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IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE DEL "NUOVO" ORGANO (1)

La settima puntata delle riflessioni della psicologa Vania Sessa

25/09/2004
Il processo di integrazione del “nuovo” organo Castelnuovo-Tedesco (1973) sostiene che l’organo trapiantato ottiene immediatamente un proprio spazio all’interno del mondo rappresentativo di colui che lo riceve: si rapporta fin da subito con tutti gli altri oggetti interiorizzati, che vengono a loro volta modificati da questa nuova presenza. Il paziente avrebbe quindi un’esperienza che va ben al di là della semplice aggiunta di un organo con cui il suo apparato fisiologico deve riuscire a sopravvivere: il Sé investe immediatamente l’organo ricevuto a un livello affettivo inconscio. I significati conflittuali e ansiogeni che questa esperienza può assumere all’interno dell’organizzazione psichica del soggetto faciliterebbero la regressione di questi pazienti. L’organo trapiantato, dunque, ben lontano dal configurarsi un semplice “pezzo di ricambio”, ha invece il valore di rappresentazione simbolica di un altro essere umano che è stato interiorizzato. Secondo Chiesa (1989), la situazione di “crisi psicosomatica” che si viene a creare attraverso il contesto stressante di pericolo, l’ansia relativa alla polarità vita – morte, la presenza di un organo estraneo rispetto al sé facilitano la vulnerabilità alla regressione. La possibilità di integrare l’organo donato nella propria immagine corporea passa, secondo Chiesa, attraverso la progressiva maturazione dei processi difensivi, e l’abbandono da parte dei pazienti di meccanismi arcaici, quali regressione e negazione. Solo così il trapianto cognitivo-emotivo può realizzarsi, mediante una lenta metabolizzazione, a partire dallo stadio iniziale in cui l’organo è avvertito come “corpo estraneo”, oggetto ambivalente “buono da incorporare” e al tempo stesso “investito di diffidenza” in relazione alla sua natura intrusiva, attraverso la fase di incorporazione parziale, giungendo fino a quella della incorporazione completa, in cui il nuovo organo è diventato parte integrante del funzionamento fisiologico e quindi dell’immagine corporea (Chiesa, 1989). Secondo House e collaboratori (1990), un intenso sentimento si associa in genere alla fusione psichica e funzionale del nuovo organo nel proprio sé: è il momento in cui il paziente riesce a fare proprio “un nuovo senso di sé che include anche l’organo trapiantato”. E’ sottinteso che condizione indispensabile per il verificarsi di questo processo è che il paziente abbia elaborato e superato il lutto per il proprio organo perduto, cosa che avviene con minori difficoltà se egli riesce a esprimere le proprie fantasie al riguardo (Vaysse, 1994). Tra i fattori che possono influire su questo percorso vi è senz’altro il rimorso per la morte del donatore, che però raramente viene manifestato dai pazienti, i quali in genere lo allontanano dalla propria consapevolezza attraverso meccanismi di negazione. Ciò giustificherebbe il frequente riscontro della povertà di sentimenti di riconoscenza che i pazienti trapiantati manifestano nei confronti del donatore: si tratterebbe, cioè, di un meccanismo di difesa funzionale al ripristino della propria stima personale. In quest’ottica, la fatica e la sofferenza che caratterizzano l’esperienza della malattia e del trapianto rappresentano per alcuni una sorta di “espiazione” che permette loro di accettare più facilmente l’idea di essere vivi grazie alla morte di qualcun altro, attenuando i vissuti di colpa e di indegnità. Secondo Rupolo e collaboratori (1999), «l’eventuale interruzione di questo percorso (che produce una rottura della coesione rappresentativa del Sé) si correla ai significati simbolici attribuiti all’organo e derivati dalla rappresentazione conscia o inconscia che il paziente si è fatta del donatore, e di cui si farà portatore l’organo» (p. 124). Tanto maggiore è il grado di regressione che si produce in seguito a questo cambiamento, tanto più il paziente si troverà esposto a un funzionamento psichico in termini di processi primari nella definizione dei confini del Sé, rapportandosi all’esperienza del trapianto in maniera “fantasmatica e primitiva”. In questi casi, la realtà dell’atto chirurgico riattualizza fantasmi di castrazione e frammentazione (Kemph, 1966). L’organo trapiantato può così determinare una certa confusione nell’immaginario corporeo del ricevente e per questo può essere vissuto con modalità arcaiche e fantastiche: o come oggetto ostile, distruttivo e persecutore, o come oggetto investito di forza e vitalità, in grado di favorire sentimenti euforici di rinascita (Castelnuovo-Tedesco, 1973). Il problema del donatore morto, di come il trapiantato si rapporti a lui, la fantasia di essere in qualche