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LA RELAZIONE CON IL DONATORE CADAVERE

L'ultima parte delle riflessioni della psicologa Vania Sessa.

10/10/2004
E’ noto che, almeno in via teorica, la donazione di organi è regolata dall’anonimato più rigoroso. Ciò in accordo con l’opinione di molti studiosi (Barale e coll., 1988; Chiesa, 1989), secondo la quale la relazione tra donatore e ricevente complica il processo di integrazione psichica del nuovo organo: l’anonimato favorirebbe infatti l’attivazione di meccanismi di negazione con funzione adattiva e protettiva, in grado di favorire il processo di elaborazione. Il problema della necessità di mantenere o meno l’anonimato è piuttosto controverso; se alcuni sostengono che possa aiutare i meccanismi di negazione, altri ritengono che si possa ottenere un miglior adattamento quando i pazienti hanno informazioni riguardanti l’organo donato (House e coll., 1990). Si può verosimilmente ipotizzare che il vuoto di conoscenza che questo comporta non risolva i problemi del malato, il quale si trova comunque a dover gestire sentimenti di colpa, angosce, vissuti persecutori che nascono in lui in relazione alla figura del donatore. Questi sentimenti e vissuti rimangono in genere a livello non consapevole, dato che la negazione erige nei loro confronti barriere sufficientemente efficaci, in modo da non farli quasi mai passare sulla scena dei vissuti e dei comportamenti consapevoli (Barale, 1988). Mai (1993; citato in Rupolo e coll., 1999) specifica che un aspetto peculiare dell’esperienza del trapianto è rappresentato dalla consapevolezza del ricevente di avere un organo essenziale al mantenimento della propria vita, proveniente da una persona che è morta. Per quanto questi fattori siano difficili da quantificare, creano comunque una situazione straordinaria, ricca di conseguenze psicosociali. Secondo l’Autore il legame che si crea tra il ricevente e la famiglia del donatore è una conseguenza del desiderio di esprimere gratitudine, frequentemente presente in questi pazienti (una sua paziente, la quale non conosceva l’identità della persona che le aveva donato il cuore, in occasione dell’anniversario dell’operazione ha fatto pubblicare un avviso sul giornale, nel quale esprimeva la propria gratitudine). Secondo altri Autori, invece, solo occasionalmente ci sarebbe il desiderio di ripagare il donatore o la sua famiglia in qualche modo (House e coll., 1990). Cozzi e Agostinis (1993) sottolineano che il pensiero della persona dalla quale si è ricevuto l’organo è più presente nella fase dell’immediato post-trapianto, mentre tende ad attenuarsi con il passare del tempo: sentimenti di riconoscenza e di colpa accompagnano spesso la relazione con il donatore nel vissuto del trapiantato. In particolare, sono stati riscontrati due tipi di reazione circa la figura del donatore: i sensi di colpa, sempre molto presenti, possono essere razionalizzati, e prendere quindi la forma di un sentimento di gratitudine, oppure sono proiettati sul donatore stesso (come emerge dalle parole di un paziente: “è morto per colpa sua, è stato imprudente con la moto!”). Alcuni pazienti, dopo il trapianto, preferiscono ignorare il nome, l’identità del defunto per negare il debito di riconoscenza e il senso di colpa per la loro vita, nata dalla morte di un altro. Altri desiderano conoscere da chi proviene l’organo, per ringraziare i familiari del defunto, ed esprimere loro la propria gratitudine. Nella dinamica di entrambi i comportamenti, come afferma Castelnuovo-Tedesco (1973), può avere importanza il fatto che l’organo trapiantato non è solo una parte corporea, bensì la rappresentazione a livello psicologico dell’intera persone da cui proviene. Nel nostro Paese non sempre si tiene fede all’anonimato: anche se i medici non forniscono dati relativi al donatore, spesso i riceventi ne conoscono l’identità attraverso i giornali. Anche senza incoraggiamenti in tal senso, una parte dei pazienti trapiantati ricerca frequentemente qualche contatto con la famiglia del donatore, instaurando rapporti in parte di riconoscenza, ma spesso anche di colpa per la loro vita nata dalla morte (Chiesa, 1989). Conclusioni L’adattamento a questo genere di interventi è un processo dinamico, in continuo divenire, essendo correlato a variabili non solo organiche, ma anche, se non prevalentemente, psicosociali (l’assetto psicologico del paziente, il contesto familiare, sociale e istituzionale), economiche (pensiamo alla possibilità di mantenere un’attività lavorativa – e quindi una fonte di soddisfazione, autostima e realizzazione personale, ma soprattutto di reddito – con le ricadute che questo può avere sulle dinamiche e sulle distribuzioni dei ruoli all’interno del nucleo familiare), ideologiche e culturali in genere (Cozzi e Agostinis, 1993). Come emerge da questa descrizione, per quanto valide possano essere le modalità di reazione e di adattamento del paziente, il raggiungimento di un nuovo equilibrio psicologico dopo un intervento così severo è comunque frutto di un processo lungo e complesso, che richiede una struttura di personalità sufficientemente duttile e matura1. In ogni caso, tuttavia, al miglioramento delle condizioni fisiche migliorano le condizioni psicologiche del paziente, migliora l’aspettativa di vita e la qualità della vita residua. I pazienti affermano di essere tornati “a nuova vita”. E non a torto. Secondo Rupolo e collaboratori (1999) una risposta psicologica di questo tipo è necessaria per affrontare un evento così carico di implicazioni emotive come il trapianto. A determinare