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Staminali: trattato paziente con cirrosi epatica.

Realizzato all’Umberto I di Roma.

24/07/2012
Riparare il fegato malato con le sue stesse cellule allo stato embrionale: è quanto ha realizzato per la prima volta al mondo un team di ricercatori del Policlinico Universitario Umberto I di Roma che ha trattato un paziente affetto da cirrosi epatica avanzata mediante l’infusione di cellule staminali isolate nell’albero biliare adulto e in quello fetale. L’intervento, coordinato dall’equipe di Domenico Alvaro, Eugenio Gaudio, Pasquale Berloco e Marianna Nuti, è stato realizzato da un team interdisciplinare di numerosi specialisti e ricercatori. L’aspetto innovativo dello studio, eccellenza della ricerca universitaria italiana, consiste nell’utilizzo delle stesse cellule staminali biliari che guidano il processo riparativo nelle malattie epatiche croniche, una delle principali cause di morte sia negli adulti, sia nei bambini. Oltre 5 anni di ricerche sperimentali, condotte dal gruppo di Domenico Alvaro e Eugenio Gaudio della Facoltà di Medicina e Farmacia della Sapienza in collaborazione con l’equipe di Lola Reid della North Carolina University (Usa), hanno dimostrato come le cellule staminali da cui origina il fegato rimangano presenti nell’albero biliare adulto e in quello fetale. “Queste cellule, infuse nel fegato cirrotico - spiegano Alvaro e Gaudio - sono in grado di stimolare i processi riparativi e sostenere le funzioni dell’organo gravemente compromesse dalla malattia”. Le cellule staminali biliari fetali, senza alcuna manipolazione, sono state infuse nel paziente cirrotico attraverso l’arteria epatica. Il paziente è stato dimesso senza complicanze; nei prossimi mesi si valuteranno gli effetti stabili del trattamento sulle funzioni del fegato. La ricerca è stata sostenuta da finanziamenti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (FIRB, PRIN), dal Consorzio Interuniversitario dei Trapianti d’Organo e dall’Agenzia Regionale dei Trapianti ed è stata approvata dal Comitato Etico del Policlinico Umberto I. Il protocollo prevede, in uno studio pilota, l’arruolamento di 20 pazienti con cirrosi epatica avanzata. In caso di successo, il trattamento potrà essere applicato nei pazienti cirrotici in lista d’attesa, nei pazienti non candidati al trapianto, nonché’ per il trattamento delle malattie genetiche epatiche e dell’epatite fulminante. Il team di medici e ricercatori impegnati nell’attività di sperimentazione clinica è composto dai dottori Cardinale, Carpino, Rahimi, Anceschi, Brunelli, Bosco, Napoletano. L’uso di staminali fetali non è in contrasto con linee indicate dal comitato nazionale di bioetica nel 2005. Lo ha affermato il direttore del Centro Nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa che cita un caso analogo a Firenze per il quale il Cnt chiese appunto ai consulenti della presidenza del consiglio un parere. “In quella vicenda - ricorda Nanni Costa - alcuni ricercatori dell’università chiesero di poter effettuare un test usando cellule neurali per la cura di una malattia neurologica (la Corea di Hunghtinton). Il Cnb disse che l’uso di cellule del feto provenienti da un aborto terapeutico non era preclusivo per un trapianto di cellule di questo tipo ma ad alcune condizioni: che ci fosse il consenso della donna, che non ci fosse interesse da parte di chi ha praticato l’aborto, che le equipe mediche fossero separate da chi le usava. Non si tratta dunque di procedure illegali ma dentro norme e procedure regolamentate”. Il caso del trapianto di cellule staminali eseguito al policlinico Umberto I di Roma, spiega il direttore del Cnt, si configura come un trapianto di cellule; una procedura con versioni differenti e originali ma già usata per esempio con gli epatociti (le cellule del fegato). Nel caso dell’ateneo romano si tratta di cellule staminali fetali prelevate da un aborto terapeutico e trasferite in una persona con insufficienza epatica grave. Tuttavia Nanni Costa definisce «innovativa e intelligente» la proposta del biologo Angelo Vescovi di promuovere una rete di centri che raccolgano staminali da feti morti spontaneamente anziché quelli provenienti da aborti terapeutici. “La proposta è buona e consente di superare una serie di problematiche bioetiche” come quelle sollevate da esponenti della Chiesta Cattolica.
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