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L’Italia dei trapianti non si è fermata: calo del 20% degli interventi. Ma in Francia e Regno Unito salta uno su due

L’epidemia di coronavirus ha messo in crisi le reti di tutto il mondo. Ma il nostro paese ha lavorato bene. In Spagna -80% e negli Usa -90%

19/05/2020

Il coronavirus ha messo in crisi molti aspetti della sanità e il mondo dei trapianti non fa eccezione. Ma in Italia – nonostante il nostro sia un paese in prima linea nella lotta contro questa pandemia – la rete trapiantologica ha retto: il numero di interventi ha subito un’inevitabile flessione, ma i numeri parlano di un calo contenuto e di una rinnovata fiducia nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale che ha aumentato (in percentuale) il numero di donatori. Di fronte all’emergenza, insomma, questa volta ci siamo fatti valere. Lo certifica uno studio appena pubblicato su Lancet, una delle più prestigiose riviste mediche del pianeta, che mette nero su bianco il crollo delle reti trapiantologiche di Francia e Stati Uniti, dove il numero di trapianti effettuati dall’inizio dell’epidemia è diminuito di oltre il 50%. I dati del Centro nazionale trapianti rivelano invece che nel nostro paese la flessione ha superato di poco il 20%, nonostante alcuni dei centri a più alto volume di interventi si trovino proprio nelle “zone rosse” del Nord Italia.

Trapianti al tempo di Covid
Che l’emergenza legata all’epidemia rappresenti un serio problema sul fronte dei trapianti è facile da immaginare, se si pensa che proprio le terapie intensive dove oggi si affollano i malati più colpiti da Covid-19 sono di norma il punto di partenza del percorso che va dall’identificazione di un donatore, all’espianto, fino al trapianto vero e proprio. Passaggi cruciali per donare una nuova speranza alle quasi 4mila persone che ogni anno in Italia necessitano di un trapianto d’organo, che diventano però difficili da affrontare con il personale agli sgoccioli, i reparti strapieni e il rischio sempre presente di contagio. “All’inizio dell’epidemia abbiamo dovuto mettere in piedi dei percorsi specifici per continuare ad effettuare i trapianti in tutta sicurezza”, racconta Massimo Cardillo, direttore del Centro Nazionale Trapianti. “Siamo stati rapidi, e questo ci ha permesso di reggere bene nonostante i tanti problemi legati a Covid: non solo la necessità di garantire la sicurezza degli operatori e dei pazienti, ma anche di organizzare uno screening dei donatori per evitare di trapiantare organi potenzialmente infetti, e persino le difficoltà logistiche legate al trasporto degli organi da una regione, o provincia, ad un’altra”.
Problemi che non riguardano solamente l’Italia, ovviamente, e che in altre nazioni hanno prodotto un rallentamento importante delle attività delle reti trapiantologiche. Secondo i dati pubblicati su the Lancet in Francia dall’inizio dell’epidemia il numero di trapianti da donatore deceduto è diminuito di oltre il 90%, mentre negli Usa la riduzione ha raggiunto il 50%. I dati mostrano che i rallentamenti riguardano in particolar modo le aree più colpite delle due nazioni, a danno principalmente dei trapianti di rene (che in Francia sono crollati praticamente a zero nei giorni del picco epidemico), e poi nell’ordine di quelli di fegato, polmoni e cuore. “La situazione per quanto ne so è simile anche in altre nazioni – sottolinea Cardillo – in Spagna i trapianti sono diminuiti di circa l’80%, nel Regno Unito più o meno del 50%”.

Il panorama italiano
In Italia siamo andati meglio, con una riduzione dei donatori che a oggi ha raggiunto circa il 23% e un numero di trapianti effettuati ridotto solamente del 20%. Da noi inoltre non sono state registrate particolari differenze legate ai singoli organi. Il sistema insomma ha tenuto meglio di quanto avvenuto altrove, anche grazie a una rinnovata fiducia dei cittadini nel Sistema Sanitario Nazionale. “Dall’inizio dell’epidemia il tasso di opposizione al prelievo è diminuito del 5,2%, passando da un 32,5% registrato nello stesso periodo del 2019 a un 27,3%”, spiega Cardillo. “Questo è sicuramente uno degli ingredienti che ha permesso di contenere gli effetti dell’epidemia sulla nostra rete trapiantologica, una rete di per sé solida, costruita nel tempo, con costanza, e popolata da persone che credono nel proprio lavoro. E quando c’è la motivazione si riesce a lavorare anche in condizioni estreme come quelle sperimentate nelle regioni più colpite dall’epidemia, dove spesso i trapianti sono riusciti a proseguire anche nel bel mezzo dell’emergenza: come a Bergamo, dove nei giorni del picco è stato effettuato un trapianto di polmone”.

Trapianti: un percorso internazionale
Anche la collaborazione internazionale non si è fermata nei giorni caldi dell’epidemia. A Milano e Torino ad esempio sono stati trapiantati reni provenienti da donatori svizzeri, che rischiavano di rimanere inutilizzati a causa della sospensione dei trapianti nella Confederazione elvetica. Mentre al Policlinico di Bari è stato effettuato un trapianto di fegato su una paziente Greca arrivata in coma il 15 aprile, che rischiava la vita a causa della difficoltà di reperimento dell’organo sperimentate in patria. “L’attività internazionale di scambio di pazienti e organi per il trapianto è doppiamente vantaggiosa, perché ci permette di aumentare le possibilità dei pazienti delle liste d’attesa italiane di ricevere un organo compatibile e contemporaneamente aiuta persone che nel proprio paese non potrebbero essere salvate”, spiega Cardillo. “La pandemia sta dimostrando che le risposte sanitarie devono essere globali e che ciascun Paese deve fare la propria parte senza egoismi”. Superato il picco della pandemia, sperando che nei prossimi mesi il coronavirus non sia protagonista di nuove ondate epidemiche, l’obbiettivo è ora quello di ripartire a tutta forza, per tornare appena possibile al normale volume di interventi. Per riuscirci sarà vitale la riorganizzazione degli ospedali, con percorsi Covid free e più letti in terapia intensiva dedicati ai pazienti non infettivi. “Abbiamo già chiesto un occhio di riguardo in questo senso alle regioni – conclude Cardillo – perché il piano di rinforzo degli ospedali tenga conto delle esigenze organizzative e di personale necessarie per rinforzare il nostro sistema trapiantologico”.

(Simone Valesini, Repubblica)

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