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IL MESTIERE DI UOMO

Sulla tragedia di Cagliari la riflessione dello scrittore Giovanni Raboni.

26/02/2004
IL MESTIERE DI UOMO di GIOVANNI RABONI Cosa ne faranno, adesso, di quel cuore strappato inutilmente alla morte, di quel cuore morto due volte? Immagino lo sgomento, forse il tremore di chi, perlustrando il luogo del disastro, ha trovato il contenitore, l'ha meccanicamente o pietosamente raccolto. Chiedo scusa. Come sempre di fronte a una tragedia, cioè a un intreccio di destini che è insieme, per sua indivisibile natura, terribile e meraviglioso, raccapricciante e sublime, la mente è tentata di divagare, di soffermarsi su ciò che sta intorno all'evento per non essere costretta a fissarne il centro, a sostenerne la luce. Ma dobbiamo farlo, alla fine. Un accadimento atroce e tuttavia tale da apparirci istantaneamente irrefutabile, assoluto, oserei dire necessario, come quello che ha avuto ieri per scenario il cielo della Sardegna, ci richiama al dovere di guardare al di là delle apparenze, di interrogare i fatti per cogliere ciò che essi contengono di non contingente, di invariabile, di esemplare. Di cosa se non di questo abbiamo bisogno, oggi, per restaurare il nostro sistema di riferimenti, di valori, il nostro alfabeto etico? E allora diciamolo, senza preoccuparci più di tanto se rischiamo di andare sopra le righe, di cadere nel trabocchetto dell'enfasi: questi uomini scomparsi nel tentativo di preservare e trasferire una vita, di trasportarla, alla lettera, da un essere che aveva chiuso la sua storia a un altro essere che voleva, che vuole continuare la sua, sono davvero, loro sì, degli eroi. E dico loro sì pensando ai tanti, ai troppi eroi nominati tali in fretta e furia, ora come in passato, per comodità retorica o, peggio, per convenienza politica. I fatti, qui, non consentono dubbi, e non li consentono per nessuno dei sei caduti, tutti uniti - quelli che non potevano non esserci come quelli che hanno voluto esserci, i componenti dell'équipe medica come i membri dell'equipaggio che forse hanno rischiato di più per fare più in fretta, per arrivare prima a destinazione con il loro fragile, pulsante carico di speranza - in un unico gesto di solidarietà e d'amore. Lo hanno fatto perché era loro compito farlo, perché farlo rientrava nella normalità del loro lavoro? Certo; ma proprio qui sta il segreto dell'eroismo che più ci importa, che contribuisce in modo più rilevante, più insostituibile, non voglio dire alla causa dell'umanità, ma più semplicemente, più concretamente alla causa dell'umano: nel fare ciò che si deve fare, un giorno dopo l'altro, tranquillamente e fermamente, senza eccezioni e senza clamore. Un grande poeta che non molti in Italia conoscono e che anche nel suo Paese, forse, è meno letto di quanto meriterebbe, il francese Charles Péguy, ha scritto una volta questa frase che tutti dovremmo ripeterci ogni mattina: " Il faut sur la terre faire son métier d'homme ". Proprio così: sulla terra ciascuno di noi deve fare, finché può, il proprio "mestiere d'uomo". Per farlo Péguy è morto, nel 1914, combattendo sulla Marna contro i tedeschi e sicuramente, lui che credeva in Dio, non odiava. E per farlo sono morti, novant'anni dopo, schiantandosi contro una montagna dall'aspetto tragicamente antico che si chiama, se non ho capito male, "dei Sette Fratelli", sei uomini che un altro uomo - un settimo fratello - stava aspettando come si può aspettare chi sta trasportando la nostra vita. No, non ce l'hanno fatta; ma altri, credo gliela porteranno, e lui, credo, non potrà mai dimenticarsi di quei sei che gli hanno, simbolicamente, dedicato la loro. E anche di questo c'è bisogno per vivere: di simboli. (Il Corriere della Sera 25-2-2004)
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