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Io che ho donato un rene vivo una vita più piena

La lettera di una “samaritana” al Corriere della Sera

07/12/2016

“Una vita nuova e diversa può iniziare all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Fissavo la porta chiusa di Terapia Intensiva. Il cervello di mia cugina Elena, a 42 anni, era stato inondato da una emorragia, ma il suo corpo era sano e forte. Fissavo quella porta, in attesa. I medici uscirono e ricevettero il consenso alla donazione dei suoi organi. All’improvviso la vita delle sue due bambine cambiò per sempre, come altrettanto, all’improvviso, cambiò per sempre la vita di chi ricevette il cuore di Elena, i suoi reni, il suo fegato: in ciascuno di loro prendeva vita una nuova continuità di esistenza, attraverso la concreta espressione di amore che quel dono rappresentava.

Pensando ad Elena, un giorno guardai una ragazza che sapevo sottoporsi alla dialisi tre volte alla settimana e all’improvviso capii: «Io sto bene, ho due reni che funzionano. Se ne dessi uno a quella ragazza, o a chiunque sia nelle sue condizioni, staremmo bene in due». Iniziai così l’iter degli accertamenti. L’esito positivo di ciascuna analisi mi apriva la porta a quella successiva. Fui fortunata, passo dopo passo si aprirono tutte le porte, fino a quella della sala operatoria, ove mi accompagnò il chirurgo che amorevolmente aveva condiviso con me questo cammino.

Mi svegliai dopo l’intervento immaginando il mio rene destro dentro la sua culla, una specie di borsa-frigo in cui riposava ed era alimentato, durante il viaggio necessario per giungere in quell’ospedale che non conoscevo, dove lo attendeva l’équipe di chirurghi che lo avrebbe inserito nel grembo della persona che era stata scelta in base alla compatibilità. Non so chi sia quella persona e non so nulla della sua vita. Ma so la cosa più importante per me: ora stiamo bene in due. E mi piace pensare che questa persona possa vivere le sue giornate e pensare al proprio futuro con ritrovata libertà.

Io credo che nella vita ciascuno possa incontrare tante e tante occasioni per trasformare l’«io» in «noi», perché in tanti modi diversi, durante il proprio cammino, si presenta la possibilità di scegliere di vivere questa trasformazione. Quest’esperienza di donazione di un rene ad una persona sconosciuta ha donato, a propria volta, due significati alla mia vita: il primo è la ragione stessa di esistere, in quanto manifestazione del senso di «comunità»; il secondo è l’aver dato alla luce una vita nuova, quella che ha davanti a sé la persona sconosciuta che porta in grembo il mio rene. Mi chiamo Paola. Ho preso tempo per riflettere, ho atteso che le emozioni si trasformassero in sentimenti. Ecco la mia testimonianza. Rispondo a chi si domanda perché si può fare. Indipendentemente dal credere o non credere in Dio».

Cinque mesi dopo Paola scrive al Corriere. E racconta, nella lettera che pubblichiamo per intero, come ha elaborato nell’intimo la scelta di donare un rene in forma anonima, gratuita, senza sapere a chi sarebbe stato assegnato. Col suo gesto «samaritano» (così si chiama la donazione di questo tipo) a metà luglio ha reso possibile una serie di trapianti a catena che ha salvato quattro persone in attesa di ricevere un organo. Oggi quelle persone vivono grazie a lei. La prima operazione è avvenuta a Milano, presso l’unità diretta all’ospedale Maggiore dal professor Mariano Ferraresso. Il piano è stato organizzato dal centro nazionale trapianti coordinato da Alessandro Nanni Costa. E la seconda donazione samaritana in Italia. Da allora, grazie all’esempio di Paola, altre persone hanno offerto il loro rene al prossimo e sono in preparazione altri interventi.

(Margherita De Bac, Corriere della Sera)

 

L’Intervista a Silvia Vegetti Finzi, di Agostino Gramigna

«Ma il rene la signora l’ha già dato? Perché la questione è delicata. Gesti come questi, per certi versi estremi, possono essere fatti anche per sensi di colpa o altre problematiche». Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta che tra le tante cose collabora a Milano con il Vidas (associazione fondata per assistere gratuitamente i malati terminali), dice che non dovremmo mai scordarci di una verità: «La mente umana è più complessa di quanto si possa pensare». Tuttavia, è convinta, il caso di una donna che si priva di una parte di se stessa (il rene) non rientra nel gesto del semplice dare. «Ci sono eccezioni che sfuggono all’omologazione e al narcisismo che sembra prevalere oggi. Non tutto nella società è orientato dall’egoismo e dal mercantilismo».

Ma cosa fa scattare un gesto di generosità?

«Io lavoro a contatto con volontari che sono un esempio di altruismo e che attraverso questo cercano di perfezionare se stessi. La generosità è uno strumento per diventare migliori».

C’entra anche la capacità di stabilire un contatto reale con l’altro?

«Certo. Che avviene quando rio" diventa un io aperto, non autocentrato, non rigido, non difensivo ma capace di aprirsi in un abbraccio».

Ma chi è generoso: vocazione, nascita, attitudine? O si può imparare?

«Mischiamoli tutti questi fattori. Milano, per esempio, è una città che offre molti esempi di altruismo. Di persone che si dedicano all’umanizzazione. E che organizzano il bene. Ci vuole anche razionalità nella generosità».

Le società odierne, nel senso comune, sono definite individualistiche e narcisistiche. Forse si esagera?

«Credo di sì. Consideri poi che molti generosi operano nell’ombra. Ma ritorno all’esempio di Milano, una città percorsa nei decenni da un forte impegno religioso e dall’impronta del socialismo umanistico. Dietro un atto di grande generosità spesso c’è già un percorso tracciato. Un tessuto sociale favorevole».
 

Silvia Vegetti Finzi, 78 anni, psicoterapeuta e saggista ha insegnato Psicologia dinamica all’Università di Pavia. Tra le fondatrici della Consulta di bioetica, si è occupata anche di storia della cultura, immaginario femminile ed età evolutiva. Tra i suoi libri, «Una bambina senza stella. Le risorse segrete dell’infanzia per superare le difficoltà della vita» (Rizzoli).

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