indietro

Molinette: notte di Natale e di trapianti.

Nove interventi in trentasei ore.

27/12/2010
Maratona di trapianti. Per le statistiche ospedaliere delle Molinette, la notte di Natale 2010 sarà ricordata come una delle più impegnative degli ultimi anni. Nove interventi in 36 ore: 5 di fegato, 3 di reni, 1 di cuore. La ricorderanno gli autisti delle unità di prelievo, gli infermieri, i tecnici di laboratorio, i chirurghi che hanno operato. E la rammenteranno i pazienti, che adesso sono ricoverati in terapia intensiva, magari inviando uno di quei biglietti d’auguri che tappezzano oggi la cucina degli infermieri nel reparto del professor Salizzoni. «Grazie per la mia nuova vita». «Auguri di buon anno nella speranza che sia un anno di pace e serenità». E resterà nella mente dei familiari di chi non c’è più. Di chi ha detto sì firmando moduli anonimi, rassegnati e svuotati dal dolore. Come nel caso di Ivan, 29 anni, manutentore di impianti frigoriferi, coinvolto in un incidente stradale sull’autostrada A 26 mentre andava al lavoro, morto dopo due giorni di agonia all’ospedale di Novara. La sorella ha dato il consenso all’espianto degli organi, rispettando quelle che erano le volontà di Ivan. Dal suo giovane corpo i medici hanno prelevato cuore, reni, fegato. Tutto quello che poteva donare. Sono quattordici i destini che si sono incrociati tre la notte del 23 e le prime ore del 25. «Quello che abbiamo fatto alle Molinette - spiega il professore Mauro Salizzoni - è un successo di organizzazione ospedaliera. Non è una cosa banale coordinare in poche ore tutte le équipe trapianti e il resto del personale. Nessun ospedale al mondo può vantare di aver fatto tutti questi trapianti in 24 ore. Direi che abbiamo stabilito un record mondiale». A 62 anni, e con 2500 trapianti «sulle corna», come dice lui, di primati ha una certa dimestichezza. «Sono numeri importanti, che sanno di efficienza. Le Molinette lo sono. Purtroppo è un ospedale fatto così: un brutto forziere che contiene un grande tesoro». Tutti i pazienti operati nelle 36 ore di maratona natalizia sono in rianimazione, affidati ai monitor, ai farmaci che contrastano rigetto e infezioni. La fase più critica. Arrivare in camera operatoria, magari dopo mesi in attesa di un donatore, è solo il primo passo di un lungo cammino. «A volte - dice un medico di turno nell’unità post-trapianti - restano in reparto pochi giorni, altri prima di poter essere dimessi, trascorrono mesi in terapia intensiva». Uno degli interventi effettuati nella notte di Natale è stato doppiamente impegnativo. È il caso di un uomo di 56 anni, di Napoli, affetto da cirrosi criptogenetica. È stato oggetto di un trapianto combinato: fegato e rene. Il suo donatore è stato proprio il giovane Ivan. Sette ore di camera operatoria. Prima il fegato, poi il rene. Gli altri organi sono stati prelevati invece da pazienti per lo più anziani, tre donne e un uomo, morti per emorragia cerebrale. All’ingresso del reparto di degenza semi-intensiva per trapiantati di fegato, oggi c’è un mobiletto carico di doni. Cestini, bottiglie, caramelle, panettoni. E soprattutto biglietti. «Ogni anno - dice una dottoressa - ne riceviamo a valanghe. Qualcuno addirittura sostituisce la data del trapianto alla data di nascita. Si considerano nati una seconda volta». Ci sono nove letti, tutti impegnati, ma il Natale è già alle spalle. La fabbrica della speranza non si ferma. (Massimiliano Peggio, La Stampa.it)
torna su