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IL CORPO UMANO E I SUOI ORGANI: SIGNIFICATI SIMBOLICI E FANTASMATICI

Il cuore.

06/11/2003
Il corpo umano e i suoi organi: significati simbolici e fantasmatici Il corpo umano è servito fin dall'antichità come referente per il pensiero che, nelle sue rappresentazioni, attribuiva a certi organi finalità filosofico-religiose e simboliche diverse, le quali coesistevano parallelamente al riconoscimento dell'identità anatomica e fisiologica degli stessi (Vaysse, 1994). I significati simbolici attribuiti alle parti del corpo nel corso dei secoli connotano, nella loro qualità di elementi costitutivi della cultura sedimentati in ogni persona, le emozioni, le fantasie e i vissuti di coloro i quali attraversano l'esperienza della malattia e del trapianto. Queste valenze sono sedimentate nella coscienza collettiva dell'umanità, e quindi nel profondo di ognuno di noi (Chiesa, 1989). Un riflesso di ciò si può trovare in numerose espressioni linguistiche di uso corrente ("morire di crepacuore"; "spezzare il cuore di qualcuno"; "ci vuole del fegato"; "rodersi il fegato per qualcosa"). Per non parlare del forte interesse suscitato nell'immaginario collettivo da numerose creature mitologiche e letterarie i cui corpi erano composti da parti provenienti da esseri diversi, quali la Chimera, il Minotauro, il Gerione dantesco. Storicamente, fu nel Rinascimento che ricomparve per la prima volta dopo la parentesi medioevale l'interesse per l'uomo in quanto tale, come parte della natura, desacralizzato, non più visto in un ottica trascendente, e quindi accessibile a uno studio "scientifico". Tale possibilità di indagine venne suggellata, nel Seicento, dalla distinzione tra res cogitans e res extensa introdotta da Cartesio (pur se con i costi di divisione "mente-corpo" con i quali le scienze umane devono tuttora confrontarsi). Con la ripresa degli studi anatomici e fisiologici, dunque, nella moderna concezione scientifica, i vari organi persero la funzione di "custodie dell'anima". La rigida scissione "organismo-coscienza" su cui la medicina moderna si basa non ha però potuto impedire che il vissuto delle persone rimanesse profondamente caratterizzato e condizionato dai valori fantasmatici (arcaica eredità affettiva che ognuno di noi porta tuttora in sé) di cui ogni organo è investito (Vaysse, 1994). Accanto all'organo dalle caratteristiche prettamente meccanico-fisiologiche, oggetto di studio, di esplorazione e manipolazione da parte della medicina, l'inconscio collettivo occidentale continua pertanto a mantenere l'eredità affettiva a questo legata. IL CUORE Il cuore è sempre risultato l'organo del corpo umano più ricco di significati e mitologie, centro simbolico della vita spirituale e affettiva (Borgherini e coll., 1989). Rappresenta il nucleo a maggiore valenza simbolica per via delle profonde connotazioni affettive che riveste nella storia di ogni persona: è la sede non solo della vita fisica, ma anche degli aspetti morali e spirituali, oltre che della vita affettiva ed emotiva del suo portatore (Chiesa, 1989). Il cuore si trova a un punto nodale, non solo biologico come organo unico, indispensabile al funzionamento di tutto il corpo, ma anche psichico per il profondo investimento pulsionale di cui è fatto oggetto: "è un carrefour psicosomatico di grande rilievo, condiziona il ritmo delle nostre emozioni, risponde ai nostri momenti di coraggio, ci manca negli attimi di timore. E' nascosto e segreto, e di conseguenza offre ampio spazio alla fantasia" (Invernizzi e coll., 1985; citato in Rupolo e coll., 1999, p. 75). Per gli antichi, ad esempio, la vita, l'amore, i sentimenti hanno sovente trovato in esso un luogo privilegiato di rappresentazione. Per le religioni orientali qui dimora la divinità. Nell'antico Egitto personifica il defunto nella sua dimensione spirituale e morale (Vayse, 1994). Nel mondo greco viene, in modo più moderno, a ricoprire il ruolo di centro vitale della persona. Nella cultura ebraica è la fonte della vita e il luogo della coscienza, del giudizio sui propri atti: "Metterò dentro di voi un cuore nuovo e uno spirito nuovo, toglierò il vostro cuore ostinato di pietra, e lo sostituirò con un cuore vero obbediente" (Ezechiele 36, 26). Nel nostro linguaggio quotidiano troviamo tale organo come protagonista di numerose espressioni metaforiche e metonimiche, come testimonianza della "marcata sovradeterminazione" di significati che esso riveste sia a livello dell'immaginario collettivo che di quello individuale (Borgherini e coll., 1989). E' dunque facile comprendere come qualsiasi operazione chirurgica al cuore, e paradigmaticamente il trapianto, rappresenti per il paziente un evento "traumatico", sia per il rischio insito nell'intervento stesso, sia per i profondi significati che quest'organo riveste per la mente umana. Lastrico e coll. (1994) sottolineano a questo proposito il fatto che la morte, nell'immaginario comune, viene identificata proprio con la cessazione del battito cardiaco, cosa che si sa verificarsi durante il trapianto di cuore, seppure per un breve periodo. E' quindi esplicitamente presente per questi pazienti un vissuto di "ritorno dalla morte" che appare nel momento del risveglio dall'anestesia e che caratterizza il trapianto di cuore rispetto a tutti gli altri interventi: se in altri casi prima dell'ingresso in sala operatoria c'è il timore che il cuore possa fermarsi, qui il malato sa che il suo cuore cesserà di battere e la preoccupazione diventa che quello "nuovo" possa essere rimesso in moto; l'idea di "resurrezione" che ne consegue acquista perciò una particolare concretezza. (continua) Vania Sessa
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