modo responsabile della sua morte e le conseguenti paure di punizione e ritorsione, pongono l’interrogativo di come le caratteristiche personali del donatore morto si combinino con l’identità del trapiantato (Lastrico e coll., 1994). Questa difficile integrazione tra Sé e non Sé comporta un lungo processo, che si protrae ben al di là dei tempi di guarigione chirurgici. Così, possono emergere sentimenti di euforia, se prevale la sensazione che l’organo innestato possa aver trasmesso una forza particolare, mentre vissuti di persecuzione possono presentarsi in chi vive l’organo ricevuto come estraneo, pericoloso e maligno (Castelnuovo-Tedesco, 1973). In questi casi c’è la possibilità che l’ansia eccessiva faccia emergere impulsi primitivi e distruttivi, i quali impediscono che l’organo venga assimilato e integrato nella “body-image”. Crombez e Lefebvre (1972; citato in Lastrico e coll., 1994) propongono che per spiegare il processo di integrazione dell’organo donato nell’immagine corporea del ricevente non sia corretto parlare di introiezione o di incorporazione, ma sia più esatto parlare di “accorporazione”. L’incorporazione esprimerebbe infatti il passaggio dall’esterno all’interno attraverso gli orifizi corporei, mentre l’introiezione costituirebbe una modalità di interiorizzazione vissuta soprattutto sul piano mentale, l’accorporazione comprenderebbe infine entrambi i versanti dell’esperienza, sia somatico che mentale. Alcune caratteristiche di questa funzione mentale la rendono simile all’incorporazione orale primitiva, e permetterebbero quindi secondo gli Autori di spiegare i timori che spesso emergono nei riceventi, legati alla fantasia di poter acquisire con il nuovo organo anche le caratteristiche fisiche e psicologiche del donatore. Un’esemplificazione paradigmatica ed eclatante a questo proposito è il caso del leader del Ku Klux Klan, tradizionalmente ed esplicitamente razzista, che si iscrisse ad un’associazione per l’affermazione dei diritti della gente di colore dopo aver saputo che il rene che aveva ricevuto proveniva dal cadavere di un donatore nero. Un’esperienza così totalizzante può tuttavia anche animarsi di vissuti persecutori, fino a strutturarsi in un vero delirio. Solo in un secondo tempo la possibilità di separare la figura del donatore dall’organo ricevuto favorirebbe una progressiva accorporazione, con possibilità di integrazione nella propria immagine corporea. L’internalizzazione dell’organo e la sua integrazione nella complessiva immagine di Sé saranno tanto più difficili quanto maggiore è l’ambivalenza inconscia verso l’oggetto introiettato (Viederman, 1974). Il processo di integrazione che deve compiersi nella mente del paziente affinché il nuovo organo sia assimilato e internalizzato nell’immagine corporea è uno degli aspetti della reazione psicologica al trapianto che si rivelano fondamentali per un’accurata comprensione della situazione nel suo insieme. Come ha spiegato Vaysse (1994), la rottura dell’integrità fisica, che consegue al trapianto d’organo, richiede necessariamente l’intervento dell’apparato psichico per mantenere il senso di identità del soggetto, di cui il corpo non è solamente il supporto, ma anche l’organizzatore. E inoltre, come Chiesa (1989) ha affermato, il superamento della crisi psicosomatica indotta dal trapianto è correlato alla ricomposizione di un’immagine psichica integrata dello schema corporeo e alla qualità dei conflitti suscitati o rievocati dall’introduzione nel proprio corpo di un organo estraneo e sconosciuto. Infatti, a seconda dell’organizzazione psicologica del paziente, l’ambivalenza affettiva potrà esitare in vissuti di colpa o di tipo persecutorio e paranoico, o infine essere gestita e risolta in maniera matura e adattiva. La capacità di introiettare l’organo trapiantato, sviluppando una nuova integrazione dell’immagine corporea e un nuovo senso del sé corporeo, va pertanto valutata già nella fase pre-trapianto. «Il processo di assimilazione di questa “nuova parte” implica», secondo Muslin (1971; citato in Viederman, 1974, p. 284), « tre fasi di internalizzazione». Lo stadio iniziale è quello del “corpo estraneo”: in questo momento possono emergere sia angosce persecutorie che una idealizzazione del donatore. In altri casi il “corpo estraneo”, può invece essere vissuto anche come organo fragile, che suscita sentimenti protettivi (ne è un esempio il caso n. 1). Lo stadio seguente è quello dell’incorporazione parziale: il paziente presenta, in questo stadio, una minore tendenza a invocare l’estraneità dell’organo. Mentre lo stadio finale, o dell’incorporazione completa, è caratterizzato dall’accettazione del nuovo organo al punto che non c’è più coscienza spontanea di esso (ibidem). (nella prossima puntata riporteremo i casi).
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