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Le piccole storie di Ferragosto (2).

«La gara», di Peter Hawthorne.

17/08/2015
Da quando la trasfusione del sangue è diventata pratica giornaliera e scientifica e non più un espediente da stregoni, il trapianto di organi umani è diventato a sua volta una concreta possibilità; la prospettiva della utilizzazione chirurgica di parti di un organismo per sopperire alle necessità di un altro ha ossessionato le menti di alcuni dei più brillanti chirurghi del mondo per molti anni, fin dall’inizio del nostro secolo. Fu infatti allora che le conoscenze in merito alla trasfusione del sangue, alla struttura dei componenti di questo e ai gruppi sanguigni umani ebbero un deciso incremento. Un fisiologo americano, Charles Claude Guthrie, innestò una seconda testa sul corpo di un cane quasi mezzo secolo prima che, nel 1959, gli scienziati russi presentassero il loro cane bicipite. In quello stesso 1959, un chirurgo di Città del Capo, nel Sudafrica, il dottor Christiaan Barnard, saputo della spettacolare realizzazione dei chirurghi russi, volle fare lo stesso, semplicemente per dimostrare che era cosa abbastanza facile. Non ne fece parola con nessuno, non volle pubblicità per la sua opera; tuttavia, non mancò di filmare l’operazione perché gli servisse da prova al congresso medico che, quello stesso anno, ebbe luogo a Praga. Ai primi del 1900, fu compiuto il primo innesto tissulare umano coronato da successo, ma esso riguardò una cornea, e la cornea è priva di circolazione sanguigna, per cui non era neppure necessario stabilire a quale gruppo sanguigno appartenessero donatore e ricettore. Fin dal Rinascimento, i chirurghi italiani usavano praticare l’autoinnesto, di solito servendosi della pelle del braccio, per guarire le ferite riportate in battaglia, ma non si ha notizia di successi riportati con innesti da un individuo a un altro. Una cosa è riattaccare parti mutilate all’individuo vittima dell’incidente, e infatti ai nostri giorni questa è un’operazione abbastanza comune: si riattaccano orecchie, dita, mani, nasi e, a patto che la parte mutilata possa essere conservata per un periodo di tempo relativamente limitato, l’operazione ha una certa probabilità di successo. Altra cosa è invece innestare parti e organi su o in un altro organismo; si tratta di un proposito che scienziati e chirurghi hanno perseguito per secoli: è il sogno della chirurgia delle “parti di ricambio” del corpo umano, un sogno che lentamente sta prendendo forma e consistenza. I primi trapianti del rene, eseguiti al Peter Bent Brigham Hospital di Boston, negli Stati Uniti, si conclusero con una serie di fallimenti, ma aprirono la porta allo sviluppo delle tecniche relative. Nel 1954, il dottor Joseph E. Murray riportò un successo, allo stesso ospedale Brigham, con il trapianto di un rene tra due gemelli monozigotici, nati cioè dallo stesso ovulo, condizione che elimina quasi del tutto il problema della tolleranza reciproca dei tessuti. Fu un brillante scienziato britannico, sir Peter Medawar, che proprio in quell’epoca fece luce sui misteri del “meccanismo di difesa” dei leucociti del sangue nei confronti di tessuti estranei, e le scoperte dello scienziato britannico costituirono la chiave per affrontare uno dei massimi problemi della scienza del trapianto, quello del rigetto. Dopo i reni, fu la volta del fegato e di altri organi della cavità addominale. Nel 1966, il dottor Richard Lilliehei, dell’Università del Minnesota, eseguì il trapianto del pancreas, di un rene e di segmenti dell’intestino tenue in una donna affetta da una grave forma di diabete, la quale sopravvisse per quasi cinque mesi. Il dottor Thomas Starzl, dell’Università del Colorado, trapiantò anch’egli il fegato in pazienti che del pari sopravvissero per cinque mesi; non era un risultato molto incoraggiante, e tuttavia un primo passo avanti era stato compiuto e su questa base si potevano continuare le ricerche. Oggi, i chirurghi possono prevedere un 65% di probabilità di riuscita nel caso di trapianto di un rene anche nell’organismo di un ricettore assolutamente privo di rapporti di parentela col donatore, e una probabilità di successo minore, ma ciononostante abbastanza alta, nel caso di trapianto del fegato e di altri organi addominali. Poi, i chirurghi