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IL CORPO UMANO E I SUOI ORGANI: SIGNIFICATI SIMBOLICI E FANTASMATICI

La quarta parte delle riflessioni sulle rappresentazioni e i valori etici e culturali che si accompagnano al dono e al trapianto degli organi, della psicologa Vania Sessa.

02/09/2004
Il corpo umano e i suoi organi: significati simbolici e fantasmatici Il corpo umano è servito fin dall'antichità come referente per il pensiero che, nelle sue rappresentazioni, attribuiva a certi organi finalità filosofico-religiose e simboliche diverse, le quali coesistevano parallelamente al riconoscimento dell'identità anatomica e fisiologica degli stessi (Vaysse, 1994). I significati simbolici attribuiti alle parti del corpo nel corso dei secoli connotano, nella loro qualità di elementi costitutivi della cultura sedimentati in ogni persona, le emozioni, le fantasie e i vissuti di coloro i quali attraversano l'esperienza della malattia e del trapianto. Queste valenze sono sedimentate nella coscienza collettiva dell'umanità, e quindi nel profondo di ognuno di noi (Chiesa, 1989). Un riflesso di ciò si può trovare in numerose espressioni linguistiche di uso corrente ("morire di crepacuore"; "spezzare il cuore di qualcuno"; "ci vuole del fegato"; "rodersi il fegato per qualcosa"). Per non parlare del forte interesse suscitato nell'immaginario collettivo da numerose creature mitologiche e letterarie i cui corpi erano composti da parti provenienti da esseri diversi, quali la Chimera, il Minotauro, il Gerione dantesco. Storicamente, fu nel Rinascimento che ricomparve per la prima volta dopo la parentesi medioevale l'interesse per l'uomo in quanto tale, come parte della natura, desacralizzato, non più visto in un ottica trascendente, e quindi accessibile a uno studio "scientifico". Tale possibilità di indagine venne suggellata, nel Seicento, dalla distinzione tra res cogitans e res extensa introdotta da Cartesio (pur se con i costi di divisione "mente-corpo" con i quali le scienze umane devono tuttora confrontarsi). Con la ripresa degli studi anatomici e fisiologici, dunque, nella moderna concezione scientifica, i vari organi persero la funzione di "custodie dell'anima". La rigida scissione "organismo-coscienza" su cui la medicina moderna si basa non ha però potuto impedire che il vissuto delle persone rimanesse profondamente caratterizzato e condizionato dai valori fantasmatici (arcaica eredità affettiva che ognuno di noi porta tuttora in sé) di cui ogni organo è investito (Vaysse, 1994). Accanto all'organo dalle caratteristiche prettamente meccanico-fisiologiche, oggetto di studio, di esplorazione e manipolazione da parte della medicina, l'inconscio collettivo occidentale continua pertanto a mantenere l'eredità affettiva a questo legata. Il cuore è sempre risultato l'organo del corpo umano più ricco di significati e mitologie, centro simbolico della vita spirituale e affettiva (Borgherini e coll., 1989). Rappresenta il nucleo a maggiore valenza simbolica per via delle profonde connotazioni affettive che riveste nella storia di ogni persona: è la sede non solo della vita fisica, ma anche degli aspetti morali e spirituali, oltre che della vita affettiva ed emotiva del suo portatore (Chiesa, 1989). Il cuore si trova a un punto nodale, non solo biologico come organo unico, indispensabile al funzionamento di tutto il corpo, ma anche psichico per il profondo investimento pulsionale di cui è fatto oggetto: "è un carrefour psicosomatico di grande rilievo, condiziona il ritmo delle nostre emozioni, risponde ai nostri momenti di coraggio, ci manca negli attimi di timore. E' nascosto e segreto, e di conseguenza offre ampio spazio alla fantasia" (Invernizzi e coll., 1985; citato in Rupolo e coll., 1999, p. 75). Per gli antichi, ad esempio, la vita, l'amore, i sentimenti hanno sovente trovato in esso un luogo