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Le piccole storie di Ferragosto (3).

«Dare, donare», di Ugo Riccarelli.

19/08/2015
Sono ancora seduto nell’atrio dell’ISMETT e il meccanico è sempre vicino a me, paziente, ad accompagnarmi in questo percorso un po’ sconclusionato attorno al trapianto. Di fronte a me la gente va e viene. Alcuni aspettano il proprio turno per essere ricevuti, altri, lo capisco dai discorsi, sono parenti o amici di persone che sono ricoverate. Da qui sotto, dal mio punto di osservazione abbastanza centrale, percepisco questa attività, che è una piccola parte di quel meccanismo di cui ho raccontato. Adesso dalla porta d’ingresso arriva un uomo. È anziano, si ferma un attimo in mezzo all’atrio. Qualcuno chiama il suo nome. Lui si volta, ha un sorriso, poi quasi corre verso una signora che si è alzata da una poltrona a tre o quattro metri da me. Si abbracciano emozionati, lei ha gli occhi rossi. Non posso fare a meno di ascoltare qualcuna delle frasi che si scambiano, dalle quali capisco che il loro caro ha da poco avuto un trapianto qui all’ISMETT. Ora si siedono tenendosi per mano. La donna fa un lungo sospiro di soddisfazione, L’uomo allunga una mano e le regala una carezza. Arrivano altre due persone e di nuovo l’atrio risuona di espressioni felici. C’è aria di festa. Io festeggio due compleanni: uno il 3 dicembre, la mia nascita naturale, l’altro il 16 di giugno, il giorno in cui mi hanno ricucito la vita addosso. È questo, però, un momento del tutto particolare, perché accanto alla felicità di una ricorrenza piacevole, c’è ogni volta un pensiero verso chi ha reso possibile che questo avvenisse mettendo a disposizione i propri organi dopo la sua morte. È un pensiero complicato da spiegare, non soltanto per una questione emotiva ma, credo, proprio per le specificità che mette in circolo un trapianto. Provo a pensare con più ordine: sento dentro di me, senz’altro, un senso di riconoscenza per l’atto che quella persona, i suoi familiari, i suoi cari, hanno voluto fare per “un altro”. Molto spesso questa disponibilità è appesantita da una sorta di retorica che complica, lega, ingarbuglia le cose più di quanto esse già non lo siano. Vado allora a consultare un vocabolo della lingua italiana sullo Zingarelli, per esempio, la voce donare ha come primo significato: «dare qualcosa a qualcuno senza aspettarsi ricompense». Ecco, questo è un “significato“ che mi tranquillizza, mi mette al riparo da una retorica che rischia di introdurre aspetti emotivi fastidiosi. Il sentimento, l’emozione, il senso di essere partecipi di qualcosa di eccezionale è ovviamente presente e credo inscindibile da quanto è successo. Ma è importante che questa donazione sia, soprattutto, un atto civile, non un’elargizione, il soccorso che una persona responsabile offre, per esempio, a un ferito che trova per strada, in stato di bisogno. Nulla di eroico. Forse, se noi ci sforzassimo a considerare di più questo aspetto, potremmo dare un aiuto concreto alle persone che si trovano coinvolte direttamente nell’atto della donazione degli organi. Ancora una volta mi torna in mente quanto ho ascoltato, e ascolterò nuovamente nel mio percorso qui all’ISMETT, circa la necessità di costruire modelli che sappiano gestire situazioni complesse come queste, nelle quali si tocca la vita e la morte, si devono spiegare circostanze delicatissime e critiche in momenti delicatissimi e critici, si deve intrecciare il dolore per una scomparsa alla speranza per una guarigione, un tempo scuro e uno pieno di luce. Ho sentito e sentirò, allora, l’importanza che tutto questo avvenga nell’ambito di un’umanità, di una capacità di intervento che scaturisca non dalla singola iniziativa, ma da un programma preciso da un sistema di gestione ponderato, consapevole della materia spinosa che deve affrontare. Seduto su questa poltrona nell’atrio luminoso, a pochi metri da un’emozione che si espande fino a me, sono più che mai convinto di quanto sia importante costruire una modalità di gestione della donazione tale che non lasci solo né il medico, il quale deve spesso affrontare il momento della richiesta degli organi, né i familiari i quali, in un istante di dolore supremo, devono assumersi la responsabilità di una decisione. Perché ovviamente noi sappiamo che, a differenza di quanto può accadere al mio amico meccanico, al quale in fondo basta un’ordinazione o un viaggio presso un centro ricambi per poter realizzare un trapianto, è assolutamente necessario reperire un organo disponibile. Detto in un altro modo, è evidente che, rispetto a tutte le altre terapie, il trapianto ha una particolarità: affinché si realizzi è indispensabile una risorsa umana, il donatore dal cui corpo verrà prelevato l’organo da trapiantare. Questa esigenza, intanto, apre un problema “materiale“, dato che la disponibilità di organi è una risorsa limitata e indivisibile. Il successo della tecnica trapiantologica genera, ovviamente, un aumento delle