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LA VIA ITALIANA AGLI XENOTRAPIANTI

La rivista Proceedings of the National Academy of Sciences pubblica l'esperimento realizzato dall'èquipe di Marialuisa Lavitrano, del dipartimento di medicina sperimentale dell'Università di Milano-Bicocca.

22/10/2002
Una ricerca tutta italiana, finanziata con soldi pubblici, ha individuato una soluzione elegante all'ostacolo più rilevante e più insidioso che si frappone tra l'idea teorica di usare organi di animali per trapiantarli all'uomo, e la possibilità pratica di ricorrere al metodo. L'ostacolo è il rigetto iperacuto, la reazione del sistema immunitario che nell'arco di poche decine di minuti distrugge l'organo trapiantato. La soluzione è la più naturale che si possa immaginare, perché "si basa sulle proprietà degli spermatozoi e sul meccanismo della riproduzione" spiega Maria Luisa Lavitrano, ricercatrice del Dipartimento di medicina sperimentale, ambientale e biotecnologie mediche dell'Università Bicocca di Milano, che ha pubblicato i risultati dei suoi studi su Proceedings of the National Academy of Science. Per superare la barriera del rigetto iperacuto, altri gruppi in passato avevano dimostrato che è sufficiente che nell'organo da trapiantare siano presenti alcune proteine umane, e in particolare la hDAF, una molecola che può bloccare la reazione immunitaria. Ma creare maiali transgenici (che incorporano il gene umano responsabile della produzione di questa proteina) richiede tecniche complesse, in cui il DNA viene iniettato nella cellula uovo fecondata, e che, a fronte degli alti costi, hanno successo soltanto nel 4 per cento dei tentativi. "In realtà madre natura ci suggerisce di usare un procedimento diverso" spiega Maria Luisa Lavitrano. "In natura infatti esiste un metodo molto efficace che permette di trasferire nella cellula uovo geni estranei: questo sistema è la fecondazione". Quando infatti l'uovo e lo spermatozoo si incontrano mettono in comune tutti i loro geni. E se nella dote genetica che lo spermatozoo porta con sé ci fosse anche il un gene di un'altra specie, allora questo verrebbe accettato dalla cellula uovo al pari di tutti gli altri. Il problema, quindi, è inserire il gene che protegge dal rigetto iperacuto - hDAF - nel DNA di spermatozoi di maiali, gli animali che la ricerca sugli xenotrapianti ha indicato come i più idonei a fornire organi di ricambio all'uomo. In seguito basterà fecondare le femmine con questi spermatozoi modificati per ottenere i maialini transgenici. "L'obiettivo può essere raggiunto facilmente, sfruttando ancora una volta un fenomeno naturale" prosegue la ricercatrice. "Qualche anno fa infatti ci siamo accorti che gli spermatozoi, lavati del liquido seminale e messi in vitro, incorporano spontaneamente le molecole di DNA presenti nella soluzione. Non abbiamo fatto altro che prendere gli spermatozoi di maiale e metterli a contatto con un segmento di DNA che conteneva il gene hDAF". Come previsto, il DNA si è integrato nel genoma. Gli spermatozoi modificati geneticamente sono quindi stati usati per l'inseminazione artificiale di femmine che hanno portato a termine la gravidanza. Rispetto al metodo della microiniezione, quello ideato dal team italiano è molto più efficiente: "Il 57 per cento dei maiali nati da questi esperimenti avevano nel proprio DNA il gene umano" prosegue Lavitrano. "E quasi il 70 per cento degli animali esprimevano anche la proteina corrispondente, proprio nei siti in cui questa proteina è espressa anche nell'uomo". I loro organi, quindi, potrebbero essere compatibili con il sistema immunitario dell'uomo "anche se - sottolinea la ricercatrice - occorrerà introdurre altre modifiche genetiche prima di avere tessuti pronti per i trapianti". La via sembra però segnata. Anche perché le modifiche introdotte con il sistema italiano sono abbastanza stabili da permettere di ripetere il procedimento più volte, e introdurre geni diversi. Per verificare questo punto, il gruppo milanese ha incrociato i maiali transgenici con altri animali. "Il risultato è stato che il gene umano hDAF si è trasferito ai figli con le stesse modalità seguite da tutti gli altri geni che compongono il patrimonio genetico degli animali" prosegue Maria Luisa Lavitrano. "Oltre che per l'efficienza della tecnica, che supera di 25 volte quella delle microiniezioni, il nostro risultato è importante perché non richiede macchine costose, ed è quindi accessibile anche a laboratori che hanno pochi fondi a disposizione. Inoltre è un metodo che non fa violenza agli animali. Sfruttiamo fenomeni naturali e non dobbiamo fare interventi chirurgici sui maiali, come invece avviene per le microiniezioni". La ricerca è stata possibile grazie ai fondi erogati dal Ministero dell'Agricoltura, che già da 10 anni finanzia il laboratorio milanese. Agenzia Zadig - Margherita Fronte
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