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Si è spento a 85 anni il Cardinal Martini.

Socio A.I.D.O. dal 1983.

31/08/2012
Il cardinale Carlo Maria Martini è morto oggi pomeriggio a Gallarate. Dopo un'ultima crisi, cominciata due settimane fa, le condizioni sono progressivamente peggiorate, impedendogli di deglutire cibi solidi e liquidi. Rimasto lucido fino all'ultimo, ha rifiutato ogni forma di accanimento terapeutico, come ha raccontato il suo medico neurologo Gianni Pezzoli. Da diversi anni era malato di Parkinson. Iscritto all’A.I.D.O. fin dal 1983 ha partecipato a molti nostri convegni. Per la rubrica “Il valore della donazione” del nostro giornale associativo L'Arcobaleno (n. 1/2012) aveva dichiarato: Attraverso il dono di sé e di una parte del suo corpo, l'uomo scavalca la barriera della morte e obbedisce fino in fondo al dinamismo della carità che nasce dalla Risurrezione di Gesù”. Lo ricordiamo pubblicando il suo intervento al Convegno Nazionale sulla donazione di organi ”Un dono per la vita”, realizzato da Federfarma, A.I.D.O. e Fondazione Guido Muralti, tenutosi a Milano il 21 aprile 1990, nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ringrazio vivamente gli organizzatori di questo Convegno, la Federfarma e I’AIDO, e rivolgo un cordialissimo saluto a tutti coloro che sono intervenuti e alle autorità presenti. La mia riflessione non può naturalmente prescindere dalla situazione in cui ci troviamo e che è stata ben sottolineata nelle parole di introduzione: una situazione nella quale l’Italia si trova, rispetto agli altri paesi d’Europa, molto arretrata sul fronte dei trapianti. Le statistiche evidenziano le molte necessità a cui non si risponde mentre si potrebbe rispondere; e anche una considerazione delle leggi mostra il nostro ritardo su temi gravissimi che esigerebbero chiarezza e attualità. In tale situazione, che non sta a me analizzare, io vorrei semplicemente esprimere alcune valenze etiche e, mi si permetta, pure teologiche, domandandomi: - che cosa ha da dire la fede cristiana su questi argomenti, sia in positivo sia riguardo le obiezioni che, proprio a partire dalla fede cristiana, vengono sollevate? - in concreto, qual è la posizione etica sul problema dei trapianti e della donazione di organi? I - La parola della fede cristiana Anzitutto mi chiedo dunque che cosa ha da dire la fede cristiana su questi argomenti. Sappiamo tutti che il nucleo centrale dell’esperienza cristiana e il fondamento della fede è costituito dalla risurrezione di Cristo, la cui celebrazione avviene in questo tempo pasquale. L’evento della risurrezione di Gesù annuncia anche il compimento delle promesse di Dio sull’uomo e sull’umanità intera, promesse che riguardano la pienezza della vita e una vita senza fine. È la fedeltà misericordiosa di Dio creatore che garantisce tale pienezza; Dio creatore e fonte della vita stabilisce con il credente un rapporto di alleanza, di mutua comunione, di indissolubile unione, che la morte non può interrompere. Un altro dato certo è che la speranza della risurrezione riguarda la persona umana nella sua unità profonda di corpo personalizzato o di persona corporea. Ne consegue che l’uomo, nella sua interezza e globalità, è destinato alla salvezza totale e perenne. Nel simbolo del “Credo”, questa fede è chiamata fede “nella risurrezione della carne”. Proprio per questo, è sembrato in passato ad alcuni che ci fossero ostacoli, impedimenti o remore al trapianto di organi. Quasi parafrasando un tema analogo, già presente nei vangeli, in una disputa di Gesù con i sadducei sulla risurrezione (cf Mt 22, 23-33), si erano chiesti: Che cosa accadrà nella risurrezione? Di chi sarà un certo organo, del donatore o di colui che l’ha ricevuto? In realtà, una vera fede nella risurrezione non solo non è turbata da simili problemi, ma costituisce un incentivo e offre fondamentali motivazioni per percorrere generosamente la strada della donazione. In primo luogo, non hanno senso interrogativi come quelli che ho ricordato. Certamente, e ci avverte san Paolo nella prima Lettera ai Corinti (C. 15), esiste una continuità e insieme però una discontinuità tra il corpo che viene seminato e il corpo che risorge. Non si può negare un rapporto tra la vita presente e la vita della risurrezione; nello stesso tempo non si dà identità tra esse. La continuità è operata da Dio che, in quanto creatore, non abbandona la propria creatura e, in quanto redentore, non viene meno alla sua alleanza; affonda quindi le radici nella fedeltà di Dio. Uno studioso di teologia, il Cardinale Ratzinger, poteva quindi giustamente osservare: “San Paolo afferma dottrinalmente non la risurrezione dei corpi bensì quella delle persone, facendo poi consistere quest’ultima non nella ricostruzione dei corpi di carne ossia delle strutture biologiche, che egli designa esplicitamente come