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RICERCA ITALIA: STOP AL PRIMO CUORE ARTIFICIALE ITALIANO?

NewCorTec, la societa' che ha sviluppato e testato il dispositivo, versa in gravi condizioni finanziarie e rischia il fallimento.

02/12/2008
Rischia lo stop il primo cuore artificiale tutto italiano. Smettera' di battere per carenza di fondi, che rende impossibile completare lo studio clinico sull'uomo, arrivare a ottenere il marchio Ce e, dunque, commercializzare il prodotto. Per arrivare al termine della 'trafila' mancano solo 2-3 anni, ma servono risorse cospicue: gli investitori privati, pero', in questo periodo di crisi economica non hanno intenzione di potenziare gli investimenti. NewCorTec, la societa' che ha sviluppato e testato il dispositivo, versa in gravi condizioni finanziarie e rischia il fallimento. E cosi' potrebbe naufragare l'intero progetto di ricerca che avrebbe portato a far battere il primo cuore artificiale 'made in Italy' nel petto di pazienti di tutto il mondo. "L'avventura sembra destinata a finire - afferma all'ADNKRONOS SALUTE Luigi Carotenuto, ingegnere elettronico, responsabile Servizi informatici di NewCorTec - con grave spreco di risorse finanziarie pubbliche e private finora investite, di tecnologie e conoscenze, e la perdita di una buona opportunita' per la ricerca biomedicale italiana". Carotenuto parla a nome dei ricercatori, una quindicina, che lavorano al progetto e che, insieme, hanno firmato una lunga lettera per richiamare l'attenzione sulla vicenda, dal titolo eloquente 'La fuga dei cervelli e dei cuori'. "Le condizioni economiche e finanziarie dell'azienda sono abbastanza gravi - spiega Carotenuto - Se non si interviene per correggere la rotta e salvare la situazione, tutto rischia di finire in qualche mese". La societa' ha difficolta' a pagare gli stipendi, sono gia' partite le prime lettere di licenziamento. Se l'azienda rischia il fallimento, con la dispersione di cervelli e competenze, "potrebbe saltare per aria - avverte - un progetto di punta per la ricerca biomedicale italiana, che avrebbe avuto un notevole ritorno di immagine e anche economico". Il progetto del cuore artificiale 'made in Italy' comincia all'inizio degli anni '80. In venti anni, spiegano i ricercatori, e' "stata investita una decina di milioni di euro, per finanziare i primi studi di fattibilita', la scelta dei materiali fino alla realizzazione dei primi prototipi e alla sperimentazione". L'organo hi-tech, la cui proprieta' intellettuale e' del ministero della Ricerca, funziona. Ma quando si tratta di trasformare il prototipo in un vero prodotto commercializzabile, lo Stato sparisce. Nel 2005, percio', come spin-off di Tecnobiomedica (una delle aziende consorziate nel progetto Icaros) nasce una nuova societa', NewCorTec, con un piano industriale preciso per arrivare al marchio Ce del dispositivo, indispensabile per avviare la commercializzazione in Europa. La societa' ottiene fondi e crediti tutti privati, interamente italiani. Cosi', ottenute le autorizzazioni, parte lo studio clinico sull'uomo, che coinvolge 6-7 centri di cardiochirurgia nel Vecchio continente, fra cui Francia, Germania e Italia. Il cuore artificiale 'tricolore' e' stato impiantato finora nel petto di sei pazienti. Tre hanno vissuto con l'organo hi-tech per piu' di 6 mesi, un record di durata per un impianto messo a punto da quasi due anni. Due pazienti sono stati sottoposti con successo a trapianto cardiaco, a cui sono arrivati grazie al dispositivo che ha permesso loro di vivere nell'attesa dell'intervento. "Per completare il trial clinico e dimostrare l'efficacia del cuore artificiale - afferma Coarotenuto - e' necessario ancora un certo numero di pazienti". Se non si fosse presentato il problema della mancanza di fondi, lo studio si sarebbe concluso entro il 2009. Per la commercializzazione del primo cuore artificiale italiano sarebbero serviti poi un paio d'anni. Ma il progetto rischia di arrestarsi a pochi passi dal traguardo. Dai ricercatori, dunque, parte l'appello per salvare il progetto a cui lavorano. "Lo Stato avrebbe tutti gli interessi per intervenire, visto il ritorno economico del progetto", riflette Carotenuto che pero' e' scettico sulla possibilita' che questo avvenga. "Ma - aggiunge - lo Stato potrebbe sollecitare l'interesse di privati a investire. Evitiamo che il programma del cuore artificiale fallisca senza clamore e senza che chi puo' faccia qualcosa", sottolinea. Al rischio di perdere un'importante occasione per la ricerca biomedicale italiana, si aggiunge la vicenda dei ricercatori impegnati nel progetto. "Dovremo 'riciclarci' in qualche modo, qualcuno pensa anche di andare all'estero - racconta Carotenuto - Si parla tanto di fuga dei cervelli, ma per trattenerli si fa poco o nulla". ADNKRONOS SALUTE
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