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RIGETTO: UN AIUTO DALLE CELLULE STAMINALI EMATOPOIETICHE

I primi risultati della sperimentazione attuata dal gruppo guidato dal Professor Samuel Strober, della Stanford University, California.

01/12/2002
Riuscire ad instaurare una buona convivenza con gli organi donati, e quindi migliorare la qualità di vita dei pazienti, è uno degli obiettivi primari di un'operazione di trapianto. È in questo ambito che, alla Università di Stanford in California, lavora il gruppo guidato da Samuel Strober il quale ha finora arruolato quattro individui candidati al trapianto renale. L'ingenioso sistema messo a punto dalla équipe è volto a liberare i pazienti dall'uso di farmaci immunosoppressori ai quali, come indica il professor Strober, sono associati rischi di infezione e di suscettibilità a patologie cardiovascolari e oncogene. Le fasi iniziali del nuovo approccio al trapianto renale sono le solite: dopo l'operazione i soggetti sono trattati con immunosoppressori. A questo punto, però, allo scopo di abituare l'accettore al nuovo organo, i pazienti, ancora sotto trattamento immunofarmaceutico, sono stati soggetti a piccole dosi di irradiazioni, al fine di uccidere le cellule immunitarie più aggressive. Il passo successivo è stato di infondere i pazienti con le cellule staminali ematopoietiche del donatore. Queste cellule risiedono nel midollo spinale e maturano diventando cellule del sangue o cellule del sistema immunitario: quando infuse in un soggetto immunosoppresso, producono nuove cellule della linea bianca, lasciando così l'individuo con un misto di cellule immunitarie alcune delle quali originali dall'individuo stesso e altre provenienti dal donatore. Dopo qualche mese il sistema immunitario dell'ospite ha di nuovo il controllo completo sull'organismo, ma le cellule che sono cresciute alla presenza di ambedue i sistemi immunitari hanno sviluppato una tolleranza per entrambi i tipi tissutali. Dei quattro pazienti arruolati dal gruppo di Stanford uno ha rigettato le cellule donatrici immediatamente, uno ha ridotto la dose di immunosoppressori e due si sono liberati completamente dei farmaci nel giro di un anno. Il professor Strober stesso ha successivamente riferito che uno di questi ultimi due pazienti ha dovuto riniziare il trattamento con i farmaci ed è ancora un'incognita quanto a lungo resisterà senza alcun trattamento l'altro paziente. Tuttavia si ritiene che probabilmente la dose di immunosoppressori necessaria sarà ridotta e gli studi stanno proseguendo variando dosi e tempo di trattamento con le cellule ematopoietiche staminali. (Nicoletta Vesentini)
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