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Le piccole storie di Ferragosto (6).

«Cara Marcella, sabato scorso ho finalmente accettato il primo invito a casa di vecchi amici…», di Marcella Castellini e Ombretta Rondanini.

03/09/2015
Cara Marcella, sabato scorso ho finalmente accettato il primo invito a casa di vecchi amici, che frequentavo quando c’era ancora Simona. Mi ero trincerata nella mia torre d’avorio e avevo evitato fino a quel momento tutte le persone con figli che erano stati compagni di giochi di Simona nella sua infanzia e che avevano trascorso periodi di vacanza con noi. Veder crescere questi ragazzi spensierati, sentir parlare i loro genitori con orgoglio e soddisfazione dei loro successi a scuola o dell’ultimo compleanno, mi turba ancora molto, e cerco di vincermi, ma ho un rancore profondo nei confronti della vita ingiusta e crudele e non so reprimerlo fino in fondo. A questa cena partecipava una signora che non conoscevo ma che cercava di simpatizzare. Sentendo Silvana, la padrona di casa, parlarmi del motorino che avrebbe regalato a suo figlio, mi ha chiesto se anch’io avevo, come lei, un figlio grande. Era la prima volta, da quando Simona non c’è più, che mi veniva posta quella domanda. Per tanti mesi l’avevo schivata, sottraendomi a nuove conoscenze e ora quelle parole erano risuonate come una fucilata nelle mie orecchie. Col cuore in gola, ma con sofferta prontezza, per non mortificare l’invitata e forse anche per non gelare l’atmosfera, ho risposto: «No, non ho figli, ho solo un cane e un gatto». Dirlo mi è costato molto; mi è sembrato di rinnegare mia figlia! In realtà non è stato così. È il tempo che passa che ti impone di cambiare atteggiamenti, che ti obbliga a parlarne solo in confidenza, con chi già lo sa e capisce che ogni tanto c’è bisogno di parlare di dei». Le persone che non lo sanno restano colpite. Non tutti riescono ad avere la necessaria freddezza nell’apprendere una notizia così tragica. Ti chiedono i particolari dell’accaduto: come è stato possibile non capire, non accorgersi di quello che aveva mia figlia, di quel che minava inesorabilmente la sua vita. Ti devi affannare a dare spiegazioni, a trovare quasi delle giustificazioni, a consolare queste premurose e sensibili persone che si trovano sgomente davanti a una delle tante possibili disgrazie della vita. All’inizio cercavo io stessa l’approccio per parlarne, per liberarmi della mia angoscia, per avere comprensione dal prossimo. Ora non lo so più se mi fa bene riaprire la ferita. Quella ferita, in realtà, non guarirà mai, ma adesso preferisco tenerla coperta agli occhi degli altri e scoprirla solo quando sono nella mia intimità o tra persone che mi possono davvero capire. Non vorrei sembrarti cinica e, credimi, non c’è sarcasmo in quello che ti scrivo, probabilmente è così che vanno le cose: forse è una questione di carattere. «Il tempo è il tuo solo alleato.» Me lo hanno detto tante volte. Ma non riesco a credere che basti il trascorrere dei mesi perché la memoria sia meno viva e il dolore più sopportabile. Forse si smorzerà in parte l’effetto emotivo del ricordo che abbiamo della persona cara e pensare Simona, immaginarla viva, qui in casa, farà meno male. Non so se per te, dopo pochi mesi che Francesco non c’è più, ciò che scrivo può essere d’aiuto. Però spera, spera come faccio io, che ciò avvenga, perché tutto sommato, solo in questo modo si potrà riuscire a trovare la giusta via per ricordare, e spegnere la rabbia che, di quando in quando, tornerà ad accendersi nel nostro cuore. Tratto da: “Dall’altro lato del cammino. Due madri, due figli, una storia” Marcella Castellini e Ombretta Rondanini Archinto, 1998 Collana: Lettere Pagine 248 ISBN: 978-88-776-8155-3 pp. 207-208
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