privilegiato di rappresentazione. Per le religioni orientali qui dimora la divinità. Nell'antico Egitto personifica il defunto nella sua dimensione spirituale e morale (Vayse, 1994). Nel mondo greco viene, in modo più moderno, a ricoprire il ruolo di centro vitale della persona. Nella cultura ebraica è la fonte della vita e il luogo della coscienza, del giudizio sui propri atti: "Metterò dentro di voi un cuore nuovo e uno spirito nuovo, toglierò il vostro cuore ostinato di pietra, e lo sostituirò con un cuore vero obbediente" (Ezechiele 36, 26). Nel nostro linguaggio quotidiano troviamo tale organo come protagonista di numerose espressioni metaforiche e metonimiche, come testimonianza della "marcata sovradeterminazione" di significati che esso riveste sia a livello dell'immaginario collettivo che di quello individuale (Borgherini e coll., 1989). E' dunque facile comprendere come qualsiasi operazione chirurgica al cuore, e paradigmaticamente il trapianto, rappresenti per il paziente un evento "traumatico", sia per il rischio insito nell'intervento stesso, sia per i profondi significati che quest'organo riveste per la mente umana. Lastrico e coll. (1994) sottolineano a questo proposito il fatto che la morte, nell'immaginario comune, viene identificata proprio con la cessazione del battito cardiaco, cosa che si sa verificarsi durante il trapianto di cuore, seppure per un breve periodo. E' quindi esplicitamente presente per questi pazienti un vissuto di "ritorno dalla morte" che appare nel momento del risveglio dall'anestesia e che caratterizza il trapianto di cuore rispetto a tutti gli altri interventi: se in altri casi prima dell'ingresso in sala operatoria c'è il timore che il cuore possa fermarsi, qui il malato sa che il suo cuore cesserà di battere e la preoccupazione diventa che quello "nuovo" possa essere rimesso in moto; l'idea di "resurrezione" che ne consegue acquista perciò una particolare concretezza. Il fegato è anch'esso investito di una grande ricchezza di significati simbolici (Chiesa, 1989). Nell'antichità veniva usato per l'osservazione del destino nella pratica divinatoria. Alla fine dell'Ottocento, a Piacenza, venne ritrovato un modello di fegato in bronzo di origine etrusca, risalente al 700-800 a.C., arricchito di segni grafici incisi che costituiscono una vera e propria mappatura delle possibilità divinatorie; al British Museum, ne è conservato uno simile risalente alla civiltà sumerica (3000-4000 a.C.), probabilmente usato come strumento didattico per l'istruzione degli allievi aruspici. Di tale pratica divinatoria si fa menzione persino nella Bibbia (Ezechiele 21, 26): "Il re di Babilonia si è fermato a un bivio per prendere gli auspici: egli ha sparso le frecce e ha guardato nel fegato". La medicina prescientifica, con la dottrina caratterologica di Ippocrate, correla alla bile caratteristiche personologiche (Luccio, 1980). Il motivo di tanta attenzione per questo organo nasce dal fatto che esso per lungo tempo venne considerato come una delle radici della vita: si trova, infatti, nel corpo umano, nel vero e proprio centro di trasformazione dell'energia, nel punto in cui questa passa da un livello viscerale, istintuale, di pura sopravvivenza, a un altro in cui diventa coscienza, pensiero, spiritualità, affettività. Il fegato, che dalla materia dei cibi ingeriti estrae forza da infondere agli organi superiori, sembra l'immagine speculare del cuore. Questa duplicità (e complementarità) dei modi di manifestarsi dell'energia vitale umana si riverbera anche a livello del linguaggio: nel coraggio di chi "ha cuore" è implicita una connotazione etica positiva, collegata ad una sottintesa finalità di bene e di giustizia, mentre nel coraggio di chi "ha fegato" leggiamo una sfumatura di forza guerriera, meno elaborata, meno controllata, più spregiudicata. Non a caso il fegato è al centro