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IL TRAPIANTO DI ORGANI: UN SIMBOLO (1)

Il trapianto oltrepassa la sua portata terapeutica per assurgere a simbolo della tolleranza e dell'integrazione nel rispetto della diversità. La prima parte delle riflessioni del dottor Franco Filipponi, responsabile del programma "Trapianto di fegato" dell'Università di Pisa, sul vissuto del trapianto d'organo.

26/11/2001
Assicurare la sopravvivenza di un essere umano mediante la sostituzione di uno dei suoi organi distrutto dalla malattia grazie ad un organo prelevato in un altro uomo rappresenta un'esaltante epopea per la scienza medica di questo secolo. Questa straordinaria avventura ha aperto un nuovo capitolo della storia dell'UOMO: quello dell'uomo chimera, l'homo novus modificato nella sua struttura originale così da tollerare un organo che proviene da un altro essere geneticamente diverso1. Il trionfo dell'arte sulla natura. L'uomo chimera ha visto la luce soltanto in questi ultimi decenni, ma il concetto della chimera si perde nella notte dei tempi. Dell'idea di trapiantare organi e tessuti, infatti, si trova traccia già nei documenti di un passato estremamente remoto. Secondo quanto riportato dal libro della Genesi, Eva, la prima donna, venne plasmata da una costola prelevata dal corpo di Adamo, che ha rappresentato idealmente il primo donatore. Quindi, l'idea di utilizzare organi e tessuti umani o animali a scopo di trapianto nell'UOMO ha affascinato e turbato le menti fin dai tempi più antichi. Il concetto di trapianto emerge dal desiderio di poter continuare a vivere o semplicemente a vivere meglio. In questo contesto si parla di combattimento per la vita, di lotta contro la sofferenza, la malattia, la morte. Motivazione, tenacia e perseveranza rappresentano le parole chiave del trapianto. La morte annunciatrice di una rinascita, la rinascita che proviene direttamente dalla morte, simbolismo di morte-resurrezione che nel trapianto d'organo va oltre la dimensione spirituale e si concretizza anche sul piano fisico. Gli innumerevoli successi e lo stravolgimento della medicina tradizionale hanno dato al trapianto d'organo il valore di esempio, la connotazione di simbolo. E' quindi indispensabile affrontare questo argomento non più sotto il profilo storico, medico o sociale, ma come un vissuto, un processo che condiziona allo stesso tempo una profonda intonazione di razionalità, sentimenti, emozioni, spiritualità. Nella riflessione che seguirà viene ripercorso il vissuto del trapianto d'organo, e specialmente di fegato, attraverso un viaggio tra i significati della vita, della morte, del corpo, dello spirito, della società. La vita Nella maggior parte delle tradizioni religiose monoteiste e politeiste il trapianto rappresenta il simbolo con cui l'UOMO immagina di vincere la morte e la sofferenza. Prima fra tutte la "storia dorata"1, che si sviluppa nel 528 a.c. ad opera dei santi Cosma e Damiano. Un evento miracoloso che marca profondamente l'immaginazione ancora oggi. É la storia di un uomo, un sacrestano di razza bianca, che viene sopraffatto dalla malattia a causa di un tumore osseo sviluppatosi a carico di una gamba. La sofferenza e l'impotenza funzionale di quest'uomo vengono ad essere guariti dal trapianto di una gamba prelevata in un uomo di razza mora, come risulta evidente nelle opere pittoriche. Lo spirito con cui Cosma e Damiano hanno proceduto a questo intervento, scartando la semplice amputazione di arto, è stato duplice: lenire la sofferenza e rendere una capacità alla deambulazione. Ma perché la sostituzione con la gamba di un altro uomo di pelle diversa? Perché fosse più facile da riconoscere nelle visitazioni pittoriche, oppure perchè simboleggiava il potere della tolleranza. Grazie a questa si poteva ricevere un organo estraneo così come era possibile ottenere un interscambio fra le razze, preconizzando così una società multietnica. Anche nella cultura cinese, dominata dal Taoismo, si riporta una storia straordinaria, rappresentata dallo scambio dei cuori tra due esseri umani. Si narra che Pin-Chao, mitico chirurgo dell'epoca, ricevette la visita di due malati che avevano sintomi opposti e trovò che l'equilibrio delle energie del corpo dei due uomini era turbato: in uno prevaleva lo Yin mentre nell'altro prevaleva lo Yang2. Secondo Pin-Chao per ristabilire l'equilibrio delle forze era necessario scambiare il centro dell'equilibrio fra i due uomini, cioè scambiare i loro cuori. I due uomini accettarono e Pin-Chao riuscì nel proposito. I pazienti sopravvissero, il post-operatorio fu semplice e guarirono dal loro squilibrio. Questa leggenda ci permette di comprendere che, anche in una dottrina in cui è sacra l'inviolabilità del corpo, il trapianto, in questo caso visto come atto supremo di fratellanza, veniva ipotizzato come l'unica possibilità di equilibrare le forze e le energie dell'organismo. Il trapianto prende avvio nella realtà come arte botanica, come modo per prolungare la vita attraverso l'innesto di piante diverse. La finalità del trapianto nel mondo vegetale era diversa da quella del mondo animale. Il ricevente non era il cuore dell'impresa, era l'arbusto innestato che beneficiava della procedura, che poteva accrescersi. Il ricevente rappresentava il terreno di coltura. Al contrario, nell'uomo il beneficiario del trapianto è il ricevente. Un concetto però è comune al trapianto vegetale o animale: l'arte del trapianto trova come prima necessità la capacità