indietro

MEDICO DEI TRAPIANTI MUORE E DONA GLI ORGANI

E' accaduto a Cagliari.

20/12/2007
Patrizia Onnis, 39 anni, cagliaritana, madre di tre figli, è morta l'altro giorno per un aneurisma. Medico, era uno dei quattro coordinatori del Centro regionale trapianti. Ha voluto donare gli organi. Dramma nel dramma, i suoi colleghi si sono dovuti occupare del prelievo. Ad eccezione del cuore (risultato inutilizzabile), polmoni, fegato, reni e pancreas hanno regalato una speranza di vita a quattro malati. Anche i cuori hanno un nome. Ma al centro trapianti non ci fanno neanche caso. Si accontentano del gruppo sanguigno, della compatibilità col ricevente, delle buone condizioni dell'organo donato. Insomma, un cuore è una tabella di valori e un insieme di analisi. Ma non in questo caso. Venerdì sera la donatrice aveva un nome e un cognome che tutti, al centro trapianti del Binaghi, conoscevano. Perché era una di loro. Patrizia Onnis era una «parte integrante del progetto», come spiegano i colleghi, che ancora faticano a realizzare. Era un medico coordinatore. Una che viveva tutti i giorni di questo, per questo. In due parole, ci credeva. Sapeva bene come funzionano certi meccanismi, il valore di una donazione. Sapeva che la morte di una persona equivale alla vita per molte altre. Questa volta però, sulle provette che i biologi hanno analizzato in fretta e furia - perché un trapianto non aspetta il dolore -, c'era il suo nome.  LA STORIA. La segnalazione, «c'è una donatrice, attivate tutte le procedure», non è arrivata dalle linee di servizio. È arrivata sui cellulari, sui numeri privati di tutta l'equipe. «Patrizia sta male, l'hanno portata al Brotzu». Emorragia cerebrale. Come un fulmine, senza preavviso. Dunque tutti in ospedale, di corsa. Divisi tra le lacrime per un'amica e l'impegno per coordinare la donazione. Perchè un'attività del genere non può attendere.  LA DONAZIONE. Ed è stata una donazione multipla. Cuore, polmoni, fegato, reni e pancreas. Allora al lavoro, tra le lacrime: si controlla la lista d'attesa, si verificano le disponibilità, si tiene conto delle urgenze. Quello che faceva Patrizia ogni giorno. Le chiamate partono verso gli altri centri di trapianto in tutta Italia. Anche perchè qui in Sardegna abbiamo una generosità doppia rispetto alle altre regioni. E anche se la gestione è territoriale, le urgenze hanno la priorità. Per il cuore (poi risultato non idoneo al trapianto) è arrivato il chirurgo da Bergamo. I polmoni invece hanno dato speranza ad un ventunenne romano con fibrosi cistica. Il fegato ad un paziente sardo di 48 anni, che è stato operato al Brotzu. Come la signora di 40 anni che ha ricevuto un rene e il pancreas. Operazioni di routine, per il primo ospedale della Sardegna. Trapianti che ormai non fanno più notizia. In via Peretti viene portato a termine l'ottanta per cento dei trapianti dell'isola. Ma stavolta era la donatrice ad essere importante. Tanto che uno dei chirurghi, un suo collega, ha preferito non entrare in sala operatoria. Non ce l'avrebbe fatta ad usare il bisturi su un'amica. Per quel motivo, poi, mai e poi mai. Ha preferito lasciar fare ad un altro. Che ha portato a termine il prelievo, con gli occhi rossi di pianto. Come tutti gli altri medici del centro trapianti. Come il marito. Come i tre figli, il più grande di cinque, il più piccolo di un anno e mezzo. Come i genitori e la sorella.  I COLLEGHI. «Patrizia era un medico preparato, specializzato. Viveva per questo. Era solare e allegra», spiegano i colleghi, che preferiscono non vedere i propri nomi sul giornale. Vorrebbero che apparisse solo il nome di Patrizia, perché «l'unica protagonista di questa storia deve essere lei». Ha cominciato a lavorare con loro nel 2001. Trentanove anni, laurea con lode a Cagliari, corsi di specializzazione in Italia e all'estero. Era una dei quattro specialisti che coordinano i trapianti in Sardegna. Gomito a gomito con altri otto biologi che eseguono le analisi. In poco più di quaranta metri quadri, al secondo piano di una palazzina rosa, nel complesso ospedaliero del Binaghi. Quattro computer uno affianco all'altro, uno per ogni medico. Sui monitor si controllano le liste d'attesa e si controllano le urgenze. Un lavoro senza orari. «Il cellulare è acceso ventiquattro ore su ventiquattro, la morte se ne frega degli orari comodi». Se n'è fregata anche questa volta, quando alle sei del mattino l'ambulanza ha portato una loro collega al Brotzu, reparto di rianimazione.  LA MORTE. Dopo poco tempo è arrivata la dichiarazione di morte clinica. E allora, come si fa in questi casi, due di loro sono andati dai familiari. È la procedura. Si chiede se la paziente era disponibile alla donazione. Ma questa volta c'è stato poco da domandare. La risposta la conoscevano già tutti. Da quel momento sono cominciate sei ore d'osservazione, come vuole la legge. «Sono state sei ore di strazio. Vedere il suo nome sul computer, sulle cartelle, sulle provette degli esami immunologici. È stato molto difficile. Sapere che stai facendo tutto questo su una persona con la quale hai condiviso le giornate, con la quale lavoravi fino a qualche ora prima, è una sensazione irreale. Abbiamo lavorato come degli automi, senza dire una parola. Con gli occhi gonfi», raccontano. Una situazione incredibile, anche per chi tratta tutti i giorni con la morte. «Noi solitamente lavoriamo con molto distacco. Sono organi, sono importanti per i pazienti in attesa. Lavoriamo per i vivi, con grande rispetto per chi muore, che consente tutto questo». La morte è democratica: non fa differenza nè il sesso, nè la religione, nè il lavoro. La vita precedente non conta. Tutti uguali, è la regola. A volte, però, ci sono le eccezioni. Patrizia Onnis era una di queste. MICHELE RUFFI
torna su