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Le cellule staminali ripareranno il fegato malato?

Dall’Università Cattolica e dal Policlinico Gemelli una scoperta che può aprire la strada a un nuovo trattamento per i pazienti “inoperabili”.

11/10/2010
Le cellule staminali del midollo osseo, se opportunamente stimolate, possono aiutare un fegato troppo danneggiato ad autoripararsi. Dall’Università Cattolica e dal Policlinico Gemelli una scoperta che può aprire la strada a un nuovo trattamento per i pazienti “inoperabili”. E che potrebbe ridurre drasticamente la necessità di ricorrere al trapianto. In Italia sono circa mille ogni anno le persone costrette a sottoporsi a un trapianto di fegato. Ciascuno di essi ha aspettato per circa due anni che venisse il suo turno. Uno su venti è morto nell’attesa. Questi i dati al 2009 del Centro Nazionale Trapianti, che tracciano un quadro tra i migliori in Europa e nel mondo. Nonostante ciò, il trapianto rappresenta sempre una extrema ratio che, secondo una ricerca condotta da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” di Roma, potrebbe in molti casi essere evitata. Il midollo osseo, infatti, nei casi in cui il fegato ha riserve insufficienti di cellule staminali proprie per autorigenerarsi, “invia” cellule staminali destinate a soccorrere l’organo in difficoltà. “La scoperta è importante - afferma Antonio Gasbarrini, docente di Medicina interna alla Cattolica - perché indica la via verso nuove terapie per stimolare il processo naturale di riparazione del fegato assistito dalle cellule staminali del midollo osseo: attraverso fattori di crescita, per esempio, si potrebbe intensificare il lavoro delle staminali del midollo e quindi ottenere la riparazione di un fegato molto compromesso che da solo non ce la fa a ricrescere”. “In questo modo si potrà trattare con resezione chirurgica del fegato un maggior numero di pazienti, anche molti di quelli oggi ritenuti inoperabili perché hanno un tessuto epatico troppo compromesso”, aggiungono Maria Assunta Zocco e Annachiara Piscaglia, ricercatrici dell’Istituto di Patologia Medica dell’Università Cattolica e autrici della ricerca. Lo studio La ricerca sarà pubblicata sul numero in stampa della rivista Digestive and Liver Disease (l’abstract in lingua inglese è disponibile al link riportato a fondo pagina). “Abbiamo arruolato 29 pazienti che avevano subito una rimozione di parte del fegato per diversi motivi”, ha illustrato Zocco. “Inizialmente i pazienti sono stati suddivisi in due gruppi sulla base del volume di fegato residuo dopo l'intervento, poi ulteriormente suddivisi sulla base della presenza o meno di una malattia cronica di fegato (epatite o cirrosi). Abbiamo coinvolto inoltre, come gruppo di controllo, dei pazienti operati per asportare la colecisti”. Dopo ripetuti prelievi di sangue e l’isolamento delle cellule staminali “abbiamo visto che nel sangue dei pazienti che si sottopongono a rimozione di parte del fegato la percentuale di cellule staminali cresce nei giorni successivi all’intervento – spiega Zocco – e che questo incremento è maggiore nei pazienti cui viene tolto più del 40% del fegato rispetto a quelli che ne tolgono meno. Inoltre la presenza di una malattia cronica del fegato determina un ulteriore aumento della percentuale di cellule staminali circolanti”. La cosa ancor più importante è che non si tratta di cellule staminali qualsiasi, ma di cellule destinate al fegato. Trapianti sempre più rari La speranza dei ricercatori, ora, è di “guidare” le cellule staminali del midollo osseo a differenziarsi in staminali epatiche e ad accorrere in soccorso del fegato nei casi di malattie gravi. “La possibilità di modulare il processo di mobilizzazione delle cellule staminali del midollo e la loro migrazione nel fegato attraverso la somministrazione di fattori di crescita potrebbe aprire interessanti prospettive terapeutiche”, spiega la ricercatrice. “Innanzitutto potrebbe consentire un aumento del numero di pazienti candidabili alla resezione epatica con approcci chirurgici potenzialmente più curativi e poi ridurre il numero dei pazienti con insufficienza epatica terminale che necessitano di trapianto di fegato”.
“In futuro – conclude Antonio Gasbarrini – potenziando la capacità endogena del midollo di spedire cellule riparative al fegato si potrebbero guarire chirurgicamente pazienti oggi considerati inoperabili e quindi un minore numero di malati avrà bisogno del trapianto”. Oggi, ricordiamo, sono circa mille l’anno i trapianti di fegato in Italia, secondo il Centro Nazionale Trapianti.
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