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IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE DEL "NUOVO" ORGANO (2): I CASI

La ottava puntata delle riflessioni della psicologa Vania Sessa.

03/10/2004
Il processo di integrazione del “nuovo” organo Caso 1 Carmela è una paziente di 33 anni, sottoposta a trapianto di fegato perché affetta da cirrosi epatica. L’iter chirurgico non aveva mostrato particolari problemi. Alla valutazione psichiatrica post-trapianto la paziente parlava del suo nuovo fegato quasi con tenerezza e dava la chiara impressione di considerarlo un oggetto estraneo su cui non aveva alcun diritto. Anzi, aveva il dovere di proteggerlo, di trattarlo bene. Riferiva che gli avrebbe dedicato tutte le cure, che non avrebbe mangiato “cibi pesanti” e che avrebbe fatto una vita più tranquilla per non affaticarlo, in modo che potesse vivere più a lungo possibile. Diceva con un po’ di vergogna, che qualche volta lo accarezzava. Basch (1973; citato in Rupolo e coll., 1999), invece, fa l’ipotesi che l’assimilazione del nuovo organo non si effettui attraverso stadi successivi, ma piuttosto «attraverso modalità proprie di ogni paziente, in rapporto col funzionamento psichico anteriore, le relazioni oggettuali, ma anche con la particolarità dell’esperienza del trapianto» (p.127). Castelnuovo-Tedesco (1973) sottolinea come il trapianto non sia “psicologicamente inerte”: al contrario, esso comporterebbe sempre un’almeno parziale identificazione del ricevente con il donatore. Caso 2 Aldo è un paziente di 47 anni, astemio, trapiantato di fegato per una cirrosi post-epatite. A circa un anno dal trapianto, i medici internisti che se ne occupano segnalano, con preoccupazione, come il paziente abbia cominciato ad assumere qualche bicchiere di vino. La cosa appare estremamente bizzarra, vista la precedente assoluta astensione del paziente dall’assunzione di qualsiasi tipo di alcolico. Al colloquio di controllo il paziente svela, con una risata, l’arcano: aveva saputo, dai giornali, che il fegato trapiantatogli proveniva da un giovane uomo di origine friulana, e aveva pensato che un fegato, certamente abituato a “bere”, non poteva per poter star bene, essere del tutto messo a secco da alcolici. Per questo gli forniva, “ogni tanto, qualche mezzo bicchiere, ma solo di ottimo Picolit di marca scelta”. I pazienti considererebbero, pertanto, l’organo trapiantato come un corpo estraneo, carico di valenze simboliche, responsabile di portare in loro qualche caratteristica del donatore (Castelnuovo-Tedesco, 1973; Viederman, 1974). Soprattutto se il sesso del donatore è diverso da quello del ricevente, quest’ultimo può acquisirne le caratteristiche sessuali. A questo proposito Cramond (1971; citato in Castelnuovo-Tedesco, 1973, p. 351) ha sottolineato la preoccupazione da parte dei pazienti maschi che ricevono il rene da una donna di perdere il vigore maschile. Mentre Kraft (1971; citato in Castelnuovo-Tedesco, 1973, p. 351), riferisce che uno dei suoi pazienti trapiantati di cuore domandava “se ricevere il cuore di una ragazza l’avrebbe cambiato in qualche modo”; un altro paziente disse alla propria figlia “adesso sono una donna”; mentre un terzo trapiantato si riferiva al proprio cuore chiamandolo “signora”, e per rispondere ad alcune domande che lo riguardavano, usava persino il genere femminile. Caso 3 Zeno è un paziente di 22 anni, sottoposto a trapianto di rene per un’insufficienza renale cronica che aveva costretto il paziente a 4 anni di dialisi. Il rene trapiantato era stato donato dalla madre. Al colloquio successivo all’intervento il paziente esprimeva alcuni timori riguardanti la sua vita sessuale futura. Riferiva di non averci mai pensato prima del trapianto, ma ora si poneva alcuni interrogativi a riguardo: temeva che il fatto che il rene fosse di una donna potesse comportargli qualche problema psicologico; magari la sua attività sessuale sarebbe stata normale, ma forse poteva diventare un po’ “effeminato”. Gli pareva, infatti, dopo il trapianto, di essere diventato più “sensibile”. E’ probabile che questi dubbi circa l’identità sessuale si verifichino preminentemente nei paziente trapiantati di rene, per la valenza sessuale di cui quest’organo è fantasmaticamente investito. Altri temi frequenti sono: il