del mito di Prometeo, punito da Zeus per l'irriverente affronto del furto del fuoco (simbolo dell'intelligenza, del dominio razionale sulla cose e sulle situazioni, della civiltà). A Prometeo, incatenato sui monti del Caucaso, un'aquila divora il fegato, che gli ricresce di notte. Egli viene considerato nella mitologia greca come un grande benefattore dell'umanità, perché ha regalato all'umanità il fuoco. Il supplizio che gliene deriva, dopo lo scontro con Zeus, rappresenta drammaticamente il vissuto del paziente "incatenato" dalla patologia, con un fegato aggredito dalla malattia, in angosciosa attesa dell'opera del chirurgo, che lo libererà dalla schiavitù della sofferenza. Infine i reni, organi pari e perciò, apparentemente meno essenziali (si sopravvive con un solo rene e comunque, per lungo tempo, anche senza reni, con l'aiuto della dialisi) ma non meno investiti di fantasie e di significato. Essi sono spesso citati nella Bibbia come la sede dei pensieri e degli affetti segreti. Più spesso si trovano associati al cuore ad indicare l'insieme delle potenze interiori dell'uomo: "Ego, Dominus scrutans cor, et probans renes..." (Geremia 17, 10). In altri ambiti culturali sono simbolo di potenza, di aggressività e sono fortemente investiti di rappresentazioni sessuali. Ne sono un esempio le fantasie di danneggiamento di tipo castratorio o, al contrario, di rafforzamento della sessualità, come conseguenza del trapianto di reni (Kemph, 1966, p. 1273). E' noto come l'immaginario dell'Occidente abbia visto in questi organi la sede della potenza generatrice: "nella rappresentazione simbolica degli angeli i reni sarebbero, secondo lo pseudo-Dionigi detto l'Areopagita, l'emblema della grande fecondità delle celesti Intelligenze" (Chevalier e Gheerbrant, 1969, sub voce "reins"; de Vries, 1981, sub voce "reins"; cit. in Cozzi, Nigris, 1996, p.365). La stessa qualità fallica e generatrice di vita è attribuita ai reni anche in altre culture: in India essi venivano collocati nelle mani del defunto, e nella mummificazione venivano lasciati al loro posto vicino al cuore. Per la tradizione ebraica i reni sono la sede della sensualità, e la letteratura talmudica usa, per indicare i testicoli, il termine che designa i reni. Infine, anche Géza Róheim, sulla base di un ampio materiale comparativo, ha messo in luce l'importanza che questi organi assumono nella magia australiana, quali sostituti simbolici del pene, spiegando il costume dell'estrazione del grasso renale del nemico ucciso come lieve modifica della castrazione (Róheim, 1975, pp. 67-78). Nel determinare il significato personale del nuovo organo, concorrono dunque i valori simbolici di cui la cultura carica quella specifica parte del corpo. Ciò è di estrema importanza, se si pensa alle numerose evidenze di cui ormai disponiamo a proposito di quel fenomeno indicato in antropologia come efficacia simbolica e a cui ci si riferisce in medicina con il termine di effetto placebo. "Oggi sappiamo infatti che stimoli simbolici, anche di natura squisitamente culturale, sono in grado di promuovere la produzione di endorfine e di ormoni, di inibire o di rafforzare il sistema immunologico" (Cozzi, Nigris, 1996, p. 366). Ciò significa che il vissuto del paziente non assume rilevanza solo ai fini di un soddisfacente adattamento psicologico al nuovo organo, ma che è importante in rapporto alla stessa riuscita del trapianto. Una delle maggiori proprietà della cultura è quella di essere pervasiva: essa informa ogni aspetto e momento della nostra vita quotidiana. I valori e le credenze condivisi all'interno di una cultura, i modelli esplicativi che essa mette a disposizione di un individuo, l'attribuzione di significato che si opera sulla loro base, sono fondamentali per la comprensione e gli orientamenti di una popolazione.
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