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Io sieropositivo, rinato dopo 10 anni al trapianto rene.

L’intervento eseguito a Palermo nel 2001.

18/07/2011
Per uno a cui non avevano dato altre speranze se non quella di una vita fatta di dialisi, Paolo ne ha fatta parecchia di strada, alla faccia dei tanti pregiudizi con cui si è dovuto scontrare. A 10 anni esatti dal suo trapianto di rene, il primo fatto su una persona sieropositiva in Italia, Paolo è oggi un uomo in piena salute, che fa una vita normalissima e che adora il mare e la pesca subacquea. Tanto che per riuscire a intervistarlo abbiamo dovuto aspettare che tornasse dalla sua gita in pattino al mare. Oggi è dunque una giornata importante per lui e anche per Ignazio Marino, attuale presidente della commissione d’inchiesta del Senato sul Servizio Sanitario Nazionale, ma nel 2001 direttore dell’Ismett (Istituto Mediterraneo Trapianti di Palermo) e chirurgo che eseguì l’intervento, suscitando critiche e una lettera di censura dall’ex ministro della Salute, Girolamo Sirchia, e dal direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa, secondo cui la letteratura scientifica trapiantologica sull’argomento metteva in dubbio l’opportunità di praticare in un paziente sieropositivo un trapianto che non fosse “salvavita, menzionando il trapianto di rene come intervento da cui astenersi”. “Pensavo di non avere più speranza, di essere ormai condannato - ricorda Paolo - Dopo 5 anni di dialisi non ce la facevo più”. Ma navigando su internet Paolo scoprì che negli Stati Uniti alcuni sieropositivi erano già stati trapiantati. “Tutti i medici mi dicevano però che un trapianto era una pazzia. Che era impensabile far prendere immunosoppressori a una persona già immunodepressa. Tentai anche all’Ismett - continua - e Marino mi rispose quasi subito. Quando mi disse che ero un buon candidato per quell’intervento provai una gioia immensa. Mi parlò con grande tranquillità, trasmettendomi sicurezza, umanità e professionalità. Nonostante i pareri contrari di tutti gli altri, io scelsi di fidarmi di lui e lui di me”. Prima del trapianto di rene da vivente, ricevuto da suo padre, Paolo fu comunque sottoposto a controlli continui per sette mesi. Il resto è storia. “Sono stato in ospedale appena 10 giorni - prosegue - ed è andato tutto benissimo. Non ho avuto complicazioni né problemi di alcun tipo, né allora, né in tutti questi 10 anni. Se non lo sapessi, è come se non avessi fatto nulla”. E sì, perché nonostante 10 anni di farmaci immunosoppressori e 20 di terapia antiretrovirale, gli ultimi esami di Paolo dicono che ha zero molecole di Hiv in circolo nel sangue, che i suoi anticorpi sono tornati a livelli normali e la sua terapia antiretrovirale gli è stata dimezzata. “Spero che la mia storia - conclude Paolo - possa dare una speranza a chi si trova nella mia situazione di 10 anni fa”. Il commento del Professor Ignazio Marino : “Oggi in Italia anche un paziente sieropositivo può essere inserito nelle liste di attesa per i trapianti, un diritto che dieci anni fa non veniva riconosciuto”. “Affrontai - spiega Marino - una lunga polemica con il Centro Nazionale Trapianti e con l’allora ministro della Salute Girolamo Sirchia, alla quale non ero preparato. Mi resi conto ben presto che l’opposizione a quel tipo di intervento non era basata su argomentazioni mediche ma culturali, derivanti da un probabile pregiudizio generalizzato nei confronti delle persone sieropositive. Mi censurarono - aggiunge - parlando di un gesto irresponsabile che avrebbe portato a risultati disastrosi. Nel tempo, in verità, le uniche conseguenze che ho ottenuto sono state: l’apertura di un dibattito che ha condotto ad accettare e praticare i trapianti su pazienti sieropositivi; il miglioramento delle condizioni di vita di un ragazzo che a tutt’oggi - conclude Marino - è vivo e sta bene”. (Adele Lapertosa, ANSA)
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