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L'UOMO E IL CORPO

La seconda parte delle riflessioni sulle rappresentazioni e i valori etici e culturali che si accompagnano al dono e al trapianto degli organi, della psicologa Vania Sessa.

24/08/2004
L'uomo e il corpo L'argomento che tratterò in questo capitolo pone la sua attenzione al "vissuto" del trapiantato, incominciando dalla sua dimensione strettamente corporea, vale a dire dalla sua corporeità individuale. Che, superando il punto di vista parziale della semplice fisiologia, si domanda come il soggetto percepisca la presenza all'interno del proprio corpo di un elemento nuovo che, ancorché integrato e compatibile, resta pur sempre svincolato dalla sua totalità genetica. Ma prima di concentrarci sulla dimensione delle conseguenze del trapianto, è interessante vedere come il corpo sia vissuto dalla società e dall'individuo, visto che l'immagine che si crea di esso andrà sicuramente ad influenzare sia la donazione e sia, soprattutto, l'accettazione del trapianto da parte del paziente. Innanzitutto va evidenziato che la percezione del corpo non deve essere vista come un fatto privato, ma essenzialmente come un fatto pubblico. Sia Mary Douglas (1979) sia Galimberti (1993) evidenziano questa funzione sociale del corpo. Galimberti ritiene il corpo una "memoria" attraverso la quale la società ricorda all'individuo le sue leggi; nelle società non occidentali, attraverso i riti iniziatici, l'individuo viene marchiato con segni indelebili che gli assegnano un posto all'interno della società. In modo meno cruento anche la nostra società ci marchia attraverso l'uso di quelli che vengono chiamati status symbols. Secondo l'Autore, il corpo attraverso i codici della società acquista l'identità del gruppo e perde quell'ambivalenza, data da tutti i suoi possibili significati, per restringersi a quelli che sono strettamente controllati dal gruppo. Anche M. Douglas fa un'analogia tra il corpo sociale e il corpo fisico, ritenendo che il primo determini il modo in cui viene percepito il secondo. Il corpo fisico diviene strumento di espressione e ciò avviene attraverso varie categorie culturali che attingono all'idea stessa di corpo prodotta dalla società, come le cure che gli vengono dedicate, la pulizia a cui è sottoposto, le varie teorie sulla necessità del sonno, dell'esercizio fisico, sul come e quando sopportare il dolore, ecc. Ricordando Mauss, l'antropologa inglese afferma che il corpo è l'immagine della società e l'interesse verso parti di esso esprime la particolare attenzione verso determinati aspetti della vita sociale. Un esempio è quello dell'interessamento agli orifizi del corpo che può essere messo in rapporto alla preoccupazione sulla sicurezza delle entrate e delle uscite nel territorio del gruppo. Anche le relazioni fra gli organi, come la testa ed i piedi, la bocca e l'ano, ecc., possono rispecchiare gli schemi gerarchici della società ed il rilassamento o le ristrettezze del controllo del corpo rispecchiano lo stesso genere di comportamenti all'interno del gruppo; è possibile, perciò, sostiene la Douglas (1979), tracciare una corrispondenza fra controllo sociale e controllo corporeo. Ed ancora del "corpo" parla Cardona quando si riferisce al detto greco: "di tutte le cose è misura l'uomo" (1985, p. 44). E' l'uomo che genera lo spazio, visto che ne occupa la posizione centrale; nel suo orientarsi l'uomo percepisce gli oggetti che lo circondano e nel caso del proprio corpo egli è nello stesso tempo soggetto percepente e oggetto percepito. Ma la categorizzazione del corpo non è universale, ancora una volta essa è determinata dal gruppo culturale di cui fa parte: non esiste un'identica segmentazione del corpo, tanto che l'Autore sostiene che si potrà considerare come insieme unico, per esempio, sia l'insieme gamba/piede sia quello braccio/mano, evidenziando come il corpo culturale e quello anatomico si differenzino e come la relazione del tutto con le parti rispecchi generalmente, come anche la Douglas ci ha riferito, gli schemi gerarchici all'interno del gruppo. Altro aspetto attraverso il quale si può analizzare il corpo riguarda la contrapposizione corpo/anima che è stata introdotta in Occidente principalmente da due correnti di pensiero, la filosofia di Platone e la religione biblica. Platone crede nell'essenza trascendente della verità che perciò deve liberarsi della materia in quanto ostacolo alla sua acquisizione; solo l'anima liberata dal corpo può raggiungerla. Galimberti (1993) parla a tale proposito dell'inaugurazione di una "logica disgiuntiva" nella quale l'uomo è diviso in anima e corpo e la materialità diventa disvalore che si oppone all'essenza ideale della verità e cita il seguente passo tratto dal Fedone: "...fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato ciò che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità. (...) Pertanto, nel tempo in cui siamo in vita, come sembra, noi ci avvicineremo tanto più al sapere quanto meno avremo relazioni col corpo e comunione con esso" (1993, p. 25). Nonostante Aristotele abbia sovvertito questo pensiero, definendo l'anima come "qualcosa del corpo" (Galimberti, 1993, p.33), l'Occidente non avrà alcuna esitazione a proseguire lungo la via tracciata da Platone la cui antropologia, profondamente ostile ai valori del corpo, non tarderà a catturare quell'altra sorgente del pensiero occidentale costituita dalla tradizione biblica che, in tutta la sua storia, era sempre rimasta fedele a quella visione unitaria del corpo che non prevede la divisione in anima e corpo per la semplice ragione che tale tradizione non disponeva di un concetto di anima come entità autonoma e separabile. Il trionfo del Cristianesimo ha continuato questa rivoluzione culturale che, con la disfatta della dottrina corporale, ha il suo momento culminante nel periodo medioevale. L'assorbimento dell'antropologia biblica al modello concettuale greco consoliderà quella divisione tra anima e corpo su cui Cartesio non avrà "alcuna dubbio" quando, introducendo la nota distinzione tra res cogitans e res extensa, sottrarrà l'anima ad ogni influenza corporea per risolverla nel puro intelletto, nell'ego intersoggettivo, che con le sue cogitazioni, esprimerà ogni possibile senso del mondo, in cui il corpo si troverà ridotto a pura estensione e movimento. "Da centro di irradiazione simbolica nella comunità primitiva, il corpo è diventato in Occidente "il negativo di ogni valore" che il gioco dialettico delle opposizioni è andato accumulando" (Galimberti, 1993, p.13). Dalla "follia del corpo" di Platone alla "maledizione della carne" nella religione biblica, dalla "lacerazione cartesiana" della sua unità alla sua "anatomia" ad opera della scienza, il corpo viene oggettivizzato e separato dalla mente ed incomincia la sua storia come somma di parti. Ed è in questo modo che la scienza lo presenta a noi oggi. Galimberti (1993) evidenzia il modo in cui, attraverso l'anatomia e la fisiologia, ci viene descritto il corpo: "i risultati scientifici non sono il prodotto di un intelletto che abita il corpo ma di un intelletto puro, che solo prescindendo... dal corpo e dal mondo percettivo e intuitivo che il corpo dischiude, è in grado di produrre quelle costruzioni logico-ideali in cui la scienza si riconosce" (p. 49). Ma questa situazione non ha le sue basi nell'esperienza quotidiana e "l'uomo moderno si sente forse un po' sperduto, non trovando un equilibrio fra mente e corpo" (Cutino, 1994, p. 136).
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