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Le piccole storie di Ferragosto (7).

«Cara Marcella, le mie mattinate si susseguono tutte uguali, …» di Marcella Castellini e Ombretta Rondanini.

09/09/2015
Cara Marcella, le mie mattinate si susseguono tutte uguali, vuote di contenuto affettivo, ma non per questo in ozio. Avevo pensato che fare del volontariato, occuparmi attivamente di ragazzi che hanno bisogno, fisicamente e moralmente, avrebbe dato un senso alla mia «nuova vita», e un equilibrio alla mia mente, sempre così facile preda dei ricordi e delle malinconie. Ho sostenuto diversi colloqui con psicologi, ho risposto a tanti test, ma ogni volta affiorava la mia tragedia. «Ci dispiace, signora, lei ha subìto un grave lutto, è troppo presto, così non può essere d’aiuto a nessuno, ne riparleremo fra qualche anno». Quindi, per ora, ho dovuto rinunciare. E così, per non pensare e rischiare di soffrire rivivendo le mattine movimentate di «prima», quando c’era Simona, investo molta della mia energia nel lavoro di casa. Pulisco, archivio documenti, o riordino armadi, foto; curo le piante del terrazzo. Per fortuna i pomeriggi sono un po’ più impegnati: con amiche, seguo dei corsi universitari e porto a spasso il cane; ogni tanto trascorro qualche ora col papà che, ultimamente, non è stato bene. Comunque il lavoro fisico scarica molto le mie tensioni e fa sì che il tempo scorra veloce. Chissà, poi, perché voglio che passino le giornate, una dopo l’altra, alla svelta, quasi aspettassi qualcosa che deve accadere, ma non accade mai. Come ti ho già detto, da quando non c’è più Simona, si è innescato nella mia mente questo meccanismo assurdo di attesa. È partito un conto alla rovescia che però non finisce e che non so da che numero è cominciato. Questa aspettativa non mi emoziona, non mi procura gioia e non mi pesa. Non so spiegarti meglio cosa sia. Forse succede anche a te? Forse è perché, inconsciamente, attendiamo che arrivi il giorno in cui riabbracceremo i nostri ragazzi? Oggi la mia mattinata comunque, è stata interrotta da una telefonata inaspettata. «Buongiorno, sono il dottor A., il primario della rianimazione dell’ospedale dove era ricoverata sua figlia. Sono a Milano per un congresso e volevo salutarla, magari di persona.» Tuffo al cuore! Eccomi ripiombata là, alla fine di un freddo dicembre. Mi ronzano le orecchie e risento i bip cadenzati dei monitoraggi dei pazienti del reparto. «Pronto, signora, l’ho disturbata? Posso raggiungerla in pochi minuti se vuole, in un caffè vicino a casa sua.» «Ah, sì, la vedo volentieri, dottore.» Era vero. Rivedevo quel medico con piacere, anche se, al momento, risentire il suo nome aveva riportato la mia mente a quei giorni drammatici. Mezz’ora dopo eravamo seduti a un tavolino in un caffè; ero emozionata, ma serena. Tant’è che il dottor A. se n’è accorto e mi ha detto che era contento di aver deciso di telefonarmi, vincendo la sua titubanza, nel timore di turbarmi. «Sapevo che lei ce l’avrebbe fatta! ... Ho capito subito che era una persona coraggiosa, vitale.» L’ho ringraziato per i complimenti, non del tutto meritati e abbiamo chiacchierato di svariate cose: i miei programmi per il futuro, un lavoro, forse, come pensavo di trascorrere le vacanze ecc. Il dottor A. è un uomo gentile, magro, con gli occhiali. Il suo viso ha tratti severi, ma sorride spesso. È molto professionale, ma possiede una grande carica di calore umano. Per via del suo lavoro è un uomo concreto e forse non è un ottimista, eppure allora mi ha sostenuta nella tempesta in cui mi aveva gettato il destino. Prima del ‘95, Bolzano per me era solo una delle città dell’Alto Adige. La più fredda in inverno e la più calda in estate. Ricordo di esserci passata due o tre volte per andare a sciare con i miei, da bambina. Pur non conoscendo la popolazione altoatesina, probabilmente perché parlano più il tedesco