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Sottoposto a un trapianto di fegato alle Molinette

La Città della salute: sempre pronti alle emergenze

06/04/2020

Torino: ricoverato per sospetto caso Covid 19, era un'epatite fulminante, salvato in extremis

Salvato da un’epatite fulminante grazie a un trapianto di fegato all’ospedale Molinette di Torino, nei giorni del coronavirus. Il giovane, 29 anni, di origine albanese, era in gravissime condizioni: è stato salvato dall’equipe delle Molinette, dove era arrivato dall’ospedale San Luigi di Orbassano, ospedale oggi dedicato prevalentemente ai pazienti affetti da Covid-19. Inizialmente il ventinovenne era stato ricoverato lì perché arrivato in pronto soccorso una settimana fa in coma e con insufficienza respiratoria, situazione che poteva far sospettare il contagio da coronavirus. Invece gli ulteriori approfondimenti epatologici hanno evidenziato che il problema respiratorio era legato a un’insufficienza epatica acuta gravissima determinata da un’infezione fulminante da virus dell’epatite B.

Il giovane, ricoverato sabato, è stato immediatamente inserito nella lista per i trapianti di fegato in emergenza nazionale e trasferito con un percorso libero da contaminazioni all’ospedale Molinette di Torino. Lunedì è stato trovato un donatore. Grazie al coordinamento tra Centro Nazionale Trapianti ed i Centri regionali delle Regioni coinvolte, il fegato del donatore è arrivato a Torino ed è stato trapiantato nella notte successiva.

L’intervento dell’équipe del Centro Trapianti di fegato delle Molinette (diretto dal professor Renato Romagnoli), è stato eseguito in stretta collaborazione con l’équipe dell’Anestesia e Rianimazione 2 (diretta dal dottor Roberto Balagna) ed è riuscito. Il paziente è uscito dal coma e respira autonomamente anche se resta ricoverato in terapia intensiva. Una storia a lieto fine che dimostra la capacità del personale sanitario torinese, piemontese e a livello nazionale di occuparsi di un’emergenza in modo controllato e sicuro nonostante la grave situazione dovuta alla diffusione del coronavirus.

(Camilla Cupelli, Torino.Repubblica.it)

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