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In ricordo di Nicolas Green

La notte in cui mio figlio Nicholas, di sette anni, fu colpito, stavamo facendo un gioco in macchina mentre percorrevamo l’arteria principale del sud Italia tra Napoli e la Sicilia.

29/09/2009
La notte in cui mio figlio Nicholas, di sette anni, fu colpito, stavamo facendo un gioco in macchina mentre percorrevamo l’arteria principale del sud Italia tra Napoli e la Sicilia. Come al solito, era difficile da battere. Pensai di nuovo ai suggerimenti che mi aveva dato: l’uomo di cui dovevo indovinare l’identità era un eroe, una persona reale ed eravamo stati in luoghi dove aveva vissuto. Non era Americano o Britannico, Francese, Romano o Greco. Alla fine non ebbi scelta. “Rinuncio,” gli dissi. “Bonnie Prince Charlie,” disse Nicholas allegramente. “Ma avevi detto che non era Britannico,” protestai. “No, io ho detto che non era Inglese,” rispose. Era vero. Era proprio quello che aveva detto. Questa sua ultima vittoria era tipica del modo in cui faceva ogni cosa: sceglieva accuratamente, non barava, e si divertiva un mondo nel farlo. La sua maestra disse che Nicholas era il bambino più altruista che avesse mai conosciuto ed aveva sempre saputo che era lui il suo insegnante. Presto si addormentò, rannicchiato sul sedile posteriore, accanto alla sorellina, Eleanor, di quattro anni, ed io, guidando accanto a mia moglie Maggie, mi ritrovai probabilmente a pensare, come mi accadeva spesso: “Come si può essere così felici?” Un’ora più tardi, o qualcosa del genere, ebbi il primo fremito d’ansia. Una macchina, con le luci esterne accese ma buia all’interno, si avvicinò dietro di noi e così rimase per alcuni momenti, cosa insolita in Italia dove le auto generalmente si spostano con ampio anticipo per effettuare il sorpasso. “C’è qualcosa che non va” dissi, per metà a me stesso. Maggie che era leggermente addormentata, si destò velocemente. Proprio allora l’altra macchina venne avanti e cominciò a sorpassare. Mi rilassai, niente di strano dopo tutto. Ma invece di sorpassare la macchina ci affiancò per alcuni secondi e nella notte udimmo urla forti, arrabbiate e selvagge – le parole erano indistinguibili ma volevano chiaramente che ci fermassimo. Credetti che se ci fossimo fermati saremmo stati completamente alla loro mercé. Così, invece, accelerai. Anche loro fecero lo stesso. Spinsi la macchina e loro spinsero la loro e le due macchine si ritrovarono affiancate ad altissima velocità attraverso la notte. Pochi secondi dopo, ogni illusione che potesse trattarsi di una bravata spericolata svanì, con un proiettile che mandò in frantumi il finestrino del lato dove i due bambini stavano dormendo. Maggie si girò per assicurarsi che stessero bene. Entrambi parevano dormire serenamente. Sembrò una benedizione in quel momento. Un secondo o due dopo, anche il finestrino del guidatore esplose e in che modo il proiettile mancò me e Maggie nel sedile anteriore non lo sapremo mai. Ma ormai cominciammo a distanziare gli assalitori e guardando nello specchietto laterale li vidi sempre più lontani fino a scomparire inghiottiti dalla notte. Venne fuori che avevano scambiato la nostra auto, con la sua targa di Roma, per un’altra che doveva consegnare gioielli ai negozi. Continuammo ad andare avanti cercando un luogo con luci e persone. Come capita, c’era stato un incidente sulla strada e sia l’ambulanza sia la polizia erano già sul posto. Fermai la macchina ed uscii. La luce interna si accese, ma Nicholas non si mosse. Guardai più da vicino e vidi la sua lingua leggermente fuori e una traccia di vomito sul mento. Per la prima volta ci rendemmo conto che era accaduto qualcosa di terribile. Fu messo velocemente nell’ambulanza e, dopo aver risposto alle domande della polizia, lo seguimmo, con quel sentimento di vuoto opprimente che per mesi non ci lasciò mai. Raggiungemmo un piccolo ospedale, nel parcheggio del quale si trovava un’ambulanza e raccolta intorno, in silenzio totale, quella che sembrava essere l’intera équipe ospedaliera. Sperai contro ogni speranza, che fossero lì per una ragione diversa ma, quando guardai dentro, vidi il volto pallido di Nicholas, sereno e appena lavato, come se fosse stato appena messo a letto. Il capo chirurgo ci spiegò che era ferito troppo gravemente perché potessero operarlo e che sarebbe stato portato in un ospedale più grande a Messina, in Sicilia, per vedere quello che potevano fare. Non ho mai provato un tale vuoto come allora. Due ore più tardi, al nuovo ospedale, i segni furono sconfortanti dall’inizio. Fummo mandati nel reparto rianimazione e fatti accomodare in una stanza dove, di nuovo, sembrava che tutto il personale medico si fosse riunito e dove erano di nuovo tutti in completo silenzio. Dopo un momento il capo neurologo disse con voce bassa: “La situazione è drammatica” e tutti i barlumi di speranza che erano cresciuti in quelle due ore furono spazzati via. Il proiettile si era conficcato alla base del cervello, ci dissero, il luogo