impossibile, bensì nella diversità specifica che caratterizza la vita dei risorti così come si è presentata esemplarmente a noi nel Signore risorto”. Nessun problema, dunque, o nessuna difficoltà dal punto di vista della fede nella resurrezione dei morti. Inoltre, dal fatto della resurrezione di Gesù derivano altri principi e altre sottolineature che ci inseriscono in un dinamismo che è quello dell’amore di Cristo, che rende il cristiano capace di amare e di donarsi, di vivere la carità e la solidarietà operose e fattive verso tutti gli uomini. II - Posizione etica sul problema dei trapianti e della donazione di organi In questo contesto generale di carità e di solidarietà, che nasce dalla fede cristiana, va letto il tema dei trapianti di organi e in particolare dei trapianti post mortem. 1. - Infatti si può affermare che con i trapianti si sono aperte nuove vie di solidarietà e di carità fra gli uomini. I trapianti sono certamente potenziali portatori di una “cultura della vita”. Molte persone oggi sono tra noi grazie appunto all’aver ricevuto in dono un organo da un’altra persona. Già questo non è senza significato e importanza in una società che spesso è caratterizzata da culture di morte che legittimano lo stroncamento sul nascere della vita di milioni di esseri umani. Quella dei trapianti è una cultura che, invece, promuove la vita. C’è di più. Il fenomeno dei trapianti può davvero favorire una più vera cultura della vita, perché richiede solidarietà. L’uomo non è fatto solo per vivere “con” gli altri, ma più ancora per vivere “per” gli altri. Come hanno scritto recentemente i Vescovi italiani, “solo il dono sincero di sé eleva davvero la qualità della vita” (cf. Evangelizzazione e cultura della vita umana, n. 24). Attraverso i trapianti tutto questo può realizzarsi il modo significativo. 2. - In questa ottica risulta essenziale il riferimento alla volontà di donazione della persona: senza tale volontà, infatti, non c’è amore vero e solidarietà autentica. Nella stessa linea va, quindi, affrontato anche il tema dei trapianti post mortem, sia per quanto concerne la disponibilità della persona a donare parte del proprio corpo dopo la morte, sia per quanto riguarda il consenso dei parenti in proposito, sia circa l’intervento dello Stato e della legge nell’autorizzare questi trapianti. Come ho appena accennato, ciò che va salvaguardata e rispettata è la volontà del donatore. Solo in presenza di questa volontà, il gesto della donazione risulta eticamente valido e significativo; altrimenti, a rigore, non si può neppure parlare di “donazione”. Attraverso il dono di sé e di una parte del proprio corpo, l’uomo scavalca la barriera della morte e obbedisce fino in fondo al dinamismo della carità che nasce dalla risurrezione di Gesù. Al riguardo, non mancano moralisti che parlano del consenso al prelievo dei propri organi come di un vero e proprio obbligo morale di solidarietà umana e, per il cristiano, di carità. E c’è chi aggiunge che, trattandosi di un dovere morale, bisogna dare per scontata la presunzione che ciascuno abbia la volontà di assolverlo. In questa prospettiva risulterebbe difficilmente accettabile, a livello oggettivo, la posizione di chi esplicitamente rifiutasse ogni possibilità di donare un proprio organo a chi ne avesse bisogno: si rivelerebbe come chiusura all’amore e alla solidarietà e, ultimamente, come ostacolo serio alla realizzazione di sé. Nella medesima linea va visto il problema del consenso dei parati in ordine al prelievo di un organo dal loro congiunto defunto. A meno che si sia di fronte a un esplicito diniego precedente da parte dell’interessato, anche per i parenti l’accondiscendere alla donazione di un organo del loro defunto rientra in quel complessivo e globale atteggiamento di amore e di solidarietà che abbiamo richiamato. D’altra parte non possiamo negare che continuiamo ad assistere al permanere di molte difficoltà e, spesso di pregiudizi. Sono da superare comportamenti anche di tipo ancestrale oltre a dubbi e perplessità di vario genere sia da parte del potenziale donatore sia da parte dei parenti. Urge, perciò, una seria e articolata opera anzitutto di informazione, a partire dalle scuole; soprattutto si fa sempre più necessaria un’opera educativa. Tutto questo, infatti, non si improvvisa ma è frutto di uno stile quotidiano e costante di solidarietà, di attenzione agli altri, di carità. In tale contesto le stesse comunità ecclesiali hanno responsabilità da mettere in atto; a cominciare dalla catechesi, negli Oratori, nella predicazione, nella cura pastorale dei malati e delle loro famiglie occorre che questi temi siano affrontati con precisione e con chiarezza, così da creare convinzioni profonde. 