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Lunga vita ai donatori di reni.

Sciolto il dubbio sugli effetti collaterali: donare un rene non cambia né qualità né durata della vita dei donatori.

15/03/2010
«Abbiamo dimostrato empiricamente che la donazione in vita di un rene non ha alcuna implicazione a lungo termine, né sull’aspettativa di vita né sulla futura qualità di vita»: così scrive sull’ultimo numero del Journal of the American Medical Association il dottor Dorry Segev della Johns Hopkins University School di Medicina di Baltimora, che ha guidato uno studio lungo 12 anni, durante i quali 80.347 donatori di rene sono stati tracciati e paragonati a un altro campione di 9mila non-donatori, per seguirne le condizioni di salute e il tasso di mortalità. I donatori e i non donatori non hanno mostrato differenze significative di longevità o di salute. I primi 90 giorni dopo l’espianto sono sicuramente il periodo più delicato e in questo lasso di tempo si sono registrati 25 decessi tra i donatori viventi. Altro dato che emerge è una generica maggior vulnerabilità tra i donatori maschi, afro-americani o ispanici. Detto questo però è stato scientificamente dimostrato quanto era già noto in precedenza: che con un solo rene si può vivere tranquillamente e anche bene. Nel caso di donazione il rene sano riesce a svolgere il compito di depurare l’organismo. Certo il rene rimasto da solo tende a ipertrofizzarsi, diventando più grande in conseguenza del maggior lavoro a cui è sottoposto. Ma il superlavoro non sembra portare a uno stress maggiore. I risultati dello studio hanno importanti implicazioni e dovrebbero tranquillizzare l’opinione pubblica sulla sicurezza delle donazioni in vita. Attualmente, solo in America, sono 80mila le persone in attesa di un rene e vengono eseguiti 17mila i trapianti annuali, di cui 6mila provenienti da donatori in vita, spesso parenti. (Emanuela Di Pasqua, CorrieredellaSera .it) In allegato la posizione di Ugo Boggi sulla situazione in Italia.
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