indietro

IL TRAPIANTO DI ORGANI: UN SIMBOLO (2)

La seconda parte delle riflessioni del dottor Franco Filipponi, reponsabile del programma "Trapianto di fegato" dell'Università di Pisa, sul vissuto del trapianto d'organo.

08/12/2001
Il corpo Il viaggio all'interno del corpo umano è iniziato nei secoli scorsi con finalità geografiche, di mappatura, dove si sono fissati i punti di repere. Infatti, gli anatomisti nel tempo hanno dato il loro nome a tutte le strutture, agli organi, alle membrane. Così la carta geografica del corpo umano si è arricchita e modellata nei secoli, tanto che oramai all'interno del corpo umano non esiste più neanche una piccola area, un piccolo legamento che non porti il nome di colui che lo ha descritto. A partire dal 1600 si è cercato di correlare l'anatomia alla fisiologia assegnando un ruolo ad ogni organo. Questo ha poi permesso di sviluppare la chirurgia, all'inizio esclusivamente demolitiva. In un secondo tempo, dopo aver compreso il significato della vascolarizzazione degli organi, è stata sviluppata la possibilità di sezionare e poi suturate arterie e vene ricostituendo una continuità vascolare. Senza queste tecniche, definitivamente messe a punto all'inizio del 1900, i trapianti d'organo non si sarebbero mai potuti fare. L'atto ed il pensiero chirurgico hanno assunto quelle caratteristiche di dolcezza e di rispetto dei tessuti viventi che hanno permesso di transitare dalla chirurgia demolitiva a quella ricostruttiva per approdare infine a quella sostitutiva. Da allora ogni atto chirurgico è un viaggio nel corpo umano che ogni giorno si ripete in un mondo pieno di rituali qual è il blocco operatorio. E come in ogni viaggio esiste il momento della partenza, e da quel momento il viaggio dovrà compiersi, nel bene e nel male. Per il paziente che si sottopone ad un trapianto il momento del non ritorno è rappresentato dall'induzione dell'anestesia. Per il chirurgo è il momento dell'incisione dell'addome, quello dell'apertura del corpo, quello in cui compie un gesto d'eccezione, un gesto autorizzato dalla legge, una lesione grave non solo materiale ma anche spirituale. L'apertura del corpo è la lesione dell'entità, dell'individualità e dell'unità di quel corpo. Il viaggio inizia ma il chirurgo non sa quando e come finirà. Come tutti i viaggi ce ne sono di tranquilli, rilassanti, sicuri dove il ritorno è certezza. Ma ce ne sono alcuni, e fra questi il trapianto di fegato, che rappresentano l'equivalente del viaggio d'avventura, senza limiti. Tutto può accadere. Il trapiantatore sovvertirà la geografia di quel corpo. Nel momento in cui il fegato viene tolto si osserva il vuoto e l'addome non è più in continuità con il resto del corpo. Il vuoto fa paura. Il paesaggio si è modificato come se improvvisamente si fosse tolta una montagna o un lago oppure un mare. A partire da quel momento, che rappresenta il punto di non ritorno fra la vita e la morte per quel corpo, bisogna rimettere le cose a posto, alla svelta e senza commettere errori. E' il punto più lontano del viaggio che dobbiamo compiere. Qualora l'organo, già sottoposto ad un processo di purificazione con acqua al momento del prelievo dal corpo del donatore, non sia impiantato nei tempi e nei modi dovuti il paziente morirà e con lui anche l'organo che avrebbe potuto assicurare una nuova vita. Ristabilito l'ordine delle cose l'organo viene riperfuso con il sangue del ricevente: la purificazione con il fuoco ha inizio. Il momento è critico. Se tutto è perfetto la pace torna nel corpo del ricevente. E' in questa fase che il ricevente getta le basi biologiche per l'induzione della tolleranza all'organo donato. Il trapianto d'organo è una delle più recenti manipolazioni che l'uomo ha praticato sul suo corpo nei secoli della propria storia. Infatti, con il trapianto ha fatto scoprire all'entità corpo la dispersione degli organi, una specie di ubiquità e di molteplicità. Attraverso il prelievo multiorgano ed il conseguente trapianto il corpo umano può navigare a tutti i venti e questa nuova possibilità può percorrere le vie del bene o quelle del male, nello spirito del dono e della solidarietà umana come nello spirito del commercio e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Lo spirito Nel trapianto d'organi l'aspetto spirituale, etico e morale occupano un posto rilevante. La prima