affrontarono il problema del cuore. Il cuore: il ricettacolo delle qualità umane, il punto focale dell’amore e dell’odio, la sede delle emozioni umane; come si sarebbe potuto trapiantare il cuore, anche ammettendo che fosse possibile? E chi avrebbe fatto da donatore? Chi da ricettore? Dal punto di vista freddamente clinico, il cuore non è che un robusto muscolo, una pompa. Da dieci anni a questa parte, medici e chirurghi studiano le tecniche del trapianto del cuore umano considerandolo un mero intervento chirurgico, impermeabili alle componenti emozionali e alle eventuali implicazioni psicologiche dell’operazione. In numerose città da un capo all’altro del mondo, équipe di chirurghi si sono addestrate, hanno lavorato assieme fino ad essere in grado di tentare il primo trapianto di un cuore da un individuo a un altro, e alcune di queste équipe si sono preparate tecnicamente e clinicamente, per settimane, addirittura mesi di seguito. Il dottor Norman E. Shumway della clinica medica dell’Università di Stanford, in California, iniziò estesi esperimenti col trapianto dell’organo in animali circa sette anni fa; nel 1964, il dottor James D. Hardy della clinica dell’Università del Mississippi, tentò il trapianto del cuore da uno scimpanzé a un uomo morente di collasso cardiaco. L’uomo morì dopo un’ora e mezzo circa: il cuore dell’animale era notevolmente più piccolo di quello del ricettore, un elemento decisivo ai fini del fallimento dell’operazione. A Città del Capo, nel Sudafrica, il professar Christiaan Barnard, che oggi è a capo della clinica di Chirurgia Cardiaca dell’Università di quella città, iniziò anch’egli, assieme al fratello Marius, del pari chirurgo, e ad altri, gli esperimenti del trapianto del cuore dapprima sui cani. I fratelli Barnard si recarono anche negli Stati Uniti, per mettersi al corrente delle tecniche più recenti sviluppate oltreoceano, poi cominciarono gli interventi in grande stile sugli animali. I cani morivano, ma le loro conoscenze in merito aumentavano. Ai primi di novembre del 1967, il dottor Shumway, riferendosi ai perfezionamenti da lui apportati nella tecnica del trapianto cardiaco, poteva affermare di essere alla vigilia dell’applicazione clinica. La tecnica di Shumway consisteva nel lasciare in loco alcune parti del vecchio cuore, e precisamente certi segmenti dell’atrio, vale a dire la parte superiore del muscolo cardiaco, onde facilitare la fusione tra il nuovo cuore e l’organismo e insieme ridurre i tempi dell’operazione. Le connessioni nervose del cuore potevano essere resecate senza che ciò provocasse dannose reazioni, perché, affermava Shumway, il cuore possiede un proprio meccanismo di protezione e di autonoma regolazione dei battiti. «Stando a come costoro parlano del cuore, lo si direbbe un semplice pezzo di carne!» protestarono i romantici. L’uomo che applicò le tecniche sviluppate dal dottor Shumway, fu il dottor Owen H. Wangensteen dell’Università del Minnesota, il quale oggi conta sessantotto anni e si è ritirato dalla professione, ma ricorda perfettamente un giovane medico che lavorò sotto la sua direzione: un giovanotto magro, nervoso, che lavorava con ritmo massacrante, un giovanotto pieno di vita, che fumava, oltre alle proprie, anche le sigarette di tutti gli altri; proveniva dal Sudafrica e si chiamava Chris Barnard. Pronto all’intervento era anche il dottor Hardy del Mississippi, il quale si trovò a disporre di un paziente moribondo per lesioni cerebrali e che sarebbe stato il donatore adatto, se si avesse avuto a disposizione un ricettore. Poi il dottor Hardy si trovò ad avere un potenziale ricettore ma a esser privo del donatore. Pronto a compiere l’intervento era anche il dottor Donald Longmore della Clinica Cardiologica Nazionale di Gran Bretagna, la cui tecnica di trapianto consisteva nel servirsi del cuore e dei polmoni come di una unica entità, e ciò perché, a suo giudizio, un intervento del genere richiedeva la suturazione di due soli vasi sanguigni e della trachea, permettendo così di ridurre al minimo il tempo necessario all’intervento. Nelle banche del sangue di ogni parte del mondo, venivano tenuti in ghiaccio, controllati notte e giorno, pronti in ogni momento all’uso, speciali gruppi sanguigni; i patologi erano a loro volta pronti con le apparecchiature che servono a stabilire