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STAMINALI CONTRO DIABETE, CANCRO E INFARTO

Se ne è parlato nel corso dei lavori del V Convegno Nazionale “Cellule Staminali e Progenitori Emopoietici Circolanti" tenutosi a Roma.

28/05/2006
Cellule staminali del midollo osseo o estratte dal pancreas di donatori potrebbero essere usate per fare da “balia” alle isole pancreatiche trapiantate in pazienti con diabete di tipo uno, per aiutare le isole a sopravvivere o crescere nel paziente ricevente e, quindi, migliorare l’esito del trapianto. È la prospettiva che si intravede nel lavoro di Lorenzo Piemonti del Centro Telethon-JDRF per la sostituzione funzionale delle cellule beta presso il S. Raffaele di Milano. “Le “cellule balia” - ha riferito Piemonti durante il V Convegno Nazionale “Cellule Staminali e Progenitori Emopoietici Circolanti – tenutosi a Roma - potrebbero permettere di ridurre il volume di isole necessario per eseguire un trapianto, aumentando di fatto, a parità di numero di donatori, la disponibilità di cellule da trapiantare. E non si esclude che in futuro le cellule staminali mesenchimali rintracciabili nel pancreas, oppure le staminali del midollo osseo, potranno servire oltre che da balia anche per rigenerare il tessuto pancreatico produttore di insulina, perso nel paziente con diabete di tipo uno”. Il diabete giovanile o di tipo uno è una malattia autoimmune in cui cioè le difese del corpo, come impazzite, distruggono le isole di Langherans (isole), ovvero la parte di pancreas deputata alla produzione di insulina, ormone indispensabile a regolare la glicemia. Oggi il paziente è costretto ad assumere insulina vita natural durante. Alcuni pazienti, però, hanno difficoltà maggiori a controllare la malattia con le iniezioni di insulina e in molti casi con gli anni la malattia diviene meno gestibile e il paziente è soggetto a numerose complicanze Una possibile cura definitiva è ovviamente quella di sostituire le isole andate perse con nuove isole. “Attualmente questo viene fatto attraverso il trapianto di isole pancreatiche. Le isole pancreatiche da trapiantare vengono raccolte da cadavere ma il numero di donatori disponibili è insufficiente a trattare un grosso numero di pazienti, e inoltre - ha spiegato Piemonti - di fatto per ogni paziente che si sottopone al trapianto servono numerosi donatori perché non è sufficiente un solo pancreas per raccogliere una quantità adeguata di isole da trapiantare a un singolo paziente. Per ovviare a questi problemi, una volta isolate con facilità le cellule staminali mesenchimali presenti nel pancreas di donatori, oppure imparando a usare quelle del midollo osseo, si potrebbe trapiantare insieme alle isole una corte di staminali “balie”. Basterebbe così al paziente un volume inferiore di isole - ha detto Piemonti - in quanto le cellule nutrici aiuterebbero le isole a sopravvivere e forse a crescere. Se questa sembra una prospettiva terapeutica al momento più concreta ma comunque ancora lontana dal letto del paziente - ha fatto notare Piemonti - molti ricercatori puntano oggi in realtà ad usare le staminali come fonte per rigenerare le isole di Langherans. Un’altra idea, in corso di sperimentazione su pazienti al NIH statunitense, è quella di dare a pazienti con una funzione beta cellulare residua un cocktail di fattori di crescita e immunosoppressori per indurre le poche cellule beta rimaste nel loro pancreas a moltiplicarsi o magari anche per indurre staminali pancreatiche a trasformarsi in beta cellule. “Anche nel nostro laboratorio ovviamente stiamo cercando di usare staminali per verificare se si possano trasformare in cellule produttrici di insulina – ha riferito Piemonti – però al momento questa rimane una strada più tortuosa mentre sembra più percorribile quella che porta all’uso delle staminali mesenchimali di pancreas o midollo osseo accoppiate alle isole da donatore”. Al Convegno di Roma sono state presentate anche alcune novità nello studio delle cellule staminali che contribuiranno a disegnare un “identikit molecolare” di quelle “cattive” che causano i tumori per distinguerle da quelle “buone” che servono alla rigenerazione dei nostri tessuti. Ciò segnerà l’avvento di una nuova era della lotta al cancro, con la possibilità di sconfiggerlo alla radice azzerando il rischio di recidive. “Solo riuscendo a riconoscere le staminali “cattive” che sono la sorgente del cancro - ha spiegato il prof. Pier Giuseppe Pelicci, direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano - distinguendole da quelle sane del nostro corpo si potranno infatti mettere a punto terapie mirate contro le