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Le piccole storie di Ferragosto (4).

«Rigettare», di Ugo Riccarelli.

27/08/2015
Io credo nelle storie. Credo che le storie di ognuno di noi segnino e producano il nostro corpo. Ogni amore vissuto o perso, ogni notte di veglia, ogni raggio di luce che ci ha colpito, ogni gioia che ci ha esaltato. Ogni nostra piccola meschinità o grande slancio. Tutto quanto ci racconta e non dovremo mai allontanare da noi. Mentre aspettavo l’arrivo di un organo che mi aiutasse a continuare a vivere, scrissi sul quaderno che avevo con me, mio unico salvagente tra il mare in burrasca dell’Harefield Hospital: «Quella volta che ho rincorso l’autobus, quando ho guidato il camper con la febbre, tutte le volte che ho fatto l’autostop sotto la pioggia, ogni giorno che ha piovuto, ogni giorno di nebbia, ogni vento, tutte le assemblee, le riunioni nei cinema affumicati, tutti i bar, ogni volta che ho avviato quel dannato motorino, i bagni, i bagni al mare, il mare, la notte che ho amato chi so io, il Monte Rosa, quando sono rotolato nel campo di erba, ogni volta che ho nascosto il mio fiatare aspro, ogni colpo di tosse, ogni salto del mio cuore, ogni respiro che ho perso». Questo mettere in fila le parole per raccontare me a me stesso, mi ha aiutato a rimanere aggrappato al tempo dell’attesa, a non disperdere quello che in quel momento ero, e poter mettere un punto fermo sul quale appoggiarmi per finalmente essere quello che poi sono stato. Scrivono ancora Aldo Becce e Laura Porta: «Per fare uno spazio al cuore nuovo, si deve preparare medicalmente la sede. C’è una tecnica chirurgica che, come con gli alberi, prepara la terra dove si effettuerà il trapianto. Nello stesso modo, psicologicamente, si prepara il soggetto ad accettare questo dono. Perché il cuore trapiantato è anche un intruso, uno straniero dentro, un dono che da una parte bisogna preservare e da un’altra da cui difendersi. In questo senso bisogna ricordare che anche il cavallo di Troia era un dono». Intanto, di questa analisi, mi colpisce il riferimento “agricolo“, alla preparazione della terra. Da qualche mese ho acquistato un piccolo oliveto e ho avuto occasione di fare un’esperienza diretta che, lo scrivo sorridendo, mi ha ricordato la mia vicenda di trapiantato. Perché affinché un nuovo albero attecchisca, si adatti al nuovo posto, cresca e viva, non è sufficiente fare un buco e inserirvelo, ma è necessario considerare il luogo, la distanza dalle altre piante, l’esposizione al sole, il momento dell’impianto, l’umidità della terra e la sua giusta concimatura; e poi, aggiungo, il nostro sguardo, la nostra cura, il rapporto che comunque si instaura con il nuovo arrivo. Così come per l’oliveto, credo sia necessario “preparare” il corpo del trapianto proprio come un terreno, con le stesse premure e le stesse necessità, con la considerazione del mutamento che sta per avvenire. Con le nostre storie. La guarigione, la vita nuova, non è qualcosa che arriva di botto, grazie a un interruttore che si commuta. È qualcosa che, come abbiamo detto prima, è un misto di concretezza tecnica e di metafora, di farmaci e di paure, di chimica e di emozione. Di scienza e di nuvole. Proprio come per il mio oliveto, affinché il nuovo organo si adatti e viva, bisogna preparare il terreno prima che i chirurghi ve lo impiantino e in qualche modo, bisogna cominciare a guarire prima di guarire. E poi, lo abbiamo già detto, la presenza di un corpo estraneo dentro al nostro corpo (un cavallo di Troia?), ci mette in una situazione di doppia estraneità: per il corpo estraneo che il nostro organismo vuole attaccare e per il risultato delle terapie immunosoppressive che, per assicurarci una possibilità di vita, alterano la nostra specificità immunitaria. Tutto si gioca qui, in questo balletto sul filo di un’identità profonda, originaria, un balletto nel quale, una volta trapiantati, siamo chiamati a un ruolo “innaturale“, a un tentativo continuo di avvicinamento all’intruso che non si compie mai fino in fondo poiché l’immunosoppressione procurata dai farmaci produce e riproduce senza sosta questa “anomalia“. E poiché, come afferma ancora Nancy, il mio organo malato che necessiterà di sostituzione comporta il bisogno di “essere espulso“, esso stesso è già un intruso, e la possibilità della mia sopravvivenza, della mia futura vita, non dipende solo e soltanto dalla morte dell’altro, ma anche soprattutto dalla propria.
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