l’affinità dei tessuti, i gruppi sanguigni e la velocità di agglutinazione, test necessari per determinare la relativa accettabilità di un cuore estraneo da parte di un organismo. La gara continuava. In Gran Bretagna, in America, sul continente europeo, i chirurghi erano pronti al sensazionale balzo avanti, in senso medico come psicologico, del primo trapianto di un cuore umano. E pronta era anche l’équipe dell’ospedale Groote Schuur di Città del Capo. A eseguire per primo l’intervento non sarebbe toccato a un chirurgo qualunque. Né un uomo qualunque sarebbe stato il ricettore. E occorreva inoltre il complesso di circostanze opportune, nel luogo adatto e al momento giusto. La scienza sarebbe stata condizionata, in un primo momento, dalle coincidenze, dal caso, e soltanto in un secondo momento il freddo rigore scientifico avrebbe potuto ristabilire il proprio dominio. Pochi erano gli uomini della stoffa adatta alla grande prova, a infrangere la barriera del “miglio medico in quattro minuti”, come alcuni si esprimevano: sarebbero stati necessari non soltanto l’abilità di un chirurgo, ma anche un particolare stato d’animo. Un individuo può rinunciare a un rene e sopravvivere con l’altro: un padre può dare il proprio rene per salvare la vita del figlio, un fratello può donarlo al fratello, la sorella alla sorella. Purtroppo, possediamo un cuore solo, e l’uomo senza cuore non sopravvive; allo stesso modo, per poterlo donare un individuo deve essere morto. È pronta l’umanità a conferire la propria sanzione al dono di un cuore per salvare una vita? E quando i chirurghi possono iniziare l’operazione intesa a prelevare il cuore da un organismo tecnicamente morto? Oppure, facendolo, sono essi a determinare arbitrariamente il momento del decesso? Molti erano i chirurghi, da un capo all’altro del mondo, che evitavano i rischi connessi al trapianto cardiaco in ragione delle considerazioni morali connesse a questo primo passo che, dal punto di vista medico, è paragonabile al primo volo spaziale. Alcuni s’accontentavano di condurre gli esperimenti fino alla soglia dell’intervento vero e proprio il quale, però, essi ne erano persuasi, avrebbe dovuto essere compiuto da qualcun altro. Chi l’avrebbe fatto? E qual era il luogo dove si sarebbe verificata la convergenza simultanea di tutti i fattori necessari a scrivere questo nuovo capitolo nella storia della medicina? L’uomo fu Christiaan Neethling Barnard, la cui esistenza, dai tempi in cui andava scalzo a scuola alla odierna fama mondiale, costituisce di per sé un’epopea. Barnard iniziò la propria esistenza sotto stelle non troppo benigne; era figlio di un missionario boero, Adam Barnard, il quale aveva esercitato la sua opera per quarant’anni tra gli indigeni della provincia di Beaufort West della Repubblica Sudafricana. Guadagnava solo quaranta rands1 al mese, ma aveva un’incrollabile fede in Dio, e riuscì a mandare al liceo e all’università tre dei suoi quattro figli, a radicare in loro il desiderio di levarsi al di sopra delle proprie umili origini e di soccorrere i loro simili secondo i modi voluti dal Creatore. Il luogo fu il Groote Schuur Hospital di Città del Capo. Questo è un grande edificio stile olandese, costruito nel 1932 ai piedi del Devil’s Peack, il Picco del Diavolo, con un migliaio di finestre dalle quali si domina Città del Capo. Un ospedale di città, non dissimile da tanti altri, se non per il fatto che sorge a poche centinaia di metri dalla Main Road, la strada principale del sobborgo di Salt River, dove la prima equazione della formula sarebbe stata risolta dall’imprevedibile intervento del caso. Sarebbe stata la mano di Christiaan Barnard a recidere un cuore e a trapiantarlo in un altro organismo per la prima volta nella storia del mondo. Il luogo sarebbe stato il Groote Schuur, la Grande Cascina, l’ospedale all’ombra della Table Mountain. Sarebbe stato un uomo di straordinario coraggio e sopportazione il primo ricettore di un cuore estraneo. E sabato, 2 dicembre 1967, la giornata in cui tutto questo sarebbe accaduto. 1 La Repubblica Sudafricana ha adottato nel 1961 il rand in sostituzione della lira sudafricana. Un rand equivale a lire 875. [N.d.T.] “Il cuore trapiantato”, di Peter Hawthorne Rizzoli Editore, 1968 Pagine 263 pp. 9-16
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