che l’italiano, li sentivo stranieri nella mia patria, più duri e più rigidi di noi del resto d’Italia, che, forse, sembriamo più calorosi e cordiali. Ho scoperto, invece, durante quella mia permanenza forzata di dieci giorni a Bolzano, persone care e disponibili, discrete ma solerti nel portare cure e nel sostenere i parenti dei loro ammalati. Ho trovato la sensibilità d’animo e la dolcezza che raramente noto nella gente. Ho subito capito anche quanto fossero seri e preparati. Il giorno che cominciai a pensare alla donazione degli organi di Simona era probabilmente l’l o il 2 gennaio ‘96. Ormai tutte le terapie tentate per riparare i suoi gravi danni cerebrali si erano rivelate inutili, e anche la speranza che lei potesse riprendersi dal coma profondo e irreversibile in cui era piombata la notte dopo l’intervento, mi aveva ormai abbandonata. La vedevo là nel lettino, giorno dopo giorno, mutare di colorito; anche i suoi lineamenti stavano leggermente alterandosi. Sapevo che quello sguardo vuoto, significava che la sua mente si era spenta. Mi avevano fatto vedere tutte le TAC e le scintigrafie cerebrali di Simona. Il suo cervello era distrutto. In quel momento non pensai a tutti quelli che, come me, soffrivano per i loro cari ammalati, pensai solo al mio sconfinato, inaccettabile e assurdo dolore. Ho creduto, donando i suoi organi, che la sua vita potesse continuare attraverso altre persone, anche se in «piccole parti». Onestamente, Marcella, non l’ho fatto per altruismo, ma solo per me stessa, per poter credere Simona ancora VIVA. Due mesi dopo la sua morte mi è arrivata una lettera dall’ospedale. Una bella lettera, toccante e di grande consolazione. Anche se sapevo che questa era la prassi per tutti i parenti dei donatori, ho divorato quelle righe, le ho lette e rilette e ho pianto. Ho sfogato le mie ragioni di solitudine e di dolore profondo, perché la ferita era ancora fresca e Simona era più che mai nei miei occhi, là in quella camera di ospedale. Ma poi, scoprendo che una giovane donna di trent’ anni, grazie a un cuore nuovo, poteva forse diventare mamma, la consolazione si è fatta strada dentro di me. Simona col suo dono ha salvato cinque vite e a due persone ha ridato la vista. So che questo è un argomento molto crudo, mi costa molto parlarne, ma so che tanti papà e tante mamme come me forse adesso stanno percorrendo quello stesso difficile cammino e trarranno un po’ di speranza dal mio racconto. Quelle sette persone, non hanno, per me, un volto e non le conosco, ma mi aiuta sapere che attraverso loro continuano a vivere le speranze e i progetti di mia figlia. È stato un passaggio del testimone, come in una staffetta. Un concorrente si ferma, non corre più, ma fa sì che un altro possa continuare e arrivare alla meta. Ieri, mi sono iscritta all’AlDO, (l’associazione che sostiene la donazione degli organi in Italia), perché, a distanza di tanti mesi, ho capito che la mia scelta di donare gli organi di Simona è stata un gesto coraggioso e umanitario, anche se nel nostro paese è un argomento ancora molto discusso e controverso. È comunque una decisione molto concreta e speciale, ma il fatto che mia figlia fosse così giovane e che non avesse manifestato la sua propensione per la donazione, ancora oggi, a volte, mi procura un doloroso conflitto interiore. Ora sono una donatrice anch’io, e credo che il mio sia stato un passo coerente con il dono di Simona. Il destino allora ha scelto per lei e per me e voglio credere che, in qualche modo, Simona sia intervenuta nella mia decisione e che sia sicuramente fiera di essere anche ricordata da chi, pur non conoscendola, le deve la vita. “Dall’altro lato del cammino. Due madri, due figli, una storia” Marcella Castellini e Ombretta Rondanini Archinto, 1998 Collana: Lettere Pagine 248 ISBN: 978-88-776-8155-3 pp. 226-230
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