indietro

Monza: il futuro dei trapianti tra le mani.

Intervista al dottor Massimo Del Bene.

27/12/2010
Il suo nome è balzato prepotentemente alle cronache nazionali e internazionali negli ultimi mesi come artefice operativo del primo doppio trapianto di mani, avvenuto lo scorso ottobre all’Ospedale San Gerardo di Monza. Lui è il dottor Massimo Del Bene, primario di microchirurgia della mano al nosocomio brianzolo. Dottore, a circa 70 giorni dall’intervento, quali sono le condizioni della paziente? «La terapia continua e non ci sono particolari problemi. Tutta l’equipe è molto contenta, come, del resto, anche Carla Mari, la donna che ha beneficiato del doppio trapianto; una persona molto forte e determinata. La paziente, dopo la sepsi che la colpì nel luglio del 2007, per la quale io stesso le amputai le estremità dei quattro arti, quindi mani e piedi, ha manifestato da subito la ferrea volontà di ricevere un trapianto bilaterale di mani». Un’operazione che ha comportato anche novità scientifiche importanti. «Proprio così. In particolare l’uso di cellule staminali mesenchimali prelevate dalla stessa paziente e poi espanse. Si tratta di cellule adulte asportate dal midollo osseo e che sono in grado di ridurre il rischio di rigetto in caso di trapianti. La novità, a livello mondiale, è stata proprio l’uso di cellule staminali mesenchimali direttamente prelevate dalla degente, e non, quindi, da donatore». Quanto ha contato la “struttura San Gerardo” in questo storico doppio trapianto? «È stata fondamentale. Questo tipo di operazione era possibile solo qui. Le competenze, tutte interne alla struttura, dalle radiologie alle terapie immunodepressive, hanno consentito di programmare e realizzare l’intervento in questione. E certi risultati non si ottengono per caso». Risultati che mettono a tacere le polemiche a distanza con Marco Lanzetta, direttore dell'Istituto italiano di chirurgia della mano ed ex medico del San Gerardo, il quale asserì che l’età della paziente, 52 anni, era troppo elevata per il tipo di intervento e per una rigenerazione nervosa soddisfacente. «La paziente è stata monitorata e studiata attentamente prima dell’intervento. La sua corteccia cerebrale, ancora aperta, ha testimoniato che era pronta per ricevere il trapianto. I risultati futuri daranno risposte più precise». Al suo arrivo, circa tre anni fa, decise di porsi al servizio del territorio. E, in questo senso, si colloca anche il convegno che a maggio organizza con gli industriali per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Quanto necessita, la nostra provincia, di una certa “cultura della prevenzione”? «Premettendo che non siamo noi l’organo più adatto per questa considerazione, va però registrato che Monza e la Brianza si attestano sotto la media nazionale per gli infortuni sul lavoro. I più colpiti, per quanto riguarda la mano, sono i gommisti, seguiti dagli alimentaristi e dai lavoratori delle strutture sanitarie. È evidente che una finestra annuale con industriali, medici e, più in generale, con chiunque si occupi di prevenzione può solo fare bene». E per il futuro? Cosa ci dobbiamo aspettare? «Se avessimo la possibilità di ottenere farmaci antirigetto a basso costo fisico (con poche controindicazioni per i pazienti nel medio lungo periodo, ndr) potremmo trapiantare qualsiasi cosa. Sarebbe, quindi, interessante aumentare la ricerca dal punto di vista immunologico piuttosto che in laboratorio». E le protesi? Quanto sono avanzate a livello tecnologico? «Moltissimo. Mi rifiuterei, oggi, di trapiantare una sola mano. Con una mano valida e una protesi si può pensare di avere una vita normale. Il trapianto ha senso solo se non si conduce una vita regolare. Carla Mari, per esempio, oltre a non avere le mani, non ha nemmeno le estremità inferiori». (Andrea Meregalli , MB news)
torna su