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Le staminali di laboratorio non sono sicure.

Realizzate nel 2006 le IPS avrebbero scavalcato il problema etico.

07/03/2011
La speranza è svanita. O, almeno, fortemente attenuata. Le cellule staminali pluripotenti indotte, note agli esperti come IPS, ottenute nel 2006 dal gruppo di Shinya Yamanaka, dell’università di Kyoto, non potranno essere utilizzate a fini terapeutici. Non in tempi rapidi, almeno. E dire che solo cinque anni fa avevano realizzato il miracolo: mettendo d’accordo tutti - fautori e detrattori della ricerca sulle staminali embrionali umane. Ma i risultati di tre diverse ricerche pubblicate su Nature ci rivelano il loro «lato oscuro». I nuovi risultati si aggiungono a quelli di altre due ricerche pubblicate il mese scorso e sono tutti univoci: le IPS ottenute finora in laboratorio sono diverse dalle cellule staminali umane (ES) e presentano anomalie sia a livello genetico che epigenetico che le rendono insicure per un uso terapeutico. La storia è nota. Da molti anni lo studio sulle staminali alimenta la speranza di cura di molte e gravi malattie. Le cellule staminali, come si sa, sono cellule «indifferenziate», capaci di trasformarsi in cellule «differenziate», che hanno cioè una precisa forma e una precisa funzione nei tessuti di un organismo. Ne conosciamo di due tipi. Le staminali adulte, che hanno una limitata capacità di trasformarsi. E le staminali embrionali, che per definizione hanno il dono delle totipotenza: si trasformano in ciascun tipo di cellula differenziata adulta, che nell’uomo sono oltre 200. E, quindi, in teoria potrebbero essere utilizzate per «sostituire» le cellule malate di un qualsiasi ammalato. Dal punto di vista terapeutico il limite delle ES è che non riusciamo a controllare il loro sviluppo. Se impiegate, potrebbero scatenare un tumore. Per questo le ES vengono ora impiegate per motivi di studio. Per capire come avviene la differenziazione cellulare. L’uso, anche per fini scientifici, delle ES è osteggiato in alcuni ambienti per motivi bioetici: il loro uso, infatti, comporta la morte dell’embrione da cui vengono estratte. Per questo aveva suscitato grande speranza la scoperta del gruppo Yamanaka, che era riuscito a riprogrammare cellule adulte per farle ritornare a uno stadio di pluripotenza simile (ma non omologo) a quella delle staminali embrionali. Avremmo potuto utilizzarle a fini terapeutici senza suscitare alcuna remora morale. Ora, nel giro di un mese, la doccia fredda. Le IPS non solo sono diverse dalle ES e, dunque, non possono sostituirle del tutto a fini di ricerca. Ma sono anche più pericolose delle ES e, dunque, non possono essere utilizzate - con le tecnologie di cui disponiamo ora - neppure per fini terapeutici. Le IPS ottenute in laboratorio, infatti, mostrano una frequenza di anomalie genetiche (sul Dna) ed epigenetiche (che non riguarda la sequenza del Dna) maggiore sia dei normali embrioni in sviluppo sia delle cellule ES fatte crescere in laboratorio. Generano un maggior numero di CNV, ovvero di alterazioni di parti del Dna; generano un maggior numero di mutazioni puntuali sul Dna e un maggior numero di aberrazioni cromosomiche. Queste anomalie sono tali, come sostengono molti esperti, da consigliare l’uso delle iPS a fini di studio, ma da sconsigliarne l’uso a fini terapeutici. (Pietro Greco, giornalista scientifico e scrittore, L’Unità, 7 marzo)
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