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Le piccole storie di Ferragosto.

«Cucire e ricucire: intermezzo», di Ugo Riccarelli.

15/08/2015
Spesso la storia delle cose è intrecciata in labirinti complessi e apparentemente senza significato. Sta a noi, nel tempo, trovare un senso a quello che in molti casi appare casuale, strano o insolito. Questa sorta di gioco che riserva sempre sorprese, secondo me riguarda pure il delicato argomento che tocco cercando di raccontare l’avventura dell’ISMETT. Così torno indietro sino al 24 giugno del 1894, quando l’anarchico italiano Sante Geronimo Caserio si infilò tra la folla dell’Exposition Universelle di Lione, aspettando l’arrivo del presidente francese Marie-François-Sadi Carnot. Con sé aveva un coltello e molta rabbia perché il presidente aveva negato di concedere la grazia ad Auguste Vaillant, autore di un attentato incruento alla camera dei deputati e, per quel motivo, condannato a morte. Caserio, fingendo di voler recapitare una supplica a Carnot, montò sul predellino della vettura e colpì più volte al fegato il presidente. Questi fu portato d’urgenza all’ospedale dove i chirurghi tentarono invano di suturargli le ferite alla vena porta. Non si trattava di cosa semplice perché il vaso era stato seriamente danneggiato e anche i professori di Lione non seppero porre rimedio ai tagli, così che poche ore più tardi Carnot morì. In quei giorni, all’ospedale lionese lavorava come giovane interno Alexis Carrel, personaggio peraltro controverso e futuro premio Nobel, il quale, da quel tragico avvenimento di cui fu diretto spettatore, arguì che una buona sutura vascolare sarebbe stata fondamentale per lo sviluppo della chirurgia e, in particolare, dei trapianti di organo nei quali, è evidente, il collegamento e la ricostruzione dei vasi sono elementi essenziali. Per questo il giovane interno cominciò a dedicarsi in modo ossessivo allo studio del problema e trovò la soluzione nella maniera meno cattedratica eppure più logica possibile: si recò da mademoiselle Leroudier, un brava ricamatrice di Lione e lui, medico, chiese alla ricamatrice di insegnargli i segreti dei punti dati con l’ago sui tessuti. E così, esercitandosi con altri aghi e con altri tessuti (ma in fondo non è un caso che si usino le stesse parole ... ) Carrel mise a punto una tecnica innovativa per la chirurgia, ma antica per chi rammendava e cuciva maniche, asole e bordature: costruì una pinza emostatica per impedire al sangue di uscire durante la congiunzione dei vasi che avveniva grazie a tre punti di appoggio, in modo da mantenere affrontati i bordi delle arterie e delle vene mentre venivano cuciti con ago e filo appositi. Voilà, ecco creata la moderna anastomosi, la tecnica di base che si usa ancora oggi e che ha permesso alla chirurgia di addentrarsi sul terreno dei trapianti. Non è meraviglioso tutto ciò? Non è meraviglioso che quanto da noi comuni mortali viene percepito, e lo è, come un atto di alta tecnica e di grande scienza, nasce in fondo da una pratica comune “bassa”, e da un colpo di intelligenza e di umiltà insieme che ha unito la capacità di mademoiselle Leroudier alla genialità di Carrel? E questa storia, la storia della genesi di una tecnica così importante grazie a un percorso un po’ strampalato e quasi casuale che unisce anarchici e presidenti, chirurghi e sartine, ebbene questa storia mi sembra racchiuda in qualche modo anche la natura e la specificità di un atto come il trapianto d’organo. In fondo non è anch’esso un insieme di casualità e necessità, di scienza e di pratica, di materialità e di sogni? In fondo non si tratta di cucire e ricucire delle vite, di fare dei buoni rammendi, di prestare attenzione agli strappi, di confidare in una solida cucitura di tessuti e di storie differenti che si intrecciano? Forse a questo punto, affinché il racconto di quanto succede all’ISMETT abbia un senso più chiaro per tutti, è necessario che io rifletta su questa particolare natura del trapianto, magari attraverso la mia esperienza diretta e quella di altri che l’hanno vissuto, che hanno avuto la propria vita “riappiccicata” da qualche buon punto di sartoria e un’innumerevole quantità di altre cose. Tratto da: “Ricucire la vita”, di Ugo Riccarelli Piemme, 2011 Collana: Voci Pagine 167 ISBN 978-88-566-1683-5 pp. 33-35
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