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Le piccole storie di Ferragosto (5).

«Cara Ombretta, la gente è strana.», di Marcella Castellini e Ombretta Rondanini.

01/09/2015
Cara Ombretta, la gente è strana. Nei primi tempi ti è vicina, anche quelli da cui meno te lo aspetteresti. Ti riempiono di attenzioni, lettere e gentilezze. Poi, poco per volta, tutto per gli altri ridiventa normale. Il primo mese ero tempestata di lettere e di telefonate. Ne ero felice, commossa, ma sapevo che non sarebbe durato. Forse è per questo motivo che da subito ho cercato di stare il più sola possibile. Ho ricominciato a lavorare dopo una settimana dal funerale, ma come tu sai bene, tale è la sensazione di irrealtà di quello che stai vivendo, che ho soltanto ritardato di qualche tempo la resa dei conti con la solitudine, col dolore, quello più spaventoso. Per quanto riguarda la partecipazione al mio «male», ho voluto essere immediatamente cinica e scettica. Non farmi illusioni, volevo contare soprattutto su me stessa. Mi sono accorta presto che la gente ti scruta per capire chi ha di fronte. Una madre straziata? Una donna fredda? Una nevrotica? Una scostante. Una noiosa. Se piangi, dopo un po’ stufi. Se non piangi, in fondo sono delusi. Da dove viene questa forza? Dopo l’ammirazione, il disinteresse; dai più cattivi forse anche qualche dubbio: cosa avrà trovato che le riempie la vita, che la rende così serena? È difficile, se si volesse, trovare il giusto modo di essere di fronte agli altri. Sono poche le persone che sanno, che possono immaginare il percorso obbligato che stiamo facendo. A costo di sembrarti odiosa, ti voglio dire che credo che nel coinvolgimento della gente (non tutta, è ovvio) a una tragedia come la nostra, non ci sia solo affetto, pena, ma anche una certa curiosità. Io comunque, ho guadagnato dei punti anche nel «sociale». Per mezzo (scusami l’espressione) di Franci, sicuramente più amato di quanto lo sia io, ho ricevuto attenzioni e parole, cortesie e facilitazioni che non avrei mai avuto se fossi una madre «normale». Approfittiamone, in tutti i sensi, perché, come abbiamo detto spesso, i giorni, le ore si portano via tutto, anche le emozioni più vere, più profonde. Si portano via le nostre, faticosamente, figuriamoci quelle degli altri nei nostri confronti. Probabilmente quelli che nei primi mesi mi hanno offerto il loro aiuto con più insistenza («mi raccomando, chiamami per qualsiasi cosa tu abbia bisogno»!) tra poco saranno quelli meno disponibili e si defileranno per occuparsi di altre persone a cui offrire assistenza e affetto. È un problema di attualità del dolore. Mi è anche capitato che mi chiamasse qualcuno che ancora non sa. Quando mi chiedono come va e io rispondo: «Mah, insomma» ... (per tastare il terreno, saprà o non saprà?) qualcuno dice, «Perché, cosa c’è che non va?» Allora lo dico. Reagiscono tutti allo stesso modo; senti che ti sono vicini, che ti pensano con affetto, con dispiacere, ma quello che avverti più chiaramente, è un desiderio di fuga. Tutti dicono: «SCUSAMI!» «E di cosa,» rispondo io, aumentando l’imbarazzo. Negli ultimi tempi, se la persona con cui parlo mi è simpatica, aggiungo: «Adesso non sparire però, richiamami » - (che vuoi dire, io esisto, non sono un UFO di cui aver paura, la mia malattia non si attacca, è solo mia). Mi hanno detto che ci sono dei medici specializzati nella cura dei lutti. Probabilmente ci saranno anche delle statistiche sui tempi di «elaborazione». Chissà se sono nella media. Quanto tempo abbiamo per riprenderei? Ci sono dei consigli? Bisogna aspettare che passi come per una grossa influenza o un raffreddore; non ci sono medicine. C’è un tempo standard per riprendersi dalla morte di un figlio? Mi sento un’invalida. Mi manca un pezzo di cuore, un pezzo di cervello. Una parte del futuro che avrebbe potuto essere uguale a quello di tutte le madri. Non vedrò crescere Francesco, non avrò nipoti. Non ho fratelli né sorelle, la mia famiglia finisce con me. Inevitabilmente, una parte di me resta attaccata per sempre al passato. La morte, ha un tempo di impatto sugli altri che non corrisponde alla durata, all’intensità del dolore di chi lo prova. Le notizie sulle stragi, sulla fame, sulle carestie e le alluvioni, sui terremoti e le guerre, restano in prima pagina per qualche tempo e poi, col passare dei giorni, non suscitano più interesse, non danno più emozioni, anzi qualche volta infastidiscono e poi passano nelle pagine successive per poi scomparire, sostituite da altri drammi o da notizie più attuali. Ma intanto, quelle tragedie non più da prima pagina, continuano a colpire con dolore, con violenza, hanno una scia terribile che coinvolge migliaia di persone presto dimenticate dalla maggior parte della gente; la morte è qualcosa che si cerca di rimuovere. Dimentichiamo e siamo aiutati a dimenticare. D’altra parte, se non fosse così, forse sarebbe impossibile continuare a vivere. La morte dei nostri figli non è più in prima pagina per gli altri ma lo sarà sempre per noi. Si dice che il tempo guarisce; non è che guarisci, ti abitui; è una forma di guarigione? Se ti tagliano le gambe, le braccia, non è che col tempo ti ricrescano, è che forse ti abitui, ti adatti, riesci a vivere in un altro modo. Rinuncerai a camminare, a scrivere, ad abbracciare, ricorderai com’era quando tutto questo sembrava normale, ora che hai la coscienza di non poterlo fare mai più. Com’è ovvio, naturale, essere felice. Solo che non sai di esserlo. Te ne accorgi quando quella sensazione così ovvia, così normale, non la provi più. Tratto da: “Dall’altro lato del cammino. Due madri, due figli, una storia” Marcella Castellini e Ombretta Rondanini Archinto, 1998 Collana: Lettere Pagine 248 ISBN: 978-88-776-8155-3 pp. 150-153
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