prova che appare all'orizzonte è quella del consenso. Acconsentirà un uomo sano al prelievo dei suoi organi nel momento in cui dovesse trovarsi in condizione di morte cerebrale? Acconsentirà un malato al un trapianto d'organo? Acconsentiranno entrambi a vedere violata l'integrità del proprio corpo? Dare un consenso alla donazione quando si è ancora viventi e sani è un fatto di coscienza personale. Non è solamente un atto di solidarietà, è un'evoluzione del pensiero nei confronti della cultura che individua in questo atto una "dissacrazione del corpo". Molto più facile è acconsentire ad essere trapiantati, peraltro ciò significa anche desiderare un organo che non è proprio. Sapendo che dovrà ricevere un organo di una persona deceduta il futuro trapiantato spesso porterà con sé il peso di dovere la propria vita alla morte di un altro. Per procedere nella comprensione delle implicazioni dello spirito è necessario individuare le qualità che conferiscono dignità all'uomo: l'unicità e la gratuità. Il concetto dell'unicità viene messo in discussione in numerose fasi del processo trapianto. In primo luogo durante la constatazione di morte encefalica. Questa afferma che un uomo è morto perché il suo cervello è morto, ma altri elementi del proprio corpo conservano, anche se in maniera artificiale e transitoria, un'apparente vita. In secondo luogo il prelievo d'organo separa molti elementi del corpo e li disperde nello spazio. Infine il trapianto di per sé che permette di inserire un organo estraneo nel corpo di un ricevente. In quest'ultimo caso l'unità corporea è particolarmente messa in discussione nel momento in cui vengono a coesistere in un corpo organi estranei. Chi conosce i trapiantati, specialmente di fegato o di cuore, sa bene che questi riceventi si confrontano con sé stessi cercando di risolvere la questione della loro unità corporea. La risposta spesso è di tipo estremo: un rifiuto che può insorgere nei mesi che seguono il trapianto oppure un'accettazione piena. Accettare che esista dentro di sé la presenza di un altro significa associare la volontà di proteggere fisicamente e spiritualmente quest'organo. Al contrario in alcune circostanze quest'organo viene rigettato. Tutti vediamo nel rigetto un fenomeno organico, legato ad una complicanza immunologica. Troviamo sempre una spiegazione scientifica, razionale: il ricevente era sensibilizzato agli antigeni del donatore, si è trattato di una reazione di tipo iperacuto, un sistema immunitario che ha reagito con violenza nonostante i trattamenti immunosoppressori, il malato non ha seguito attentamente le regole. Ma queste motivazioni potrebbero essere parziali. Chi conosce questi malati sà che non tutto si può spiegare con un fatto razionale, immunologico. Un essere umano è soggetto ad un equilibrio che fonda sulla propria triplice costituzione energetica. Il piano fisico e razionale non è tutto. Il piano animico e specialmente quello spirituale trovano in questo contesto ampio spazio. In alcuni casi il ricevente, nonostante abbia superato la malattia, non sopporta più un'unità corporale perduta ed una coabitazione che avverte come inaccettabile e verso cui attiva, in maniera inconscia, meccanismi di distruzione dell'organo trapiantato che sono poi di autodistruzione. Per quanto attiene alla gratuità del corpo possiamo affermare che nel processo di donazione degli organi questa qualità è rispettata. Ma l'insidia è alle porte. Se improvvisamente la parola "organo", e quindi una parola che suscita un pensiero biologico, si trasforma in "cosa" il concetto di gratuità viene messo in discussione e spesso inconsciamente. Infatti una persona vivente non può essere definita una cosa, nessuno accetterebbe questa definizione né sarebbe possibile comprenderne il senso. Ma nel passaggio tra la vita e la morte la materia vivente diviene inanimata. A questo punto la questione è: la morte ha la proprietà di cambiare la materia vivente in una cosa? La risposta a questa domanda condizionerà il persistere o meno di una dignità dell'UOMO. La società A questo punto è indispensabile collocare il trapianto d'organi nel contesto della società. E' necessario evocare l'aspetto sociale del fenomeno trapianto: dove questo è realta e dove non lo è. Questo non avrebbe interesse qualora il trapianto d'organo fosse una terapia come le altre. Il