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Nefropatia cronica e povertà, legame insidioso.

Il 12 marzo 2015 si celebrerà la decima edizione della Giornata Mondiale del Rene (WKD-World Kidney Day).

02/03/2015
Il 12 marzo 2015 si celebrerà la decima edizione della Giornata Mondiale del Rene (WKD), un’iniziativa della International Federation of Kidney Foundations. Fin dalla sua istituzione nel 2006, l’evento è diventato l’esempio di maggior successo per sensibilizzare i decisori della Sanità e l’opinione pubblica circa l’importanza della malattia renale. Quest’anno il focus della Giornata è rivolto alla relazione tra la malattia renale cronica (CKD) e le popolazioni svantaggiate. Prendendo spunto da questo contesto l’articolo anticipa i collegamenti chiave tra la povertà e la malattia renale cronica, descrivendo le conseguenti implicazioni nella prevenzione delle malattie renali e la cura dei pazienti in questa popolazione. La malattia renale cronica è sempre più riconosciuta come un problema globale di salute pubblica, un fattore determinante di bassi livelli di benessere. Ci sono prove convincenti che le comunità svantaggiate, ossia quelle con poche risorse, le comunità etniche di minoranze razziali o socialmente sfavorite, soffrano di un aumento di malattie renali croniche non riconosciute e, ovviamente, non trattate. Intere popolazioni di alcuni Paesi a basso e medio reddito sono ad alto rischio e un’ulteriore discriminazione sulla base di fattori locali crea una posizione di estremo sfavore per alcuni categorie (contadini, persone che vivono in particolari zone rurali, donne, anziani). Il fatto che anche nei Paesi sviluppati le minoranze etniche e razziali riportino un tasso sproporzionato d’incidenza di malattia renale e con risultati peggiori, suggerisce che ci sia molto da imparare al di là dei tradizionali fattori di rischio che contribuiscono alle complicanze associate alla malattia. Circa 1,2 miliardi di persone vivono in condizioni di estrema povertà in tutto il mondo. La povertà influenza negativamente i comportamenti virtuosi. I poveri sono più suscettibili alla malattia a causa della mancanza di accesso a beni e servizi, in particolare acqua potabile e servizi igienico-sanitari, alle informazioni sui comportamenti di prevenzione, alla nutrizione adeguata e al ridotto accesso all’assistenza sanitaria (Sachs JD. Macroeconomics and health: investing in health for economic development. Report of the Commission on Macroeconomics and Health. WHO, 2001). Nell’articolo si possono apprendere dati non solo sull’incidenza d’insufficienza renale cronica, ma anche sulla disparità di accesso alla terapia sostitutiva, in un continuo raffronto tra popolazioni sviluppate, in via di sviluppo o fortemente svantaggiate. Le differenze sono drammatiche. Da una recente analisi emerge che, a livello globale, 2,6 milioni di persone sono stati in dialisi nel 2010, il 93% dei quali in Paesi ad alto o medio-alto reddito. Per contro, il numero di persone che necessitava di terapia sostitutiva è stato stimato intorno ai 4,9 milioni di soggetti. Il che suggerisce che almeno 2,3 milioni di persone sono morte prematuramente a causa della mancanza di accesso al trattamento. Si prevede che entro il 2030 il numero di persone che necessiterà di terapia sostitutiva in tutto il mondo aumenterà a 5,4 milioni. Questo aumento, si concentrerà, in particolare, nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Considerando che l’accesso alle terapie sostitutive nei Paesi emergenti dipende soprattutto dalla spesa sanitaria e dalla forza economica di ciascun Paese non è difficile prevedere chi ne farà le spese. Inoltre, i Paesi in via di sviluppo avranno sempre bassi tassi di trapianto a causa di una combinazione di cause (carenze infrastrutturali, lontananza geografica, mancanza di legislazione che disciplina la morte cerebrale, vincoli religiosi, culturali e sociali (Cusumano AM, et al. Latin American Dialysis and Transplant Registry: 2008 prevalence and incidence of end-stage renal disease and correlation with socioeconomic indexes. Kidney Int Suppl 2013). Ci sono, inoltre, anche dati provenienti dall’India che documentano come negli Stati più poveri ci siano meno nefrologi rispetto alle necessità. Il risultato è che le persone che vivono in questi stati rischiano di ricevere meno cure (Jha V. Current status of chronic kidney disease care in South-east Asia. Semin Nephrol 2009). In sostanza il basso status socio-economico e le difficoltà di accesso alle cure contribuiscono alla disparità di assistenza sanitaria e aggravano gli effetti negativi della predisposizione genetica, biologica e ambientale. Secondo gli autori, la concreta possibilità di cura per queste popolazioni richiede un duplice approccio: estendere la portata della dialisi attraverso lo sviluppo di alternative a basso costo da poter praticare anche in località remote, attuare una capillare strategia di prevenzione e una seria valutazione di costo-efficacia. Il trapianto renale dovrebbe essere promosso favorendo e ampliando i programmi da donatore cadavere e promuovendo l’utilizzo a basso costo di farmaci immunosoppressivi generici. Il messaggio che lanciano gli autori è che, per mettere fine all’inaccettabile legame tra malattia renale e popolazioni svantaggiate, è necessario farsi carico della prevenzione, accrescere la sensibilità delle istituzioni e delle comunità, migliorare i livelli d’istruzione e creare maggiori opportunità economiche. I poveri, oltre ad avere un carico di malattia maggiore, hanno un accesso limitato alle risorse per sostenere i costi del trattamento. In questo le grosse multinazionali farmaceutiche potrebbero e dovrebbero fare di più. i>Di tutte le forme di disuguaglianza, l’ingiustizia in salute è il più scioccante e disumano. Martin Luther King, Jr Bibliografia Garcia-Garcia G, Jha V. Chronic kidney disease in disadvantaged populations. Transplantation. 2015; 99 (1): 13-6.
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