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SONO PRONTA A VENDERE UN RENE

La disperazione di una mamma che non sa più come vivere e dare un futuro ai figli. La risposta di Famiglia Cristiana.

20/07/2009
Famiglia Cristiana n. 29 del 19.7.2009 Rubrica "Cooloqui col Padre" Sono una mamma calabrese di 54 anni con 2 figli grandi, entrambi disoccupati. Separata dopo appena 2 anni di matrimonio, ho cresciuto i miei figli tra mille stenti e sacrifici. Poi, con l’aiuto di alcuni amici, ho trovato un lavoro (in nero, naturalmente) che mi ha permesso un mutuo e comprare casa. Preciso che, dopo la separazione, con i figli sono tornata a casa dei miei genitori, dove vivono anche 5 fratelli più piccoli di me, una zia non sposata e una delle mie nonne. Tutti in due stanze, senza servizi. Quando avevo 23 anni, la ditta dove lavoravo ha chiuso, e io ho lasciato i miei figli a mia madre e sono andata a lavorare a Varese per continuare a pagarmi i debiti. Nel frattempo, mi è crollato il mondo addosso: mi hanno pignorato la casa e un quinto dello stipendio. Poi, le cose sono solo peggiorate. Il mio secondo figlio, che stava imparando un mestiere, si è ammalato e ha subìto cinque interventi. Il primogenito si dà da fare come può, ma la Calabria per i giovani è peggio di quello che si crede. Vorrei tranquillizzarla, non le chiedo nulla. Vorrei solo che, nella discrezione più assoluta, mi aiutasse in questo proposito: voglio vendere un rene a una bella cifra, e coi soldi sistemare i miei problemi e aiutare i miei figli a vivere. Da sola non saprei a chi rivolgermi, ma poiché sono una sua lettrice da anni, ho trovato il coraggio di confidarmi con lei, per la serietà che avete sempre dimostrato. Io sono disponibilissima, anche subito. Ovviamente, i dettagli li stabiliremmo prima. Le raccomando discrezione assoluta. Una mamma dev’essere disposta a tutto per aiutare i figli e dare loro un avvenire. Attendo un suo cortese riscontro. Lettera firmata A una lettera che trasuda disperazione, dalla prima all’ultima riga, vorrei poter rispondere con qualcosa che non sia un semplice e netto: «No, non si può!». Di fronte alla richiesta di vendere un rene per risolvere i problemi economici, la risposta non può essere che quella. La compravendita di organi è considerata un reato dalla legge italiana: si possono solo donare gratuitamente. Non in tutte le parti del mondo è così. Ci sono Paesi, geograficamente non molto lontani da noi, nei quali il mercato degli organi non è proibito per legge. Ma quelli che fanno parte della Comunità europea hanno raggiunto un accordo di base, noto come Convenzione di Oviedo, con il quale si sono impegnati ad armonizzare le proprie legislazioni nazionali. Uno dei punti della Convenzione, che l’Italia ha ratificato con una decisione parlamentare, prevede appunto l’esclusione del commercio degli organi all’interno della Comunità. Ci possiamo chiedere quale sia il motivo del consenso nel proibire questa pratica, quando in molti altri ambiti che riguardano la bioetica le posizioni sono lungi dall’essere unanimi. La risposta è nella stessa lettera della nostra lettrice. La compravendita degli organi esporrebbe i più fragili allo sfruttamento da parte delle persone con maggiori possibilità economiche. Vendere parti del corpo trapiantabili non è che la versione più aggiornata di un mercato della miseria, che ha sempre prosperato. Un esempio impressionante è il personaggio di Fantine, nel romanzo Imiserabili, di Victor Hugo. La donna, abbandonata dal suo seduttore, per allevare la figlia Cosette vende prima i suoi lunghi capelli biondi, poi i suoi denti incisivi, infine si prostituisce. «La miseria offre, la società accetta», commenta lo scrittore. All’alba del XX secolo una notizia di cronaca proveniente dal mondo della medicina – la sostituzione del cuore tra due cani – fu l’occasione per un articolo polemico di Antonio Gramsci. Lo intitolò, sinteticamente, "Merce": «Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si scambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto». Sarebbero passati alcuni decenni prima che la medicina rendesse possibile il trapianto di organi da cadavere o da vivente; ma già qui, fin dall’inizio, Gramsci aveva intuito la deriva possibile: considerare il corpo come merce di scambio. Dopo aver venduto il proprio lavoro, ai più diseredati non sarebbe rimasta altra possibilità che mettere sul mercato parti del proprio corpo. È questo il senso della legge che proibisce la compravendita degli organi: tracciare una linea non superabile, sottraendo al mercato qualcosa che può essere scambiato, ma non con la logica della domanda e dell’offerta. Anche i medici che si occupano di trapianti la pensano così. La più recente presa di posizione, in questo senso, è la Dichiarazione di Istanbul (maggio 2008), sottoscritta dai partecipanti al summit internazionale sul "turismo del trapianto e sul traffico di organi". Ricordato il quadro legislativo, mi rendo conto che la risposta alla disperazione della nostra lettrice non può essere solo: "no". La nostra società può proibire la vendita perché conosce altre forme di solidarietà. E là dove non arriva l’organizzazione sociale, può sempre giungere la comunità che si ispira ai valori della fraternità cristiana. Vendere un rene non è una soluzione: ma ciò non vuol dire che non ci siano altre soluzioni che possono e debbono essere cercate. D.A.
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