di saper scegliere un donatore ed un ricevente ideali l'uno per l'altro con la finalità di ottenere un rapporto di tolleranza reciproca che permetta la continuità della vita. Nel trapianto esiste una fase peculiare e condizionante il processo, sia per i pazienti che per gli operatori, che è rappresentata dall'attesa dell'organo, nonostante la malattia ed il possibile sopraggiungere della morte. L'attesa può essere lunghissima, come può accadere in un paziente cronico affetto da cirrosi, ma può divenire brevissima da non essere neanche conosciuta. Alcuni incontrano, se così si può dire, il trapianto in maniera istantanea, non percepita, per esempio raccogliendo funghi o mangiando un antipasto di mare. L'insufficienza e la disfunzione del fegato, a cui si associa quella degli altri organi, diviene ingravescente e a quel punto non esistono altre possibilità se non quella del trapianto d'urgenza. Non avendo vissuto l'attesa tutto il processo di comprensione e di accettazione dovrà essere fatto a posteriori. Il contrario invece per colui che ormai vive da anni la malattia, che ha preso con grande difficoltà la decisione del trapianto. Questo paziente vivrà l'attesa minuto per minuto, secondo per secondo in un'angoscia continua e insieme a lui tutta la famiglia. La successione di luci e ombre, caratteristica della vita, viene accentuata dopo il trapianto. Infatti il trapiantato ha la chiara percezione che ha avuto un'opportunità, cioè la possibilità di cambiare la traiettoria della propria vita, nella speranza che questa cambi in positivo. Nello stesso tempo il trapiantato apprende rapidamente a godere di ogni attimo. Il trapianto non è il ritorno ad una innocenza biologica. Ciò che si va a compiere è un atto carico di incertezze. Per la maggioranza si tratta di una rinascita, una nuova vita che diventa una testimonianza dell'efficacia del trapianto, della capacità che quest'arte ha di modificare il corso naturale. Per alcuni si tratta di imboccare un binario parallelo alla malattia dove incontreranno una nuova malattia generata dal trapianto. Stesse sofferenze, stessa spettanza di vita. Se qualcuno dice che il trapianto è un trattamento miracoloso non va creduto. Il concetto di miracolo porta con sè una bellezza perfetta, una riuscita irreversibile: il trapianto non è così, è denso di tenebre e di ombre. In ogni fase possiamo incontrare il fallimento ed è a quel punto che non è la vita a prevalere, ma la morte. La morte La morte quindi come insuccesso. Ma non è così. La vita e la morte sono indissolubilmente connesse e la vita riceve un senso dalla morte e la morte dalla vita. La connotazione della morte nell'avventura del trapianto non è quella del fallimento. Paradossalmente è grazie alla morte che è possibile il trapianto. Il riconoscimento della diagnosi medica di morte cerebrale ha reso possibile lo sviluppo del trapianto d'organo grazie al prelievo sul cadavere in morte celebrale3. Ancora l'UOMO non si è abituato a questa nuova definizione di morte. Per la maggioranza degli esseri viventi la morte è ancora quella cardiaca caratterizzata dal rigore del corpo. Al contrario la vera morte è quella dei centri nervosi, dei centri di pensiero: è la morte cerebrale. In questo caso la morte diventa la sorgente per la vita. La morte è sempre stata un momento oscuro, mal compreso. Nei secoli scorsi il sentimento dominante era caratterizzato dal terrore di poter essere considerati morti quando ancora la morte non era sopraggiunta. Tutt'oggi la legge prevede una constatazione di morte ed un periodo si osservazione al fine di avere una certezza dello stato di morte. Questo è stato il motore che ha fatto nascere negli Stati Uniti, nel 1820, un'associazione per la rianimazione il cui scopo principale era la prevenzione dell'inumazione precoce. Nei decenni che si sono succeduti la rianimazione è divenuta una scienza che permette il mantenimento in vita di soggetti gravemente critici. La storia è densa di avvenimenti che dimostrano che spesso l'intervento sanitario è stato precluso da una mancanza di soccorso in tempi e con modi dovuti per permettere una rianimazione. Quindi il fattore tempo e i mezzi messi in pratica sono di fatto il punto cardine della presa in carico del paziente in preda ad un fatto acuto che metta in gioco la sua sopravvivenza. Disporre di un efficiente sistema di emergenza-urgenza per una comunità significa avere maggiori possibilità di sopravvivenza. Peraltro, recuperare la vita quando è gravemente minacciata non sempre è possibile. Ma anche quando questa viene a mancare, grazie alla rianimazione, rimane in alcuni casi la possibilità di procedere ad un prelievo d'organi che può permettere la vita di altre persone. La rianimazione quindi non solo come forza dell'uomo per la lotta della vita contro la morte, ma anche come mezzo per sconfiggere comunque la morte trasformandola in vita. Il modificarsi della "morte" è visibile anche dall'evoluzione funzionale dell'Ospedale. Nel XVI secolo la morte in ospedale significava permettere lo sviluppo della scienza medica. Bichat, anatomopatologo francese, diceva: "aprite qualche cadavere e vedrete subito sparire le oscurità che l'osservazione potrà chiarirvi". Nel XX secolo l'ospedale è divenuto il luogo dove si muore per curare, infatti il donatore d'organo permette di vivere ad altri uomini affetti da gravi patologie. L'ospedale da tempio della morte è divenuto albero della vita.
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