questo vissuto fortemente idealizzato è soprattutto il notevole miglioramento dei sintomi della malattia precedente al trapianto, che si accompagna a una percezione più serena della vita, a un innalzamento del tono dell’umore, a una maggiore soddisfazione nelle relazioni interpersonali e nelle attività quotidiane. A tale proposito va sottolineato che le indicazioni per il trapianto sono costituite da patologie molto gravi e invalidanti, spesso ad andamento progressivo, che pongono l’individuo a strettissimo contatto con la morte. E’ quindi naturale che il sentirsi nuovamente liberi dai sintomi dopo anni di sofferenze venga avvertito dai pazienti come una rinascita a nuova vita. Ed è questo il sentimento che più spesso è presente nei pazienti trapiantati: la sensazione di essere letteralmente resuscitati. Potremmo paragonare il trapianto a un’esperienza di morte e di rinascita che spesso si accompagna, come ogni rinascita, a un cambiamento. Si rinasce a una nuova vita, certamente, ma si rinasce molto spesso anche a una vita completamente diversa. Si riscoprono nuovi valori, si riscopre un senso più autentico dell’esistenza, un modo nuovo di vivere, e a volte più conforme alla propria vera identità. La malattia in questi casi assume un significato più profondo, divenendo così un’occasione da cogliere per modificare la propria vita. Non è raro che i pazienti affermino di apprezzare di più i piccoli piaceri quotidiani, i legami di solidarietà e di affetto o ancora di aver rivisto il proprio stile di vita ponendo al centro dell’esistenza valori prima dimenticati. Spesso, anzi, essi tendono a essere iperattivi, soprattutto nel primo periodo dopo la dimissione dall’ospedale, e molti di loro affermano che, dopo il trapianto, hanno cominciato ad apprezzare maggiormente i molteplici aspetti dell’esistenza, imparando a convivere con i non rari problemi di ansia e depressione, e con i disturbi sessuali e dell’adattamento di cui frequentemente sono portatori (Rupolo e de Bertolini, 1996). Alla luce di un nuovo ottimismo si comprendono pure i cambiamenti di vedute in favore di una disponibilità verso gli altri. Si pensi ai casi in cui il ricevente, sentendosi beneficato, colga il significato più vero della donazione, facendosi a sua volta donatore, disponendo che, al momento del suo decesso, l’organo ricevuto possa essere lasciato in ulteriore eredità. «E’ come se si ereditasse tutta l’umanità» afferma Roberta Sala, «… anzi, più propriamente, è come se si ereditasse (si ritrovasse come dopo lungo peregrinare, come quando si torna al luogo della propria origine) la possibilità di essere se stessi, nel senso di continuare a vivere… rinascendo alla vita, secondo una prospettiva di forte interrelazionalità fino a quel momento trascurata» (1994, p. 17). E’ proprio in un’ottica della complessità e della interrelazione che, infine, si potrebbe rinvenire un particolare senso alla pratica del trapianto. Pur accordando ad essa generale consenso, abbiamo visto come si registra in molti la paura di perdere la propria identità, paura di acquisire con l’organo dell’altro la sua identità. Paura, ancora, di vivere della morte dell’altro, che, con la propria morte, apre una possibilità di vita e lascia un testimone di vitalità. Tali paure possono essere causa di problemi psicologici in coloro che ricevono un organo. Ma cercando di rispondere alla questione circa l’identità dell’individuo che ha subito un trapianto, potremmo dire che questi rimane se stesso pur nella diversità che l’ “irruzione” dell’organo trapiantato di per sé comporta. Se il corpo vivente non è solo la somma degli organi che lo compongono, se l’io corporeo è altro rispetto allo spessore organico entro cui pur si manifesta (e senza il quale gli sarebbe impossibile manifestarsi), si capisce perché l’accogliere nel proprio corpo, l’organo di un altro corpo, non si deve intendere come lesivo dell’identità del soggetto nella sua complessità. Gli organi del proprio corpo cessano di essere cose per dischiudere un loro ulteriore significato: sono ora la “possibilità con cui il corpo si esprime nel mondo”, con cui il soggetto fa dono di sé all’altro soggetto. In tal senso, sia donatore che ricevente acquistano una “progettualità” nuova, mostrano di vivere profondamente la propria corporeità al punto da renderla interamente, materialmente, disponibile all’apertura di senso (Galimberti, 1993). Donando e ricevendo un organo si accetta che una parte di sé non sia semplice cosa ma sia nuova condizione di vita, intesa sia come sopravvivenza fisica che come fonte di ulteriori significati. Sembra, come dice Roberta Sala (1994), che da soggetto a soggetto vi sia uno scambio di promesse, un passaggio di consegne: «la relazionalità che rende reciprocamente significative due soggettività che si riconoscono a vicenda, …sembra prolungarsi oltre la morte» in una relazionalità differita nel tempo, e una promessa di fedeltà che mantiene il suo senso pur nell’assenza di uno dei due (p. 17). In un ottica che privilegia dunque il significato simbolico della corporeità, in cui il corpo, e l’organo scambiato, sono occasione di interrelazione, di comunicazione personale e profonda, nonché luogo privilegiato della donazione, il donatore si assume la responsabilità di proseguire la sua stessa vita e, con la propria, la vita dell’altro. In un gesto che trova il suo significato più profondo «nell’orizzonte di un servizio alla vita che va sempre al di là del soggetto donatore e del soggetto ricevente» (Autiero, 1991, p. 359).
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