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PAVIA: MILLE TRAPIANTI AL SAN MATTEO

Il professor Mario Viganò con la sua èquipe ha raggiunto lo storico traguardo. Il primo paziente operato nel 1985 si è sposato e ha avuto due figli.

13/05/2004
"Ancora oggi il limite di questa tecnica è la carenza di organi" Mille trapianti: il traguardo è stato raggiunto l' 11 maggio, dal professore Mario Viganò e dalla sua équipe di cardiochirurghi dell'Università di Pavia. La storia dei trapianti al Policlinico San Matteo è cominciata nel 1985, quando il ministero della Sanità autorizzò, in Italia, i primi otto centri a eseguire questo tipo di interventi: Viganò aveva acquisito a Parigi una notevole esperienza nel campo, lavorando con Charles Doubost sugli animali, e inaugurò l'era dei trapianti di cuore al San Matteo salvando un ragazzo diciottenne con una grave cardiomiopatia e con poche speranze di vita. Da allora ci sono stati altri 999 trapianti: la grande maggioranza di cuore, all'incirca 200 di polmone e poche decine di cuore-polmone. Il primo paziente sopravvive benissimo, a quasi vent'anni di distanza, conduce una vita del tutto normale ed è il più anziano trapiantato di cuore in Italia. "E' la nostra bandiera - dice Viganò -. E' la testimonianza più efficace dell'obiettiva validità della chirurgia dei trapianti". Dai primi interventi a oggi, si sono perfezionate le tecniche chirurgiche e, soprattutto, le strategie contro il rigetto. "Le indicazioni al trapianto di cuore-polmoni sono state via via limitate per "risparmiare" organi - precisa Viganò - e sono stati privilegiati i trapianti o di solo cuore o di solo polmone. Ancora oggi, infatti, il limite più importante della chirurgia dei trapianti è rappresentato dalla cronica carenza di organi". Sul fronte dell'immunosoppressione, già all'epoca dei primi trapianti veniva utilizzata la ciclosporina, il farmaco che ha rivoluzionato la terapia antirigetto ed è tuttora un caposaldo del trattamento. Poi ne sono venuti altri, come l'FK 506, la rapamicina o il tacrolimus, che hanno permesso di personalizzare la terapia a seconda delle condizioni del paziente e di ridurre al minimo gli effetti collaterali dannosi, come il rischio di infezioni o di insufficienza renale, che a volte limitano i benefici della chirurgia. Negli ultimi dieci anni si è infine reso disponibile il cuore artificiale come ponte al trapianto: queste apparecchiature, chiamate dispositivi di assistenza ventricolare, permettono oggi ai malati di arrivare al trapianto in buone condizioni di salute, senza gravi alterazioni della funzionalità dei diversi organi, e di sopportare meglio l'intervento.
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