuta, negata e rimossa dalla nostra società. Anche se, come specifica in proposito Chiesa (1989), nonostante il superamento positivo della fase sperimentale, i trapianti rimangono ancora connotati dalla caratteristica di life extending, più che di life saving (tipica, invece, delle modalità terapeutiche considerate risolutive), il significato di tale definizione, secondo l'Autrice, coinvolge il paziente in un vissuto di eccezionalità che sottolinea l'aspetto di "offerta di un extra time di vita" rispetto a quanto gli sarebbe stato naturalmente concesso. Quanto detto - e ciò che seguirà - ci lascia immaginare quanto possa essere difficile, sofferto e complesso il percorso psichico di coloro i quali vengono sottoposti a tale tipo di intervento; un intervento che va ad interessare nodi molto delicati dell'equilibrio mentale del paziente relativi alla peculiare condizione che l'essere trapiantato impone, e al modo in cui nella "nuova" condizione egli percepisce il proprio corpo e la propria identità. Abbiamo visto come la pratica dei trapianti abbia suscitato fin dal suo sorgere discussioni di natura morale e legale, sia che si trattasse di trapianto da vivente, sia che si trattasse di trapianto da cadavere. Nel primo caso, i problemi riguardavano particolarmente le garanzie di consenso libero ed informato da parte del donatore, o la prevenzione di forme di commercializzazione e sfruttamento. Mentre, nel secondo caso, il nodo più delicato è stato quello della determinazione del "tipo di morte" in seguito al quale è lecito sostenere che l'espianto venga operato da un cadavere, oltre che dei criteri di accertamento della medesima. Anche dando per risolto questo problema, non vengono soppressi, neppure in questo secondo caso, problemi circa il consenso al prelievo da parte di coloro che possano avere il diritto a concedere o negare la disponibilità del cadavere a tal fine, problemi che, come abbiamo già visto, aprono una serie di prospettive riguardanti la cultura della donazione, la regolamentazione per legge della disponibilità degli organi, e via dicendo. E' significativo che nei problemi sinora menzionati, non appaia la figura del paziente che deve ricevere il trapianto. Entro certi limiti ciò è comprensibile, poiché ai trapianti si ricorre come ultima ratio, in presenza di patologie gravi, e quindi è abbastanza ovvio che si tratti di qualcosa che va a vantaggio del malato: "anche se egli dovrà essere d'accordo nel richiedere il trapianto, non si vede di cos'altro ci si dovrebbe poi preoccupare" (Soricelli, 1994, p. 8). Tuttavia è lecito avanzare la domanda se, nel caso specifico del trapianto di organi, la situazione del paziente non sia piuttosto diversa da quella di colui che subisce un'operazione, anche di notevole complessità, e non vada quindi considerata con qualche maggiore attenzione, specialmente nella fase post-trapianto. E' del tutto ovvio (sempre da un punto di vista medico), che un trapiantato vada seguito e controllato come qualunque paziente che abbia subito un intervento impegnativo e sia esposto a rischi di ricadute o complicazioni. Ma nel suo caso sembra esserci qualcosa di più: il fatto di aver ricevuto un nuovo organo è qualcosa di diverso dall'aver subito un intervento riparatore, una rimozione, o l'inserimento di una protesi. C'è l'impressione che, in questo caso, sia cambiato qualcosa nel corpo (e magari anche nel contesto della personalità) del paziente e, che possa farsi sentire, a livello di vissuto personale, qualche effetto del fatto che dentro di lui stia funzionando l'organo di un altro, e magari anche della consapevolezza che quell'organo sia stato disponibile perché quell'altro è morto. Si tratta allora di considerare il vissuto del trapiantato come uno di quegli aspetti non strettamente medici che fanno della guarigione un recupero il più pieno possibile di uno stato soddisfacente di vita. L'uomo e il corpo L'argomento che tratterò pone la sua attenzione al "vissuto" del trapiantato, incominciando dalla sua dimensione strettamente corporea, vale a dire dalla sua corporeità individuale. Che, superando il punto di vista parziale della semplice fisiologia, si domanda come il soggetto percepisca la presenza all'interno del proprio corpo di un elemento nuovo che, ancorché integrato e compatibile, resta pur sempre svincolato dalla sua totalità genetica. Ma prima di concentrarci sulla dimensione delle conseguenze del trapianto, è interessante vedere come il corpo sia vissuto dalla società e dall'individuo, visto che l'immagine che si crea di esso andrà sicuramente ad influenzare sia la donazione e sia, soprattutto, l'accettazione del trapianto da parte del paziente. Innanzitutto va evidenziato che la percezione del corpo non deve essere vista come un fatto privato, ma essenzialmente come un fatto pubblico. Sia Mary Douglas (1979) sia Galimberti (1993) evidenziano questa funzione sociale del corpo. Galimberti ritiene il corpo una "memoria" attraverso la quale la società ricorda all'individuo le sue leggi; nelle società non occidentali, attraverso i riti iniziatici, l'individuo viene marchiato con segni indelebili che gli assegnano un posto all'interno della società. In modo meno cruento anche la nostra società ci marchia attraverso l'uso di quelli che vengono chiamati status symbols. Secondo l'Autore, il corpo attraverso i codici della società acquista l'identità del gruppo e perde quell'ambivalenza, data da tutti i suoi possibili significati, per restringersi a quelli che sono strettamente controllati dal gruppo. Anche M. Douglas fa un'analogia