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QUANDO LA MALASANITA' INCRINA LA FIDUCIA DELLA GENTE

Il quotidiano "AVVENIRE" (11-11), riporta una riflessione di Marina Corradi sui rifiuti alla donazione degli organi in seguito ad episodi di malasanità.

11/11/2003
L'assenso degli italiani alla donazione degli organi è cresciuto rapidamente in questi anni. I donatori effettivi, cioè coloro che rendono i propri organi disponibili al trapianto dopo la morte cerebrale, sono da noi 18 cittadini per milione. Lontani però ancora dalla Spagna, dove raggiungono i 33 per milione, ma più generosi, nelle statistiche, di tutti i paesi nordici, del Regno Unito e della Germania, e della prudente Svizzera, ultima in classifica. Ma il farsi largo della cultura della donazione, dell'idea cioè di lasciare a un altro il cuore, o i reni, restituendo la vita a un malato senza speranza, affronta oggi - è stato detto in un convegno all'Università di Pavia - un ostacolo che non ci si sarebbe aspettato. L'andamento di crescita di donatori che ci si attendeva sta risultando inferiore alle previsioni. Qualcosa s'è come messo di traverso. Che cosa? Il caso più emblematico è quello del Piemonte. In Piemonte, si legge in una newsletter dell'assessorato regionale alla sanità, nel 2001 i rifiuti dei potenziali donatori, o meglio dei loro familiari, erano a quota 22 per cento. Nel 2002 il numero di questi "no" è balzato di colpo al 38 per cento, pressochè raddoppiato. "Nessuna regione ha mai perso un simile numero di donatori in un anno - si legge nella newsletter, dove si ipotizza un legame fra gli scandali che hanno investito l'ospedale delle Molinette, a Torino, e questo crollo di fiducia. Un 'ipotesi seria, ripresa anche al convegno di Pavia. La fiducia incrinata si ripercuote sulla fiducia collettiva, e interrompe la crescente catena della solidarietà. Umano, in fondo, e più che comprensibile. Nel più grande ospedale di una città prima viene arrestato un amministratore, poi, cosa più grave, si scopre lo scandalo delle valvole cardiache difettose - di malati che sono morti, perchè qualcuno ci guadagnasse. Il cittadino legge queste cose sui giornali, e poi un giorno si trova nella sala d'attesa di una rianimazione. Un fratello, un figlio ha avuto un incidente, e non c'è più niente da fare. Il medico tace, aspetta che il dolore più cocente si sfoghi. Poi, a bassa voce, chiede quel gesto di solidarietà, quel dono. Di fronte ha delle persone sconvolte; ma se, accanto al dolore, emerge fresca la memoria di quei titoli a nove colonne, di quelle cronache di rapine in corsia, il lutto e la rabbia possono esplodere in un "no" incanaglito. "No" alla sanità delle tangenti sulla pelle dei pazienti, no a qualsiasi mercato dentro questi recinti che vorremmo, almeno questi, salvi da ogni mercato, e bramosia di soldi e di potere. Vorremmo salvi almeno questi posti dove si soffre, e dove si muore; e quando le cronache ci provano invece che anche una valvola cardiaca difettosa è un affare, ci passa la voglia di donare il cuore, e il resto: al diavolo tutti quanti, se tutti sono predoni. Ed è per questo forse che in Piemonte nel 2002 i "no" alle donazioni si sono così impennati - per poi, quest'anno, passata la rabbia, tornare come prima. E' un segnale, ma di quelli a cui bisogna stare attenti. Tra tante corruzioni, alcune fanno più danno, si intromettono in quel delicato ingranaggio della fiducia reciproca, che regge la vita di un Paese. Che nella civile Torino, d'improvviso, il doppio delle persone abbiano detto, un anno,"no" alla solidarietà della donazione di organi, è il circoscritto segnale di una malattia da non trascurare.
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