vissuto che riguarda la possessione del corpo da parte del donatore (Leon e coll., 1990); la percezione di sentirsi simili a Frankenstein; il fantasma di una nuova giovinezza, fantasma spesso condiviso, non senza qualche gelosia, dal congiunto del trapiantato (Baudin, 1989); il sentimento di “vivere a due” nello stesso corpo (Consoli e Bedrossian, 1979; citato in Rupolo e coll., 1999, p. 128), e il sentimento di rinascita che viene esperito con notevole frequenza dai pazienti trapiantati (Cramond, 1967; Castelnuovo-Tedesco, 1971; Kraft, 1971), come nell’esempio che segue. Caso 4 Maurizio è un paziente di 33 anni, sottoposto a trapianto di fegato per cirrosi post epatite. Nel post trapianto aveva manifestato la classica fase di rinascita e vissuti, non del tutto congrui, di relativizzazione di eventi di vita difficoltosi quali, ad esempio, l’essere in cassa integrazione. Il paziente alla valutazione psichiatrica effettuata prima della dimissione dall’ospedale, riferiva di essere venuto a conoscenza, casualmente, del nome del donatore; ora era solito rivolgersi al suo nuovo fegato con quel nome (Luca): poiché “lui” non poteva vedere, spesso gli parlava, spiegandogli quello che “stavano facendo”. Secondo Castelnuovo-Tedesco (1973) l’intensità di questi sentimenti varia da un moderato e gradevole senso di sicurezza delle proprie rinnovate capacità di “andare avanti”, fino ad arrivare alla sensazione, che confina nell’allucinatorio, di aver effettivamente ricevuto una nuova vita, e che spesso si accompagna ad un’euforia marcata e inadeguata. L’Autore racconta il caso di un paziente sottoposto ad un trapianto renale che sentiva di aver ricevuto dal “nuovo” rene, non soltanto una nuova possibilità di vita, ma anche una nuova saggezza, eppure pochi giorni prima del suo trapianto era caduto in grave depressione e disperazione. Anche secondo Borgherini e collaboratori (1989) un certo senso di euforia e di onnipotenza, accompagnato spesso da sentimenti di immortalità, insorge normalmente nel paziente quando questi inizia a poco a poco a realizzare di essere sopravvissuto all’intervento: la paura di morire prima del reperimento dell’organo o durante l’intervento è ormai solo un ricordo, e lascia il posto alla constatazione dei miglioramenti quotidiani delle proprie condizioni fisiche e cliniche, dovuti in parte alla scomparsa dei sintomi della malattia di base. Il conseguente aumento della sicurezza emotiva e i sentimenti di liberazione e “rinascita” esprimono la temporanea negazione dell’ansia legata alle preoccupazioni per il rischio di rigetto, al sentimento di estraneità (non solo biologica) verso l’organo ricevuto e alla necessità di dipendere costantemente dall’assunzione dei farmaci per poter ulteriormente sopravvivere (Chiesa, 1989). Alcuni Autori descrivono questa fase come una condizione di “Lazzaro resuscitato” (Borgherini e coll., 1989). Si tratta, come affermano Barale e collaboratori (1988), di una temporanea fase di idealizzazione della propria condizione, conseguente al trionfo sulla morte. Questo tipo di risposta sottende una serie di aspettative, riassunte nel significato del trapianto come conquista e possibilità di rinascita. Spesso, comunque, gli effetti legati all’esperienza del trapianto dell’organo di un’altra persona restano privati, coperti e inespressi; l’assenza di sensazioni dolorose riferibili al nuovo organo rende il trapianto a volte quasi immaginario, se non addirittura negato (Bianchi Decaix e coll., 1994). Infatti, secondo Borgherini e collaboratori (1989) la difficoltà che molti pazienti presentano nel descrivere il proprio impatto emotivo (indipendente dal livello culturale) verso la figura del donatore, sarebbe indice dell’utilizzo di meccanismi di negazione che probabilmente svolgono un’importante funzione di protezione e di adattamento. Per quanto tale benessere sia destinato a diminuire in seguito al sopraggiungere delle prime complicazioni e degli effetti collaterali dei farmaci immunosoppressori, in questa fase iniziale si evidenzia generalmente un miglioramento della situazione psicologica rispetto a quella vissuta nel periodo di attesa dell’organo. 1 I casi riportati qui di seguito sono stati tratti da Rupolo e coll., 1999, pp. 127-128.
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