staminali tumorali preservando le preziosissime staminali buone indispensabili per la rigenerazione dei tessuti e il ricambio cellulare dell’organismo. È solamente da due-tre anni - ha rilevato Pelicci - che è emerso il concetto, rivoluzionario nella biologia dei tumori, che ad alimentare il cancro sono cellule staminali malate, o cellule staminali tumorali. Ora sappiamo – ha affermato – che solo l’1-2% delle cellule tumorali sono le dirette responsabili della crescita della neoplasia, mentre sono le staminali tumorali la vera sorgente del male”. Queste si comportano come staminali a tutti gli effetti e ripopolano continuamente quello che è il tessuto tumorale. Le terapie oncologiche che eliminino quest’ultimo, dunque, nulla possono contro la sorgente stessa del tumore, le staminali appunto. “Per generare nuove terapie oncologiche che mirino dirette alle staminali tumorali, però - ha sottolineato l’esperto - c’è bisogno di riconoscerle dalle staminali sane, altrimenti si rischia di danneggiare l’organismo. Le differenze tra staminali tumorali e sane stanno rapidamente emergendo - ha affermato Pelicci precisando che i risultati dei suoi ultimissimi studi vanno proprio in questa direzione. Prospettive analoghe arrivano anche dai lavori di Jean Wang del Department of Molecular and Medical Genetics presso la University of Toronto, che è giunta a Roma per fare il punto sui suoi ultimi risultati circa le staminali tumorali leucemiche della leucemia mieloide acuta, da lei identificate in un lavoro di recente pubblicazione sulla rivista Nature Immunology. “Ormai nei laboratori di tutto il mondo - ha concluso Pelicci - va emergendo per moltissimi tumori la complicità forte delle staminali malate contro cui saranno indirizzate le future terapie oncologiche”. Un altro argomento che ha suscitato vivo interesse riguarda le staminali cardiache che possono dar vita a nuovi vasi coronarici e di rimpiazzare il tessuto necrotico e cicatriziale del miocardio danneggiato da un infarto. “Il cuore umano ha grandi potenzialità di riparazione e rigenerazione - ha affermato Piero Anversa, direttore dell'Istituto per le ricerche cardiovascolari del New York Medical College - Ci sono inoltre dati che dimostrano che le cellule staminali cardiache possono essere ancora più potenti di quanto pensato finora e possono sostituire il tessuto cardiaco non più funzionale in seguito a un infarto e formare nuove arterie coronarie”. La notizia ha profonde implicazioni cliniche in quanto prospetta la possibilità di riparare, restituendogli piena funzionalità, il cuore colpito da ischemia. Dopo un simile evento parte del muscolo cardiaco, per morte cellulare, viene infatti sostituito da tessuto cicatriziale e non funzionale. Il muscolo miocardico quindi perde efficienza, ecco perché molte persone reduci da infarto sviluppano insufficienza cardiaca. Solo lo scorso anno l’équipe di Anversa, in collaborazione anche con università italiane, aveva scoperto dell’esistenza di staminali cardiache multipotenti nel cuore di grossi mammiferi, uomo compreso. La notizia è stata pubblicata sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze “PNAS”. Anversa ha cioè dimostrato che il cuore umano contiene una riserva di cellule staminali multipotenti che si moltiplica attivamente dopo un infarto acuto per rigenerare i tessuti danneggiati, ma che progressivamente diminuisce nei danni cardiaci cronici. Oggi c’è almeno una decina di trial clinici in corso in tutto il mondo per verificare se è possibile con staminali adulte riparare il danno cronico del muscolo cardiaco. In alcuni studi le staminali sono infuse, in altri si tenta di mobilizzare quelle del midollo osseo in modo da indurre a recarsi nel cuore e ivi riparare il danno. La scoperta delle staminali cardiache amplia queste prospettive terapeutiche suggerendo la possibilità di trattare cardiomiopatie croniche isolando le staminali cardiache del paziente, aiutandole a moltiplicarsi in vitro, infine reiniettandole nel paziente con un autotrapianto che non creerebbe problemi di rigetto. Secondo Anversa il riconoscimento che il cuore umano possiede un compartimento di staminali che, sebbene compromesso, rimane ancora presente nel paziente cronico in fase terminale, suggerisce nuove strategie per il trattamento di queste situazioni, basate su isolamento, moltiplicazione e reimpianto delle staminali rimaste in vita nel malato. In questa direzione vanno anche gli ultimi risultati del suo team di ricerca i quali evidenziano potenzialità maggiori del previsto insite nelle staminali cardiache. (vipas)
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