tra il corpo sociale e il corpo fisico, ritenendo che il primo determini il modo in cui viene percepito il secondo. Il corpo fisico diviene strumento di espressione e ciò avviene attraverso varie categorie culturali che attingono all'idea stessa di corpo prodotta dalla società, come le cure che gli vengono dedicate, la pulizia a cui è sottoposto, le varie teorie sulla necessità del sonno, dell'esercizio fisico, sul come e quando sopportare il dolore, ecc. Ricordando Mauss, l'antropologa inglese afferma che il corpo è l'immagine della società e l'interesse verso parti di esso esprime la particolare attenzione verso determinati aspetti della vita sociale. Un esempio è quello dell'interessamento agli orifizi del corpo che può essere messo in rapporto alla preoccupazione sulla sicurezza delle entrate e delle uscite nel territorio del gruppo. Anche le relazioni fra gli organi, come la testa ed i piedi, la bocca e l'ano, ecc., possono rispecchiare gli schemi gerarchici della società ed il rilassamento o le ristrettezze del controllo del corpo rispecchiano lo stesso genere di comportamenti all'interno del gruppo; è possibile, perciò, sostiene la Douglas (1979), tracciare una corrispondenza fra controllo sociale e controllo corporeo. Ed ancora del "corpo" parla Cardona quando si riferisce al detto greco: "di tutte le cose è misura l'uomo" (1985, p. 44). E' l'uomo che genera lo spazio, visto che ne occupa la posizione centrale; nel suo orientarsi l'uomo percepisce gli oggetti che lo circondano e nel caso del proprio corpo egli è nello stesso tempo soggetto percepente e oggetto percepito. Ma la categorizzazione del corpo non è universale, ancora una volta essa è determinata dal gruppo culturale di cui fa parte: non esiste un'identica segmentazione del corpo, tanto che l'Autore sostiene che si potrà considerare come insieme unico, per esempio, sia l'insieme gamba/piede sia quello braccio/mano, evidenziando come il corpo culturale e quello anatomico si differenzino e come la relazione del tutto con le parti rispecchi generalmente, come anche la Douglas ci ha riferito, gli schemi gerarchici all'interno del gruppo. Altro aspetto attraverso il quale si può analizzare il corpo riguarda la contrapposizione corpo/anima che è stata introdotta in Occidente principalmente da due correnti di pensiero, la filosofia di Platone e la religione biblica. Platone crede nell'essenza trascendente della verità che perciò deve liberarsi della materia in quanto ostacolo alla sua acquisizione; solo l'anima liberata dal corpo può raggiungerla. Galimberti (1993) parla a tale proposito dell'inaugurazione di una "logica disgiuntiva" nella quale l'uomo è diviso in anima e corpo e la materialità diventa disvalore che si oppone all'essenza ideale della verità e cita il seguente passo tratto dal Fedone: "...fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato ciò che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità. (...) Pertanto, nel tempo in cui siamo in vita, come sembra, noi ci avvicineremo tanto più al sapere quanto meno avremo relazioni col corpo e comunione con esso" (1993, p. 25). Nonostante Aristotele abbia sovvertito questo pensiero, definendo l'anima come "qualcosa del corpo" (Galimberti, 1993, p.33), l'Occidente non avrà alcuna esitazione a proseguire lungo la via tracciata da Platone la cui antropologia, profondamente ostile ai valori del corpo, non tarderà a catturare quell'altra sorgente del pensiero occidentale costituita dalla tradizione biblica che, in tutta la sua storia, era sempre rimasta fedele a quella visione unitaria del corpo che non prevede la divisione in anima e corpo per la semplice ragione che tale tradizione non disponeva di un concetto di anima come entità autonoma e separabile. Il trionfo del Cristianesimo ha continuato questa rivoluzione culturale che, con la disfatta della dottrina corporale, ha il suo momento culminante nel periodo medioevale. L'assorbimento dell'antropologia biblica al modello concettuale greco consoliderà quella divisione tra anima e corpo su cui Cartesio non avrà "alcuna dubbio" quando, introducendo la nota distinzione tra res cogitans e res extensa, sottrarrà l'anima ad ogni influenza corporea per risolverla nel puro intelletto, nell'ego intersoggettivo, che con le sue cogitazioni, esprimerà ogni possibile senso del mondo, in cui il corpo si troverà ridotto a pura estensione e movimento. "Da centro di irradiazione simbolica nella comunità primitiva, il corpo è diventato in Occidente "il negativo di ogni valore" che il gioco dialettico delle opposizioni è andato accumulando" (Galimberti, 1993, p.13). Dalla "follia del corpo" di Platone alla "maledizione della carne" nella religione biblica, dalla "lacerazione cartesiana" della sua unità alla sua "anatomia" ad opera della scienza, il corpo viene oggettivizzato e separato dalla mente ed incomincia la sua storia come somma di parti. Ed è in questo modo che la scienza lo presenta a noi oggi. Galimberti (1993) evidenzia il modo in cui, attraverso l'anatomia e la fisiologia, ci viene descritto il corpo: "i risultati scientifici non sono il prodotto di un intelletto che abita il corpo ma di un intelletto puro, che solo prescindendo... dal corpo e dal mondo percettivo e intuitivo che il corpo dischiude, è in grado di produrre quelle costruzioni logico-ideali in cui la scienza si riconosce" (p. 49). Ma questa situazione non ha le sue basi nell'esperienza quotidiana e "l'uomo moderno si sente forse un po' sperduto, non trovando un equilibrio fra mente e corpo" (Cutino, 1994, p. 136).
torna su