3 - Nello stesso tempo, per giungere a realizzare un più diffuso consenso culturale, occorre prendere seriamente in considerazione gli eventuali motivi che soggiacciono al rifiuto della donazione di organi, per offrire una risposta adeguata e rispettosa dei valori in gioco. Tra i motivi vanno ricordati sia il problema connesso con i metodi di accertamento della morte e la sicurezza che si può avere al riguardo, sia il timore che la ricerca a ogni costo di organi da trapiantare possa portare i medici a omettere ulteriori tentativi per curare un paziente, fosse pure moribondo. Per l’accertamento della morte, è doveroso ricordare che i problemi posti dalla definizione del momento della morte sono gravi e complessi. Occorre, quindi, e lo ha affermato recentemente Giovanni Paolo II, prudenza e ferma volontà nel portare avanti le ricerche e gli studi “per determinare nel modo più esatto possibile il momento preciso e il segno irrecusabile della morte”. Nel contempo vanno ricordate anche le parole di Pio XII, secondo il quale “la risposta non può derivare da alcun principio religioso o morale e sotto questo aspetto non è di competenza della Chiesa”, bensì di coloro che trattano scientificamente e tecnicamente questi problemi. Pure la lettura di un documento recente della Pontificia Accademia delle Scienze sulla nozione di morte cerebrale e sul suo accertamento strumentale può essere utile a fugare alcuni dubbi residui. Di fronte, invece, al timore che si omettano ulteriori tentativi per prolungare la vita di un paziente perché pressati dal bisogno di organi, è certamente necessario vigilare, pur senza alcun indebito e gratuito allarmismo. Non mancano forse episodi dolorosi ed eccezionali, ma è giusto riconoscere che non sembra questa la prassi normale. D’altra parte, sarà bene essere molto attenti a eventuali interessi di ordine economico che, specialmente per alcuni tipi di trapianto, potrebbero verificarsi. Soprattutto, è necessario coltivare una sempre più corretta etica medica, in virtù della quale ogni medico riconosce che il primo malato da curare è lo stesso potenziale donatore di organi: egli va curato - senza bisogno di giungere a forme di accanimento terapeutico - anche se ciò comportasse al limite l’indisponibilità di un organo che si pensava potesse giovare a un’altra persona. 4 - Per quanto riguarda infine l’atteggiamento dello Stato e le sue scelte legislative, dobbiamo riaffermare ancora una volta che deve essere rispettata la volontà della persona, specialmente se tale volontà è espressamente manifestata. In diversi Paesi risulta siano già operanti dispositivi di legge che permettono il prelievo di organi destinati a trapianti purché siano presenti tutte le condizioni per l’accertamento della morte, anche senza il consenso di alcuno. C’è inoltre chi propende per l’obbligatorietà della registrazione dell’assenso o dell’eventuale rifiuto di ogni cittadino. In questo ambito credo sia anzitutto da mettere in atto ogni iniziativa informativa ed educativa perché la coscienza delle persone e di tutti i cittadini maturi verso la disponibilità alla donazione: è quindi urgente un’opera capillare di informazione e di sensibilizzazione . Tuttavia penso che non ci siano ostacoli insuperabili per un dispositivo di legge che, già fin d’ora, presuma da parte di ogni cittadino la disponibilità alla donazione dei suoi organi. In tal caso, pur nel rispetto dei sentimenti e delle emozioni dei congiunti, se non risulta una esplicita dichiarazione di indisponibilità del soggetto, la legge potrebbe stabilire che, una volta accertata debitamente la morte della persona, sia lecito procedere al prelievo di organi. CONCLUSIONE A ciascuno di noi, spetta fare tutto il possibile perché cresca la cultura della solidarietà. Nello stesso tempo però è necessario che ancora da parte di tutti si abbiano ad assumere le proprie responsabilità perché la vita dell'uomo sia rispettata, difesa e promossa in tutte le sue fasi e in ogni sua condizione. Anche in questo caso è indispensabile una capillare opera educativa che aiuti tutti e ciascuno a riscoprire il valore della vita umana. Perché non capiti che ci sia un impegno fattivo in ordine ai trapianti e, intanto, molte famiglie non sappiano più accogliere un figlio che nasce e molti giovani trasformino i luoghi di svago in luoghi di violenza o di morte e perdano la vita sulle strade in quelle assurde “stragi del sabato sera”, come si è soliti chiamarle. Non sono sufficienti gli accorgimenti disciplinari in ordine alla circolazione stradale o in ordine agli orari dei luoghi di divertimento: occorre recuperare in pienezza il senso della vita e il suo valore, che consistono nella donazione di sé. Noi sappiamo che l’uomo è chiamato ad amare perché creato a immagine e somiglianza di Dio che è Amore; questa è la logica che soggiace e deve soggiacere alla donazione degli organi. Card. Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano
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