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MARINO: DA 20 ANNI STUDIO IL MICROCHIMERISMO

"Abbiamo scoperto il microchimerismo negli Usa nel 1992, dopo aver sospettato che alcuni pazienti trapiantati non assumessero più i farmaci antirigetto".

27/01/2008
"Sono 20 anni che studio i fenomeni legati al trapianto di fegato. Compresi quelli che determinano il cambio del gruppo sanguigno, o più in particolare il microchimerismo. Cioè quando una parte delle cellule del donatore, rimaste nell'organo trapiantato, imparano a convivere pacificamente con quelle del ricevente. Senza dunque il bisogno della terapia antirigetto". Ignazio Marino, presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato ma anche chirurgo trapiantologo, sveste i panni del politico per spiegare quanto è successo alla ragazza australiana che, dopo aver ricevuto un fegato nuovo, ha cambiato gruppo sanguigno prendendo quello del donatore. "Anche negli organi ben 'lavati' prima del trapianto possono rimanere tracce del donatore. Tanto più nel fegato che ha chilometri di vasi sanguigni. E tra queste tracce possono esserci i globuli bianchi, nello specifico i linfociti, che in questo caso vengono definiti 'linfociti passeggeri' perché - chiarisce - come i passeggeri di una nave trasbordano da un organismo all'altro attraverso il fegato". Il chirurgo rivela che "per motivi ancora non del tutto chiari, questi globuli bianchi possono scomparire o sopravvivere, e quindi arrivare nei linfonodi dove si aggiungono al corredo immunitario del ricevente. E allora - prosegue Marino - può accadere che abbiano la meglio, determinando il cambiamento del gruppo sanguigno. O più facilmente, imparino a convivere con il sistema immunitario della persona trapiantata, dando vita al microchimerismo, che significa tolleranza tra cellule di provenienza diversa e con diverso Dna". Il professore ricorda che "abbiamo scoperto il microchimerismo negli Usa nel 1992, dopo aver sospettato che alcuni pazienti trapiantati non assumessero più i farmaci antirigetto. Senza però incorrere in alcun inconveniente. Facemmo quindi le analisi del sangue che ci confermarono i sospetti. E i trapiantati, messi alle strette, ammisero che in alcuni casi non prendevano più i farmaci salvavita anche da 15 anni. Quindi - continua - facemmo ulteriori indagini in donne trapiantate con organi di donatore maschio. E scoprimmo che in effetti nei loro linfonodi c'erano linfociti anche con il cromosoma Y. Una scoperta - assicura - che fu veramente esaltante". (vipas)
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