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Leonardo, l'uomo che vive per la seconda volta.

Nel 1995 un trapianto record: 7 organi. Ora si è sposato e vuole avere un figlio.

07/11/2012
IL SIGNOR CIOCE, 47 ANNI, BARESE. PER LUI NEL 1995 UN TRAPIANTO RECORD: 7 ORGANI. ORA SI È SPOSATO E VUOLE AVERE UN FIGLIO. Congenita: Una malattia ereditata dal padre, quindi un'operazione durata 36 ore, costata un miliardo di lire e realizzata da un equipe a Miami. “Ora vorrei riuscire nell'impresa più difficile. Avere un figlio". Leonardo Cioce ha 47 anni, una grande passione per il bowling e un desiderio ambizioso: diventare papà. Il 16 luglio 1995, uscito dalla sala operatoria, divenne popolare nel mondo come l'uomo sopravvissuto a un intervento eccezionale. Era qualcosa di più. Un miracolo della medicina, un uomo con due vite. In trentasei ore i chirurghi del Jackson Memorial Hospital di Miami gli avevano impiantato sei organi e le cellule del midollo osseo innestandogli nel suo corpo aggredito dalla sindrome di Gardner la vita di una ragazzina quattordicenne morta in un incidente stradale. Quando gli riuscì di aprire bocca disse soltanto "ce l'ho fatta". Da quel giorno straordinario sono trascorsi 17 anni. Leonardo Cioce conduce una vita normale, ha trovato un lavoro come impiegato al Comune di Bari, la sua città, s'è sposato, ha comprato casa e continua ad avere contatti con Andreas Tzakis, il chirurgo che tentò l'impossibile per salvargli la pelle, riuscendoci. "E un uomo come non ce ne sono da nessuna parte. Un giorno in ospedale lo chiamai dottor Tzakis. Non mi rispose. Si voltò soltanto quando lo chiamai Andy. Se viene in Italia per un congresso si fa sentire. E non mi chiede di andare a trovarlo. Me lo ordina. Così stiamo un po' insieme, chiacchieriamo, vuole sapere come va e mi visita in albergo. Qualche anno fa venne a trovarmi a casa, a Bari. C'era un congresso. Era estate, arrivò in bermuda...". Nella sua seconda vita Leonardo Cioce s'è messo in coda per adottare un bambino. "Siamo agli inizi, lo so, e voglio affrontare la faccenda con fatalismo, vediamo come va. Il primo sbarramento è l'Asl, le visite mediche. Timori? Certo che li ho. La procedura è complessa e poi diventare padre non è facile. Io amo i bambini e mia moglie Elena ci tiene molto, ma quando penso a un figlio mi viene in mente mio padre. È morto nel 2008 per la sindrome di Gardner. Mi diceva sempre: se avrai un figlio, dovrà essere come te. Voleva che io capissi quanto fossi terribile. Aveva ragione, facevo cose folli. Da bambino andavo in campagna a caccia di vipere, da grande correvo in moto, ero un matto spericolato. Papà mi aspettava sveglio fmo a notte e prendeva sonno soltanto quando sentiva aprirsi la porta e mi urlava: Leo, sei tu?". A diciannove anni, quando il padre Silvestro fu ricoverato nell'istituto tumori di Milano per l'asportazione del colon soffocato da un grappolo di polipi, i medici decisero di sottoporre a esami anche Leonardo sospettando che la malattia genetica potesse essergli stata trasmessa. Era così. Ma quando lo seppe, Leonardo scappò. "Non volevo operarmi. Mi sentivo benissimo". Dopo l'operazione poteva nutrirsi solo per via parenterale. Un catetere infilato in vena gli consentiva di cibarsi con le flebo. "Da quel giorno cambiò tutto, trascorsi una decina di anni girando ospedali, a casa dovevo stare tutto il giorno con quell'affare nella vena". Finché a Milano gli indicarono Miami, l'équipe del chirurgo greco Andreas Tzakis, l'unica speranza, l'unico che potesse tentare il trapianto. "Stetti a Miami ricoverato per mesi, mio padre dovette licenziarsi dal suo lavoro di dirigente in un'azienda di Bari, le Officine Calabrese, e vendere una casa. La mia malattia costò un miliardo di lire, a Bari mi aiutarono con una sottoscrizione. I miei genitori e le mie due sorelle non mi abbandonarono mai. Ero un caso difficile, impossibile. Ma quando vidi un bambino piccolissimo tra le braccia della mamma nutrito con una cannula pensai: che destino avrà? Io sono arrivato a ventinove anni. E lui? Ero un privilegiato". Il 14 luglio 1995 Leonardo era per strada a Miami. Tra una terapia e l'altra, poteva godersi un po' la città. L'ospedale gli aveva consegnato un teledrin, un cercapersone. Quando squillò, Leonardo capi. Era il momento. Tornò in ospedale, c'era un donatore. Una ragazzina di quattordici anni era rimasta uccisa nell'incidente con uno scuolabus. I suoi organi erano disponibili. "Avevo paura dell'intervento, un'impresa disperata. Ci credeva solo lui, Andy. Mi disse: il cinquanta per cento lo metti tu, il cinquanta io, ma il Signore dovrà guidare le mie mani. Le sue parole mi piacquero. Ebbi fiducia". Al mattino si aprirono le porte della sala operatoria. Leonardo ne uscì la sera del giorno dopo, il 16 luglio 1995. Gli avevano impiantato pancreas, stomaco, fegato, intestino tenue, colon, un rene e le cellule del midollo osseo ricostruendogli mezzo corpo. "Non so quanti giorni passarono prima che mi risvegliassi. Pensai alla ragazzina che mi aveva donato i suoi organi. Le devo tutto. Io sono qui, lei non c'è più. Vidi per la prima volta la sua foto in ospedale. In tv parlavano dell'incidente in cui era morta. I suoi genitori scrissero una lettera ai miei. Non ho mai voluto leggerla, forse un giorno, non è ancora il momento". Dopo l'operazione, i medici del Jackson Memorial Hospital Leonardo ricevette un regalo dai medici. Una boccia da bowling. "Era bellissima, la portai con me al ritorno in Italia. Mi feci dire dove potessi farla forare per infilarci le dita. Andai a San Benedetto del Tronto. Cominciai a giocare, mi appassionai". Leonardo Cioce è diventato un campione, partecipa a gare nazionali, è responsabile pugliese della federazione italiana. Ora ricorda commosso il giorno in cui, un anno dopo l'intervento, incontrò Giovanni Paolo II. "Mi portarono a Roma i giornalisti di Stern. Io e il papa restammo da soli, mi prese la mano e la strinse tra le sue. C'era silenzio, mi sentii come fossi su una nuvola. Fu la sensazione più bella mai provata". Nel 1997 entrò come precario al Comune di Bari. Dieci anni dopo, nel 2007, è stato assunto a tempo indeterminato all'ufficio tributi e s'è sposato con Elena, segretaria in un'azienda privata. Deve fare sempre i conti con la sua malattia. "Dentro di me, va tutto bene. Fuori, ogni tanto spunta un polipo. Qualche mese fa me ne hanno rimosso uno sul fianco". Ma Leonardo Cioce è ottimista. A gennaio di quest'anno ha comprato casa. "Ho fatto un mutuo. Ho un po' di rate da pagare. Venticinque anni...". (Tonio Attino – “Il Fatto Quotidiano”, 30 ottobre 2012)
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