preposto a tutte le funzioni cerebrali, e Nicholas era troppo debole perché potessero operarlo. L’unica speranza era che riacquistasse abbastanza forze perché potessero tentare qualcosa in seguito. Invece, la sua vita scivolò lentamente via. Nella morte, come nella vita, non era stato di disturbo ad alcuno. Dopo due giorni, tutte le attività cerebrali cessarono e tutti i sogni brillanti di un giovane idealista, che voleva fare cose che il mondo non aveva ancora conosciuto, morirono con lui. Per un po’, Maggie ed io sedemmo in silenzio, tenendoci per mano e provando ad assorbire la ragione di tutto ciò. Mi ricordo che pensai: “Come posso passare il resto della mia vita senza di lui?” Non far più scorrere le mie dita fra i suoi capelli, non sentirgli più dire “Buonanotte papà.” Allora uno di noi – non ricordiamo chi, ma conoscendola sono sicuro che fu Maggie – disse, “Ora che se n’è andato, non dovremmo donare i suoi organi?” L’altro disse “sì” e fu tutto deciso. Era così ovvio: non aveva più bisogno di quel corpo. Il risultato fu che ci furono sette riceventi, tra cui quattro adolescenti e due giovani genitori di bambini piccoli. Uno, Andrea, era un ragazzo di 15 anni che aveva avuto cinque operazioni al cuore, tutte fallite. A quei tempi poteva a malapena camminare fino alla porta del suo appartamento. Domenica non aveva mai visto con chiarezza il volto della sua bambina. Francesco, sportivo appassionato, non riusciva più a vedere i suoi bambini mentre giocavano. Due degli adolescenti, Anna-Maria e Tino, erano stati attaccati alla macchina per la dialisi per anni, quattro ore al giorno, tre volte a settimana, perdendo l’intera fanciullezza, senza essere mai in grado di allontanarsi da casa e sempre consapevoli che avrebbero potuto non diventare mai adulti. Silvia era una diabetica che stava diventando cieca, era stata più volte in coma e non riusciva a camminare senza aiuto. Infine, c’era una vivace diciannovenne, Maria Pia, che proprio quel giorno era in un coma molto avanzato a causa dei problemi al fegato. Suo fratello era morto di un problema al fegato, anche la madre era morta e la famiglia si stava preparando ad un altro colpo devastante. In quel silenzioso ospedale di Messina, queste persone erano praticamente statistiche per noi. Ma ora, avendole incontrate e dopo aver visto l’agonia attraverso cui sono passate e sapendo quello che sarebbe accaduto loro, non credo che Maggie ed io saremmo riusciti a guardarci indietro senza un profondo senso di vergogna, se ci fossimo scrollati di dosso i loro problemi come qualcosa che non ci riguardava. La nostra decisione, comunque, elettrizzò l’Italia. Il Presidente del Consiglio e quello della Repubblica chiesero di incontrarci, fummo fatti tornare a casa con l’aereo presidenziale e, nel profondo della notte in un aeroporto deserto vicino San Francisco, la guardia d’onore che aveva scortato il corpo di Nicholas a casa, con nessuno lì a guardare, insistette per eseguire l’intero cerimoniale dovuto ad un eroe nazionale. Oggi, strade, scuole, piazze, dalle Alpi alla Sicilia e il più grande ospedale Italiano, sono stati intitolati a Nicholas. Con la copertura mediatica mondiale che ne seguì, persone che a malapena avevano dedicato un pensiero alla materia, divennero coscienti che migliaia di morti erano il risultato ogni anno della mancanza di organi. Sulla sua tomba, un giorno, trovai un bigliettino anonimo, tipico nella sua intensità. Diceva semplicemente: “Caro piccolo Nicholas, ti vogliamo bene. Dio ti benedica nell’eternità, dolce bambino.” Nella sola Italia, il tasso della donazione degli organi è triplicato da quando fu ucciso, cosicché migliaia di persone che altrimenti sarebbero morte oggi sono invece vive. Ovviamente un incremento di tale intensità – nemmeno remotamente avvicinato negli altri Paesi sviluppati – deve avere una varietà di cause, ma appare chiaro che la storia di Nicholas fu un catalizzatore che cambiò l’attitudine di un’intera nazione. Da allora, tutte le sette persone riceventi hanno iniziato una nuova vita. Basta pensare solo ad una: Maria Pia, che ha recuperato la salute perduta, si è sposata nel pieno del suo essere donna e ha avuto due figli, un maschio ed una femmina – due intere vite che altrimenti non ci sarebbero state. Per quello che si può dire, il fegato di tutti e tre, in una famiglia con una lunga storia di problemi al fegato, funziona perfettamente. E sì, ha chiamato suo figlio Nicholas. La donazione degli organi, comunque, va oltre persino la chirurgia che salva la vita, ad un altro livello di comprensione. Una giovane donna di Roma ci scrisse questo: “Da quando vostro figlio è morto, il mio cuore batte più forte. E penso che le persone, le persone comuni, possono cambiare il mondo. Quando andate al piccolo cimitero dove Nicholas riposa, per piacere ditegli questo, ‘Loro hanno chiuso i tuoi occhi, ma tu hai aperto i miei.’” da "Il Dono che Guarisce," di Reg Green (Traduzione di Andrea Scarabelli)
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