possibilità della sua applicazione e, di conseguenza, un aumento del fabbisogno di organi. Questo aumento, insieme a un intreccio di problematiche culturali, organizzative, sociali, determina una cronica carenza di organi che genera tensioni che si sono vissute e si vivono tuttora. Scrive in proposito il professor Franco Filipponi: «Consenso presunto consenso esplicito o quant’altro non è questo il momento di affrontare le peculiarità delle varie normative. Peraltro in tutte le legislazioni troviamo un punto in comune: il consenso alla donazione deriva da una decisione individuale ma nello stesso tempo è un affare di famiglia. Infatti è la famiglia che si trova improvvisamente a essere confrontata con la morte di un caro, ed è la famiglia che deve poi decidere se è giusto esprimere un consenso al prelievo d’organo oppure no, se è giusto esprimerlo come consenso generale e se, nello stesso tempo, è giusto esprimerlo per un rispetto al defunto, se questo era il suo volere. Ma, a lato di tali argomentazioni è giusto ricordare che non sono le leggi che possono modificare i comportamenti dei singoli quando si tratta di posizioni personali di pensiero. Infatti qualsiasi legislazione si sia utilizzata dagli anni ottanta a oggi nei diversi paesi occidentali si è sempre rilevato che il 75% della popolazione è favorevole alla donazione mentre il rimanente 25% è contrario. Non è quindi la legislazione che può comportare un aumento delle donazioni d’organo, questo è un falso problema. Il vero nodo risiede nel migliorare l’organizzazione dell’assistenza sanitaria. Come già detto il processo di donazione e trapianto di organi è un indice indiretto della qualità assistenziale. Non solo perché laddove funzionano i trapianti l’organizzazione è elevata, ma perché questo significa una struttura di emergenza-urgenza territoriale efficiente ed efficace che è sempre una ricchezza per una data popolazione. E quando purtroppo si verifica in ospedale una morte cerebrale occorre che si proceda a un accertamento e che qualcuno richieda con la dovuta professionalità il consenso ai familiari - 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno in tutti i presidi ospedalieri. Sembra ovvio, ma non è così». Da queste considerazioni mi pare evidente che il trapianto apra un fronte che coinvolge non solo le famiglie del donatore e del ricevente, ma anche i medici che lo effettuano e tutta l’organizzazione preposta alla distribuzione e all'assegnazione degli organi. Una sorta di rapporto che, come lo definisce il sociologo Philippe Steiner, è anche “economico“, con la caratteristica delicata di comportare due passaggi di frontiera: «Il primo tra la vita e la morte e il secondo che attraversa la pelle umana. Le parti del corpo diventano così’ una nuova classe di risorse sociali: una risorsa essenzialmente fornita dalla morte ma drammaticamente insufficiente». È proprio da questa rarità che, secondo Steiner, deriva un approccio “economico“ alla morte, nel senso che bisogna utilizzare nel miglior modo possibile risorse che essa offre. In questo processo è essenziale, allora, la percezione della morte, l’accettazione da parte di chi deve cedere i propri organi (o autorizzare tale cessione) di quanto oggi è considerato come “morte”: l’assenza assoluta e continuata di attività cerebrale. È un processo complesso che deve tenere conto della durevole dissociazione che esiste fra la comprensione razionale del criterio di morte encefalica e la sua comprensione emotiva. Come dicevo sopra, è necessario impegnarsi per uscire dalla retorica del dono, di una solidarietà astratta, da quell’humus in cui spesso si adagiano le nostre coscienze e l’interesse superficiale dei media genera fuochi che durano lo spazio di qualche ora. Ripenso a quanto mi è accaduto, ai miei organi “nuovi” ricevuti da un ragazzo inglese e al mio vecchio cuore, che ora batte nel petto di una signora. Questa doppia condizione di donatore e ricevente mi aiuta a convincermi di quanto ogni persona dovrebbe rendersi conto del posto che occupa rispetto agli altri, di come una tale esperienza abbia molto da dire anche a chi non si trova direttamente coinvolto in una vicenda di trapianto, poiché il rapportarsi con gli altri è una condizione costante della nostra esistenza. Credo che soltanto attraverso un profondo lavoro della società su se stessa, questo nuovo rapporto fra gli esseri umani potrà essere pienamente considerato legittimo e normale, nel doppio senso di diventare una risorsa comune e desiderabile. Un atto civile. Ripenso alle parole di Steiner quando afferma che in realtà il dono non avviene tanto alla persona trapiantata quanto ai medici e propone di parlare di “sacrificio“, intendendo l’atto dell’offerta dei propri organi come «il dono indirizzato a un’entità superiore», l’umanità, appunto. Tratto da: “Ricucire la vita”, di Ugo Riccarelli Piemme 2011 Collana: Voci Pagine 167 ISBN 978-88-566-1683-5 pp. 73-79
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