trapianto invece ha una peculiarità per cui deve essere posto immediatamente all'attenzione della collettività. Infatti è indispensabile una risorsa umana, il donatore sul cui corpo verrà prelevato l'organo da trapiantare. Questo punto fà sì che tutto il processo sia legato a regole sociali, ad una cultura, ad un sistema. Consenso presunto, consenso esplicito o quant'altro non è questo il momento di affrontare le peculiarità delle varie normative4. Peraltro in tutte le legislazioni troviamo un punto che le accomuna: il problema del consenso alla donazione è un affare dell'individuo sì, ma più che altro è un affare di famiglia. Infatti è la famiglia che si trova improvvisamente ad essere confrontata con la morte di un caro, ed è la famiglia che deve poi decidere se è giusto esprimere un consenso al prelievo d'organo oppure no, se è giusto esprimerlo come consenso generale e se nello stesso tempo è giusto esprimerlo per un rispetto al defunto, se questo era il suo volere. Ma questo non è il solo problema. L'Uomo, secondo Mauss, unisce al concetto di donare anche il concetto di ricevere. Ciò significa che in contesti sociali, più o meno grandi, si dona per assicurarsi un meccanismo di interscambio. Quindi, è facile donare oggi purchè ci sia la possibilità di poter ricevere domani quando altri membri della stessa comunità ne avranno bisogno. La giustizia distributiva con cui gli organi donati devono essere poi attribuiti a chi ne ha bisogno deve seguire delle regole trasparenti di priorità, anche considerando che ci troviamo a dover gestire una risorsa indispensabile e carente. La carenza di organi genera tensioni che si sono vissute e si vivono tuttora in tutti i paesi del mondo occidentale. Nel febbraio del 1998 un'imponente manifestazione si è tenuta davanti alla Casa Bianca. Questa era stata organizzata da molteplici associazioni di trapiantati e di pazienti in attesa di trapianto che testimoniavano la loro insoddisfazione verso l'amministrazione americana per le regole di attribuzione degli organi. Sottolineavano che gli organi dovevano rimanere nella comunità, in primo luogo nella nazione, ed in secondo luogo che dovevano essere previste delle priorità di attribuzione agli abitanti della contea o dello stato in cui veniva effettuato il prelievo. Gli stessi problemi sono stati vissuti negli anni ottanta in Francia, Belgio, Germania. In Francia negli anni ottanta più del 50% dei pazienti trapiantati erano italiani. A seguito di questo dato l'amministrazione francese è stata spinta dall'associazione dei trapiantati a non inserire più nelle liste di attesa pazienti non residenti in quel paese. Il trapianto, simbolo della fratellanza e della tolleranza, se mal gestito può quindi divenire il simbolo della intolleranza. La carenza di organi da cadavere e la possibilità di prelevare organi in donatori viventi può comportare delle situazioni illegali. Il mondo dei trapianti ha dietro di sé dei fantasmi, delle ombre che ancora non sono definite ma che potrebbero non solo determinare la fine del trapianto d'organo come realtà clinica, ma anche come momento di solidarietà umana, come motivo di unione all'interno della società. Questo fantasma deve essere combattuto attraverso una oculata gestione della globalizzazione e della multietnicità al fine di disattivare le nuove forme di schiavitù, e fra queste anche la vendita di organi5. Arriviamo alla fine. A poco a poco abbiamo sviluppato il concetto secondo cui questo progresso medico può risultare in una solidarietà di fatto, anche biologica. Il trapianto oltrepassa così la sua portata terapeutica per assurgere a simbolo della tolleranza e dell'integrazione nel rispetto della diversità. Bibliografia 1) Kuss R, Bourget P. Une histoire illustrèe de la greffe d'organes. Ed. Laboratoires Sandoz, Reuil-Malmaison, 1992. 2) Kahan BD. Pien Ch'iao, the legendary exchange of hearts in traditional chinese medicine. Transpl. Proc. 20:3-12;1988. 3) Mollaret P, Goulon M. Le coma depassè. Revue Neurologique 101:3-15;1959. 4) Associazione Italiana Donatori di Organi. Normativa italiana sul preleivo e sul trapianto di organi e tessuti. Quaderni di documentazione n.4 edito da AIDO, Bergamo, 2000. 5) Berlinguer G, Garrafa V. La merce finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo umano. Baldini & Castoldi, Milano, 1966. 1
torna su